QUEEN OF THE SABBATH

Il vortice attorno a me si fece sempre più cupo. Ero in uno stato di  incoscienza e sentivo parti del mio corpo aprirsi come in ruscelli di sangue.                     

Dopo questo attacco, crollai in un vortice nero. Sentivo i miei occhi chiusi e tutto il resto come perso nel vuoto. 

Difficile raccontarlo a parole, ma sembrava che stessi morendo. Fui salvato da qualcosa ma, in quei momenti, non vi erano risposte, solo il vuoto più plumbeo. 

Nel mio inconsciente non riuscivo ad identificare dove fossi. Cominciai a sentire una voce lontanissima e, in fondo, una luce fioca. 

“Spirito guida, svegliati da questo torpore! Vieni verso la Luce, sii Forza per la tua Fiamma, vieni a me! O grande Madre Oscura, regina dell’Umanità, vieni a noi e danza per la fiamma del nostro guardiano caduto!”

Un mantra continuo aleggiava nel buio.

Si formò uno specchio davanti a me. 

Sembrava di vivere un’altra vita. Di colpo mi alzai e mi fissai nudo in questo specchio, maciullato e divorato in diverse parti e tutto intorno cominciò a prendere vita. 

Si formò una spiaggia lucente, il mare placido e lo specchio che a poco a poco le onde portarono a largo con il loro imperversare. Sullo sfondo dell’orizzonte, una patina rossa intorno al sole. 

Una voce che ripeteva: “Nuota e vieni dalla tua Madre Oscura !” Mentre mi accingevo a muovere le prime bracciate, si accese una visione nel cielo: il mio corpo sdraiato e Ereshkigal di fianco a me in tono rituale. Dietro di lei, una signora con un altare che compiva un sacrificio di sangue. Il sangue colava dentro un calice enorme e la Guardiana, con le mani sulle mie ferite. 

“Nuota! Vieni verso di Noi, nuota verso la tua Oscurità!” ripeteva questa voce mentre continuavo affannosamente a nuotare, senza trovare arrivo. 

Si presentò davanti ai miei occhi un lembo di terra. Sembrava un’oasi del deserto. Ci arrivai, era un’isola, che mi ricordava tantissimo l’Isola di San Nicola, alle Tremiti, un paradiso naturale, pieno di natura selvaggia. Appena misi piede sull’Isola, la voce cominciò a parlare: “Cerca la tua Luce nell’Oscurità! Cerca il tuo simbolo del passato, quello per cui hai creduto nel cambiamento. Quello che ti ha tenuto in vita quando ne hai avuto bisogno.” 

Sorpreso da questi giochi continui, cominciai ad esplorare le coste frastagliate dell’isola. Mentre mi muovevo, mi rendevo sempre più conto di non sentire dolore, né sangue che usciva dal mio corpo. 

Arrivai davanti a un burrone con una scala impervia: vidi pezzi di roccia sospesi, come se fossero stazioni di gironi infernali, come se si trattasse di un film di azione, mi fece scendere repentinamente verso il primo costone. 

Mi girai e trovai un oggetto familiare: un trenino giocattolo. Fu il primo regalo che mio padre mi fece quando ero piccolo. Lo toccai e cominciò a muoversi da solo, fino ad accompagnarmi alla scala per scendere di nuovo. La percorsi affannosamente e continuai a scendere verso il precipizio. Rimase l’ultimo costone da raggiungere, quello più impervio. 

Cominciai a notare gli scogli e l’acqua sotto di me. Questa parte di roccia era a metà strada prima di arrivarci.

Scesi e sulla punta trovai altri oggetti: dei vestiti pieni di fango, un disco dei Judas Priest “Live Meltdown” e una foto: io ed i miei amici con le mani strette in aria in un concerto. 

Allora riaffiorarono i ricordi. Quel Gods oF Metal in cui arrivò il nubifragio e andammo a dormire pieni di fango fino alla cintola. 

Quella stretta di mano, mentre suonava “Diamonds and Rust “ dei Judas Priest e quella promessa  nel momento in cui stavamo vivendo qualcosa di unico insieme. 

Questo costone prima del precipizio era diventato come una metafora di tutto quello che successe dopo. 

Mi inginocchiai, la faccia sulla terra. 

Piansi.

In quel momento, sentii spaccarsi la roccia attorno a me, e caddi nel vuoto.

