FEAR IS THE KEY

Il percorso dal Pub a casa fu un caleidoscopio di pensieri. Aver scoperto lo scopo di tutto questo, finalmente, chiuse definitivamente i dubbi su tante situazioni emerse in questa incredibile storia e forse è stato un bene scoprirlo gradualmente. 

In questa esperienza, forse per la prima volta, ho avuto il piacere di esplorare i processi dall’inizio alla fine, senza dover ricorrere a scorciatoie ed essere scelto per cercare di evitare una “fine” mi rendeva orgoglioso e bramoso da una parte ma, dall’altra, portava a galla le paure di sempre.

Sarò in grado di sistemare questa storia? Avrò la forza di reggere tutto questo peso?

Erano queste le domande che mi rimbombavano nella testa, accompagnate da quella leggera pressione sul petto che si presenta sempre quando non sono sicuro di quello che devo fare e che cercavo di eliminare con il massaggio con il medio e l’anulare che pratico sempre in questi casi, sdraiato sul letto. Dopo un pò, mi calmai e riuscii a prendere sonno.

Il mattino seguente mi svegliai stordito. Dormii malissimo, con quel cerchio alla testa dato dai pensieri. Cercai di pianificare al meglio le cose. Chiamai a lavoro dandomi malato e, in questo periodo di Pandemia, valeva la legge del capo: “Se senti anche un leggero raffreddore, stai a casa!”. Preparai la borsa con le cose necessarie. Misi vestiti comodi, una camicia termica, degli scarponi da trekking e cercai la mia torcia. La cercai come un matto ma non era nel posto giusto. 

Sentii miagolare dal bagno: trovai Tyrion con una lanterna accesa in bocca, la stessa che trovai tempo fa piena di fango. 

Appena la presi, vi trovai un biglietto: “Questa ti servirà per entrare nelle Nebbie. Ereshkigal”. Sorrisi e la sistemai alacremente. Terminata la borsa, iniziai a studiare il percorso che mi avrebbe accompagnato in questo viaggio; non dovevo percorrere tantissimi chilometri, ma la parte della salita da Guardiaregia alle pendici del Mutria era la parte più dura, soprattutto per un trekker principiante come me.  

Dovevo tirare fuori il meglio per arrivare in cima, dove era segnato il rifugio di Māra. 

Sistemai tutto in macchina e mi avviai. Per arrivare nel punto esatto, dovevo andare direttamente a Sepino ma, visto il tempo favorevole, feci una deviazione per San Giuliano del Sannio, un comune situato a pochissimi chilometri dal centro Sannita. 

Lì avrei incontrato per un caffè Nicola, un mio caro amico archeologo, per chiedergli informazioni sulla montagna. 

Mentre percorrevo la strada, notai dei corvi appollaiati sui Guard Rail, starnazzanti; in Molise non è raro trovarli sui bordi delle strade, soprattutto nei mesi freddi, di primo mattino. La cosa davvero strana, fu vederne un paio picchiettare col becco i blocchi di pietra antichi utilizzati in precedenza come cartelli stradali. 

Accostai e mi fermai per osservarli meglio. 

Il loro ticchettare sincronizzato sembrava quasi scolpire la pietra lasciando un liquido voluminoso. Si accorsero del loro curioso osservatore e, improvvisamente, sì fermarono lanciando al cielo un latrato gutturale dai loro becchi. 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena ma riimasi sospeso a guardarli per un pò, immobilizzato dalla curiosità per quell’evento del tutto insolito finchè vidi che gli altri corvi cominciavano ad avvicinarsi.

 Preso dell’istinto, tornai in auto e scappai velocemente da quel posto mentre avevo l’impressione che lo stormo mi deridesse. 

Arrivai a San Giuliano cercando di calmare quel leggero spavento. Parcheggiai e trovai Nicola all’inizio della discesa che porta alla Piazza Principale.

“Ogni volta che ti vedo stai sempre più scoppiato!” disse salutandomi.

“Non potrai mai immaginare cosa ho visto arrivando!”

” Ahahah, Giusè, prendi fiato e me lo dici al bar, che ho bisogno di un altro caffè.”

Arrivammo al bar, salutai alcuni amici autisti che erano lì davanti e ci sedemmo al tavolo. La signora ci portò i caffè e un cornetto alla Crema ordinato da Nicola.

“Questo è per te che hai bisogno di dolcezza stamattina!” disse, ridendo con la sua solita ironia.