L’impatto non mi portò a cadere in acqua ma solo in un’altra scenografia.

Caddi sul terreno, alzai lo sguardo e sembrava di essere in una grotta.

 Vidi Ereshkigal e l’immagine del mio corpo morente sullo sfondo.

Mi avvicinai e sentii una voce esclamare: “Eccoti! Hai fatto un lungo viaggio, ma sei riuscito a venire a me!”

Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.

 “Sei solo lo spirito che aleggia dentro il tuo contenitore che, come vedi, sta soffrendo in una lotta tra il mondo labile e l’altra dimensione.

 Quello che hai fatto fin ad ora non è altro che la ricerca del tuo Essere per guarire. 

Ti stiamo curando per tornare nella tua dimensione terrena. Ma questo dipende da te. Come Regina Oscura dei due Mondi, ti ho voluto far capire che senza lotta il tuo essere sarebbe morto, con me nella Dimensione Oscura. Oggi hai visto quello che ti salvò in quel momento e cosa ti legò al tuo mondo reale, ciò che nel corso del tempo hai dimenticato.

 Il tuo Bambino Interiore e il tuo Spirito Ribelle sono rimasti soffocati da una ricerca spasmodica della Futilità e l’apparenza. E così, hai visto crollare qualsiasi cosa. 

Come Ereshskigal ti ha insegnato, avrai tanto da imparare per cercare la Via Maestra.”

“Mi sta dicendo che è stata tutta una finzione?” 

“No. L’attacco è stato frutto di quello che doveva succedere. Chi lo ha fatto, ti ha riconosciuto come capro espiatorio delle sue colpe. Fortuna ha voluto che hai sempre tanti occhi che ti seguono, anche se non ci vedi!”

“Tornerò a vivere?” In quel momento, alzò la sua mano sinistra dalla quale uscì un serpente. Baciò la sua testa e lo passò a Ereshkigal che, a sua volta, lo posò sul ventre del mio corpo vivente.

“Ora torna alla realtà terrena con la nuova consapevolezza di essere Spirito tenace pronto a seguire lo spirito Oscuro. Torna da questo cerchio del Sabba alla tua vitalità ancestrale!”

Il Serpente morse la mia pancia, creando un buco su di essa.

“Ora torna dentro di te, Anima Guerriera. Danza per me!”

Sentii il mio essere lievitare, mi avvicinai a lei e dissi: 

“Grazie di avermi fatto vedere la Via, e di farmi tornare in vita. Chi sei ,e perché hai fatto tutto questo?”

“Io sono Lilith, la Regina Oscura, colei che governa i due mondi perchè così è sopra e così è sotto. Capirai ogni gesto a tempo debito. Ora va!”

Il mio spirito entrò nel mio contenitore e sentii un fragore profondo inconsciente. Mi risvegliai nel mio letto. Tyrion mi leccava il viso. Nessun segno di ferita attorno a me.

E un mal di testa da sbornia epocale.

IN THE MIST SHE WAS STANDING

Passai giorni a capire cosa fosse successo realmente .

Non riuscivo a pensare che un incubo del genere potesse diventare così reale.

La mia mente, in questi momenti ibernati di quarantena, viaggiava in loop con quelle immagini nitide impresse.

Con quella voce…

Quella voce… era così cavernosa che la sentivo rimbombare dentro di me.

Ogni volta che ci pensavo, quei graffi tornavano a farsi sentire dall’ interno.

La prima sera ebbi così tanta paura di addormentarmi che sembrava di tornare ai tempi in cui vedevo di nascosto “Notte Horror ” e “Hellraiser”.

Una paura infima, sottile, che faceva capolino nella mia testa.

In ogni momento.

Crollai sfinito, con il pensiero che mi mangiava l’esistenza.

Dormii come un sasso e, senza accorgermene, mi svegliai come se nulla fosse successo.

Mentre mi sistemavo, controllai la zona della ferita che cicatrizzava sempre di più.

Dentro di me, iniziai a pensare che fosse solo una stupida suggestione, che magari era stato Tyrion a farmela, senza che me ne accorgessi nel sogno.

Insomma, stavo cercando di passare oltre.

Ero solito raccontare i miei sogni alla mia migliore amica ,senza omettere nessun dettaglio.

Lei, dotata di forte sensibilità, sapeva veicolare quale comportamento insito ci fosse dietro.