“E’ che mentre stavo arrivando ho visto dei corvi sul Guard Rail. Nulla di strano all’inizio, anche dalle mie parti se ne vedono spesso… ma non che picchiettino le pietre lasciandvi un liquido scuro. Quando si sono accorti che li stavo osservando, hanno richiamato gli altri con un grido fortissimo, quasi come quelli che piacciono a noi metallari. Sono arrivati tutti insieme e sono scappato correndo. Tutto qua.”

Lui cominciò a ridere, per poi spegnere  lentamente la risata in un ghigno serafico:

 “E’ da un pò di tempo che succedono cose strane nella zona. Scompaiono persone di colpo, ci sono stati ritrovamenti di alcune persone senza vita, sventrate nelle valli, senza occhi, con questi segni di picchiettamento continuo sui loro corpi. E, cosa ancora più strana, è trovare nello stesso posto, alberi che prima non c’erano.”

 E qui cambiò completamente la sua espressione. La mia, invece, si corrucciò sempre di più, ma mi sembrava di aver trovato una risposta. Non sapevo come Nicola avrebbe potuto reagire.

“Sono qui anche per questo. So che di te posso fidarmi e che potrai aiutarmi a trovare un senso a tutto questo. Ma devi ascoltarmi. Stanno succedendo cose perchè un nuovo ordine sta cercando di schiacciare l’ordine  naturale delle cose. Ti sembrerà strano tutto questo ma esistono veramente forze antiche che hanno vissuto nel corso della Storia a contatto con la nostra società, cercando di trovare gli adepti adatti a custodire i Cinque Tesori della Forza, nascosti secondo lo schema del pentacolo rovesciato. Loro vivono a contatto con noi in un sistema bi-dimensionale, dove il nostro terreno è uguale al mondo che è sotto di noi. Non è né Paradiso né Inferno ma un mondo al contrario, con le nostre stesse realtà, ma vissuto da creature orripilanti create da noi nel nostro quotidiano. Sono le nostre Futilità: vivono in un bosco, nel limbo tra questo e l’altro mondo. Ora la nostra esistenza è messa a dura prova dal Nulla, che vuole rubare l’energia della Terra e trasformare tutto in cenere e… Alberi.”

“Seguimi”

Così interruppe il mio discorso chiedendomi di accompagnarlo. 

Pagammo e mi portò allo scavo archeologico di una Villa Romana ritrovata in paese qualche anno prima e che, grazie all’Università, negli ultimi anni erano riusciti ad avere risultati importanti dal punto di vista dei reperti ritrovati.

“La Villa de Neratii

E proprio mentre ci trovavamo all’interno di un vecchia costruzione di pietre, cominciò a raccontarmi una storia:

“Quello che tu racconti è tutto vero. Incontrai delle persone straniere, le vedevo muoversi per il paese da qualche anno a questa parte, in periodo di scavo. Vennero a chiedere informazioni una mattina dicendo che erano studenti di Archeologia di Milano. La nostra professoressa, nonché direttrice degli Scavi, si accostò a parlare con loro quando le chiesero se fosse stata trovata una pietra preziosa negli scavi e dove si trovasse il Monte Mutria. Ad una risposta negativa, questi diedero in escandescenze asserendo con forza che lei sapesse. Mi avvicinai per separarli e li strattonai. Si allontanarono e notai come, nonostante ci fosse un sole cocente, non c’era ombra dietro di loro. Questa cosa mi fece riflettere tantissimo sul momento ma poi, preso dal lavoro, pensai ad altro. Quella sera, come era solito fare, rimasi per ultimo a sistemare gli attrezzi dicendo agli altri di trovarci al bar per una birra un’oretta più tardi. Fu lì che venni attaccato dagli individui della mattina, uniti ad un Essere pelato che aveva un occhio di rettile sul lato sinistro. Mi disse che sapevo dove fosse la pietra e che per la mia insolenza sarei stato punito. Dalle sue unghia sporgenti uscì un liquido nero che si posò sulle mie scarpe, nella zona delle dita. Successivamente, si insinuò dentro di me e sentii un forte dolore.”

Si tolse le scarpe e vidi le sue dita dei piedi: trasformate in pezzi di legno, quasi come radici di un albero!

Rimasi scioccato. “Mi disse -continuò- che ogni giorno pari i miei piedi si sarebbero trasformati in radici e, col passare del tempo, questa maledizione si sarebbe estesa su tutto il corpo. Ogni luna piena sarebbe cresciuta.” 

“Bastardi! Devono pagare per questo!”