Questa volta non aveva senso: mi avrebbe riso dietro come tutte le volte le ho raccontato di castelli incantati e di ruote panoramiche assassine.

Volevo passarci su, vivermi questo periodo di quarantena nel miglior modo possibile, cercando di essere più focalizzato sul presente e sul mio lavoro che non mi dava scampo.

Questa ibernazione stava ponendo nuove basi in me, cancellando una routine comune quasi a tutti per farmi rientrare in uno stato di solitudine profondo e consapevole.

Ho imparato col tempo (e con tanti ponti calati giù) ad amare la mia solitudine e quello che cerco di essere, senza pregiudizi, con la voglia solo di costruire qualcosa per me.

Questo periodo stava ponendo, con decisione, la totale chiusura verso il mondo esterno, tranne che per i miei affetti.

Cercavo di concentrarmi sulla mia vita quotidiana fatta di sveglia-prepararsi-smart working -esercizi fisici -film-dormire ma , dentro, c’erano ancora le immagini di quella notte che mi inquietavano.

Non erano più nitide come prima, passavano per pochi instanti nella mia mente come un fantasma a velocità supersonica.

Un pomeriggio inoltrato, dopo aver spento il Pc, entrò dalla finestra un fascio di luce.

Era pieno e luccicante, copriva totalmente il mio viso.

Chiusi il mio occhio sinistro, come faccio oramai da bambino e, in quell’istante, vidi l’inimmaginabile .

Vidi quel bosco, in una giornata di sole, come se fosse una giornata di fine Marzo , con i rami degli alberi di un colore vivido e piacevole.

Fu un flashback piuttosto veloce che si stampò in testa.

Non riuscivo a pensare ad altro.

Sarà stato un momento di ricordo o un messaggio da decifrare?

Cercai di non pensare, il tempo vissuto era già quel che era e non avevo più voglia di prestare attenzione ai mind games interiori.

Feci una doccia e, mentre tornavo nella stanza per sistemarmi, i miei occhi si soffermarono su qualcosa di nuovo, fissandolo sconcertati.

C’era una lanterna sul letto, completamente piena di fango .

La luce fioca cercava di uscire fuori dalla coltre spessa che la ricopriva, quasi come se stesse lottando con essa.

I miei battiti aumentavano sempre di più, cominciai a sudare come se fossi nel caldo andaluso di agosto a 57 gradi e non riuscivo a muovermi .

Intanto, il fango cominciava a riversarsi sul letto fino a scendere sul pavimento .

Decisi di avvicinarmi .

Mi inginocchiai e posai gli occhi sulla lanterna. In quel momento, sentii un forte fischio nell’orecchio per alcuni secondi. Cercai di staccarmi ma ero bloccato al suolo e, quando il fischio si attenuò, sentii una voce.

Quella voce… mi sussurrò nell’orecchio come un growl di Mikael Akerfeldt in “Orchid“.

“Vieni a me “.

Da quel momento, non capii nulla.

Mi ritrovai a terra, esanime, in un posto che avevo già vissuto. Non pioveva come l’altra volta, ma era lo stesso.

Gli Alberi divelti, la nebbia infinita che mi attorniava, il suo lungo viale… era lui.

La nebbia… quella non è sembrata mai andare via da questo scenario, così spessa e presente da non riuscire a trovarci fine.

Ero tornato in quel posto e non volevo alzarmi per paura.

Mi sentii bussare sulla spalla e vidi una mano che si porgeva a me. Mi accorsi che non era umana: le dita protendenti nascondevano degli artigli ben affilati, la forma fisiologica di un gatto in piedi .

Alzai lo sguardo e… aveva la mia faccia!

Cominciai a indietreggiare strisciando per terra mentre centinaia di risate avvolgevano il bosco .

“Su miei discepoli, basta! Non è questo il modo di presentarsi davanti al nostro ospite!” E le voci sparirono, ma rimasero gli occhi dietro alla nebbia a scrutarmi.

Poi di nuovo, riprese a parlare, con un tono leggero, quasi scherzoso:

” Non avere paura di Karelis, vuole solo aiutarti a rimetterti in piedi e portarti qui da me.”

“Voglio sapere perché sono qui e cosa volete da me!” tuonai.

“Non avere fretta dei dettagli… segui Karelis e avrai ogni risposta. Non ti mangerà… o, almeno, non sai se lo sta già facendo ahahahah!” chiudendo con una risata gutturale che sembrava infinita.

Karelis mi porse di nuovo la mano e cominciai a seguirlo.

Lungo questo viale alberato mi avvicinavo sempre di più alle luci sugli alberi e… avevano tutte il mio volto. Erano animali: gatti, volpi ,serpenti, scimmie, scorpioni, lucertole… tutte col mio volto. Ma avevano gli occhi scavati e neri. Come nelle statue di Subirachs a Montserrat.

Questo cammino mi sembrava un viaggio e, più mi avvicinavo, più non sentivo gli arti. Tutto diventò paralizzante e fuorviante.

Il cielo si chiudeva sempre di più, con rumori di fulmini caduti in lontananza.

Karelis, sentendo la mia ansia, mi sussurrò: “Non devi avere paura, lei la sente. Lei sente tutto. Qui sei dove sei sempre stato e non hai mai voluto vedere.”

Le sue parole mi lasciarono basito e fortemente dubbioso, ma non ebbi il coraggio di chiedere. Cosa avrà voluto dire? La guardai, e il suo ghigno divenne stranamente rassicurante. Ero pronto a qualunque cosa sarebbe successa.

Alla fine del viale, un alone oscuro si materializzò: era seduta su un trono alberato, con due creature ai suoi piedi. Le uniche che avevano materia.

Mentre mi avvicinavo, notai un giradischi spezzato a metà sistemato sul ramo di un albero, con la puntina che ticchettava sulla superfice .

Questo particolare mi distrasse e, quando rialzai gli occhi, la vidi in tutta la sua forma: una figura sinuosa, coperta da un lungo mantello scuro e Sette scorpioni ai suoi piedi. La testa coperta da corna di cervo, quasi come fossero una corona.

Karelis si scostò e mi fermai dinanzi a lei .

“Benvenuto in questo mondo. In questo mondo che ti appartiene da sempre.” esclamò.

In pochi secondi sentii la stessa frase ripetuta, come se veramente mi appartenesse. Ma non sapevo né dove né quando l’avevo vissuto.

“Chi sei ? Perchè mi tormenti ?”

Si fermò, mi guardò intensamente e, alzando la mano, mi disse:

“Non ti sto tormentando, ti sto solo facendo vedere una parte di te che non conosci. Ti ho portato qui nel sonno la volta passata per farti capire che quello che vivi quando sogni non sempre è irreale, ma corre con te. Ho voluto accendere una spia dentro di te, affinché cominciassi a interrogarti ma, nulla, hai voluto chiudere la faccenda, come se tutto fosse frutto della tua immaginazione! Persino per il graffio hai trovato una scusa! Voi umani, pensate di sistemare tutto sotto il tappeto e andare avanti! Per questo era mio dovere riportarti qui! Ora, sai che tutto questo non è frutto dei tuoi pensieri notturni perversi, ma solo della tua realtà.”

Gelai.

Tutto quello che sentivo era reale. Lo sentivo, lo toccavo con mano, anche il profumo del bosco era reale.

Cominciai a balbettare e riformulai la domanda ,cercando di mantenere una tranquillità apparente: “Chi sei?”

“Sento l’angoscia e la paura scorrerti dentro! Hai fretta di etichettare ciò che hai davanti ma non sei capace di dare una spiegazione a quello che ti è successo. Ebbene, prima di chiedermi chi sono, devi capire COSA SIAMO.”

E in quel tratto, rimasi magnetizzato dal suo racconto…

“Siamo tutto ciò che esiste dall’Alba dei Tempi. Quello che non è scritto sui libri con cui sei stato indottrinato. Viviamo ovunque e non ci vedi, portiamo nei vostri destini segnali che solo i saggi e i giusti sanno vedere. E questo Bosco è il TUO segnale. Il tuo Bivio. Il mio nome è Ereskhigal, il guardiano di questo mondo, il Bosco delle Futilità! Hai tanto da vedere, siediti qui, banchetta con noi e ti mostrerò la sua essenza!”disse, con voce soave e scandita.

Al pronunciare del suo nome, il giradischi vibrò una musica conosciuta, e, tutto intorno, si profumò di essenze dolcissime.

Mi fermai estasiato davanti a tutto ciò, e banchettai con loro .