“Devono pagarla, ho sete di vendetta per tutto questo! Anche se so che rimarrò come gli altri, devo riuscire a fermarli. Ho bisogno del tuo aiuto Pep.”

“E io del tuo! Abbiamo bisogno di trovare Māra alle Pendici del Mutria. Lei ci aiuterà e insieme proteggeremo il Lapis Lazulo Viola”

“Māra? Lapis Lazulo viola? Pensavo fossero leggende…”

“Ora, per quello che hai vissuto, puoi capire che non sono così… e il tuo bagaglio di conoscenza può servirci per salvare questo angolo di Terra dal Nulla!”

Fu così che ci preparammo per incamminarci lungo le pendici del Mutria, prendendo dal magazzino dello scavo alcune attrezzature: corde, moschetti, elmetti da minatore. Sapere di poter puntare su Nicola mi rese più sicuro sull’obiettivo di questa avventura ma, allo stesso tempo, era forte in me il desiderio di proteggerlo dalla maledizione che aveva subìto. Il nostro viaggio all’interno del Mutria stava per iniziare: arrivammo alle pendici del Massiccio, dove finiva la strada e cominciammo a prepararci per la scalata. In quel momento, uno stormo di uccelli neri ci volò intorno, a bassa quota, per poi tornare a salire. 

Li schivammo ed emisero un suono fortissimo dai loro becchi. Notai che non lasciavano ombre dietro di loro e ricordai le parole di Nicola.

Ci guardammo e cominciammo a salire, senza paura.

LOST IN MOMENTS

Fu difficile tornare a casa e riprendere la quotidianità.

Quello che avevo vissuto in quei giorni, in quel posto che mi mancava da sempre, fu una rivelazione. Assistere per la prima volta ad un rito di iniziazione, prendere coscienza di trovarmi all’interno di un Vortice più grande di me, mi aveva completamente spiazzato.

Non ho mai avuto un rapporto così forte con la spiritualità. Certo, in questi anni ho letto tanto, mi sono appassionato alle arti e alle discipline esoteriche, ma mai così vicine alla realtà. Rivedere la famiglia che mi aveva accolto anni fa lavorare così coinvolti nello studio e nella pratica delle arti occulte, a stretto contatto con una Dea Guardiano e le sue creature, da una parte mi straniva, dall’altra mi faceva sentire meno solo in questo scenario folle.

Prima di andare, salutai Francesca calorosamente e ci demmo appuntamento per rivederci. Mi avviai verso il ritorno, in questa regione che appena prima dell’estate si riempie di colori tanto contrastanti quanto affascinanti. È proprio in queste giornate in cui il vento fresco avvolge la natura che mi piace viaggiare col finestrino abbassato, ad annusare l’odore dell’erba e il rumore delle foglie. Quel piacevole “scrocchiare” che ti fa sentire un tutt’uno con l’Universo, dove la mente si estrania dal resto.

Fu così che feci una piccola deviazione a Carpinone, un piacevole paese dove al suo interno costeggia un fiume, da cui deriva il suo nome. Le sue acque placide mi avvolsero in questa passeggiata d’incanto. E, dopo aver sognato un pò, mi fermai a comprare uno dei miei formaggi preferiti: il Caciocavallo, ne vado matto. La signora che mi servì mi guardava in continuazione e cominciò a farmi alcune domande, chiacchierammo del più e del meno, sul perché fossi in quel paese. Quando sentii “siete forestiero?” mi rise tutto il corpo. Non in senso di derisione, ma forse perché è il termine che fra tutti identifica la nostra gente. Una frase che sa di antico, di tradizione, e sentirlo ancora rende più piacevole questa pausa.

“Secondo me dovete fare due passi alle Cascate, sicuramente troverete qualcosa per Voi” mi disse la signora prima di salutare. Annuii e proseguii verso le Cascate. Non ero mai stato in quel posto ma, in quel momento, tutto mi conduceva a loro. Attraversai un ponte in pietra e dall’alto ammirai tutta la sua bellezza: sentieri selvaggi e alberi impervi costeggiavano gole rocciose profonde, che esplodevano in corsi d’acqua fluenti, mai domi, dal color verde intenso. Scesi per avvicinarmi al sentiero, non segnato completamente e ammiravo, estasiato, ogni attimo di questo incanto. In lontananza, cominciai a sentire un rumore stridulo, come quello della ritrecina di un Mulino. Mi guardai intorno ma non vidi nulla. Continuai a cercare e il rumore diventava sempre più forte, intenso, quasi fossi al suo interno. Rumori di passi si susseguivano insieme a quel suono e decisi di scendere verso una delle Cascate. Mi specchiai nell’acqua e mi sciacquai la faccia: riflessa sulla sua superficie vidi una casetta, con una macina che girava.

Mi voltai e non c’era nulla.

Dal fondo dell’insenatura una voce femminile narrò: “Non sapevi che qui sorgeva un vecchio mulino?”

Una voce inconfondibile, che era diventata quotidiana e puntuale, quando meno me l’aspettavo. Ereshkigal.

Dal fondo della cascata vidi la sua sagoma quasi umana avvicinarsi nuotando verso di me, lentamente. Potevo scorgere il suo corpo umano completamente nudo, avvolto dagli scorpioni, con la sua chioma rossa inconfondibile. Continuò il suo discorso:

“I contadini scendevano qui dalle loro campagne per portare a macinare i loro raccolti. Era un luogo di lavoro, ma anche di festa e tradizione. Ogni raccolto macinato voleva dire “possedere qualcosa”, essere “ricco”, ma non nel senso che voi umani del XX secolo intendete. Essere ricco di qualcosa essenziale per il proprio sostentamento. Un sacco di farina equivaleva a dare da mangiare a famiglie intere. Quindi, alla fine del lavoro, diventava una festa, aggregazione di una comunità. Poi il progresso e la nuova tecnologia cancellarono questo modo di fare e alla morte dei proprietari finì la favola del Mulino. Rimase solo qualche rudere. Ora, quel rumore, risuona solo per chi ha il potere di vedere al di là dei suoi occhi. Quello che hai visto non è il frutto di fantasmi, ma di quello che vive intorno a te”.

Alzò la mano e sentii dei passi sostenuti dentro di me. Erano i contadini, con gli occhi ricoperti di nero, vuoti, con delle torce in mano. Mi ritrovai circondato da loro, ma non avevano intenzioni bellicose. Uno di loro prese la parola:

“Tu sei un nuovo guardiano e noi ti rendiamo visita. I nostri occhi sono i tuoi occhi e solo quelli come te possono vederci. Prendi in dono il segno della Nostra riverenza!” Mi fece aprire la mano sinistra e posò la fiamma della sua torcia sul mio palmo. Sentii per un attimo un dolore atroce, che poi scomparve. Assieme a loro.

Non vi era alcuna traccia di quella azione sulla mia mano, ma sentii solo un forte stimolo a cancellare via ogni controllo.

Mi immersi sulla riva dell’acqua sedendomi come se fossi in meditazione , chiusi gli occhi e lasciai andare i pensieri. Il fruscìo dell’acqua accarezzata dal vento mi avvolgeva in questo moto perpetuo con la Natura. Mi persi nel profondo dei miei pensieri: vidi una luce lontana per un secondo fugace per poi guardare qualcosa di familiare: le mie sconfitte, i miei silenzi, le mie percezioni diventate realtà, la tristezza, episodi di vita apparente in cui dimostravo di essere qualcosa. Qualcosa che non era Me. Mi ritrovai con il corpo immerso nell’acqua, quasi come stessi facendo il morto “. Vidi una torcia splendere nel fondo della sorgente.Fui risucchiato da quelle immagini e scaraventato sulla riva.

Successivamente Ereshkigal cominciò a parlare:

“Quando ti portai la prima volta nel bosco non avevi volto ed eri così spaventato da tutte le creature che ti guardavano bramose con la tua faccia. Sei così perché nell’Universo sei un passaggio nel Vuoto. Tutti gli umani lo sono, ma pochi sanno goderne l’Essenza. Quello che hai visto in quegli attimi di meditazione non è altro che lo specchio della tua Vita fino ad ora. La consapevolezza del Marcio. Ma allo stesso tempo hai il dono di poter guardare al di là del terreno, di percepirlo, di viverlo. Un Furor Divinus che ti rende sensibile ai nostri occhi. Quel passaggio nell’Abisso dentro te è la tua salvezza per poter vivere con quello che hai e non per quello che vorresti essere. Ora non c’è più spazio per le parole, ma solo per il silenzio. Sfruttalo.”

Scomparve alla mia vista.

Rimasi lì ore a guardare fisso quella Cascata. In silenzio, in totale solitudine col mondo esterno.

Quando ormai il Tramonto passò, tornai verso la mia auto per ripartire. La signora dei formaggi mi salutò da lontano con gioia.

Mi girai verso il sedile posteriore e notai qualcosa di nuovo: il Quadro della bottiglia nel Fiume.

Con la luce sempre più fioca.