FEAR IS THE KEY

Il percorso dal Pub a casa fu un caleidoscopio di pensieri. Aver scoperto lo scopo di tutto questo, finalmente, chiuse definitivamente i dubbi su tante situazioni emerse in questa incredibile storia e forse è stato un bene scoprirlo gradualmente. 

In questa esperienza, forse per la prima volta, ho avuto il piacere di esplorare i processi dall’inizio alla fine, senza dover ricorrere a scorciatoie ed essere scelto per cercare di evitare una “fine” mi rendeva orgoglioso e bramoso da una parte ma, dall’altra, portava a galla le paure di sempre.

Sarò in grado di sistemare questa storia? Avrò la forza di reggere tutto questo peso?

Erano queste le domande che mi rimbombavano nella testa, accompagnate da quella leggera pressione sul petto che si presenta sempre quando non sono sicuro di quello che devo fare e che cercavo di eliminare con il massaggio con il medio e l’anulare che pratico sempre in questi casi, sdraiato sul letto. Dopo un pò, mi calmai e riuscii a prendere sonno.

Il mattino seguente mi svegliai stordito. Dormii malissimo, con quel cerchio alla testa dato dai pensieri. Cercai di pianificare al meglio le cose. Chiamai a lavoro dandomi malato e, in questo periodo di Pandemia, valeva la legge del capo: “Se senti anche un leggero raffreddore, stai a casa!”. Preparai la borsa con le cose necessarie. Misi vestiti comodi, una camicia termica, degli scarponi da trekking e cercai la mia torcia. La cercai come un matto ma non era nel posto giusto. 

Sentii miagolare dal bagno: trovai Tyrion con una lanterna accesa in bocca, la stessa che trovai tempo fa piena di fango. 

Appena la presi, vi trovai un biglietto: “Questa ti servirà per entrare nelle Nebbie. Ereshkigal”. Sorrisi e la sistemai alacremente. Terminata la borsa, iniziai a studiare il percorso che mi avrebbe accompagnato in questo viaggio; non dovevo percorrere tantissimi chilometri, ma la parte della salita da Guardiaregia alle pendici del Mutria era la parte più dura, soprattutto per un trekker principiante come me.  

Dovevo tirare fuori il meglio per arrivare in cima, dove era segnato il rifugio di Māra. 

Sistemai tutto in macchina e mi avviai. Per arrivare nel punto esatto, dovevo andare direttamente a Sepino ma, visto il tempo favorevole, feci una deviazione per San Giuliano del Sannio, un comune situato a pochissimi chilometri dal centro Sannita. 

Lì avrei incontrato per un caffè Nicola, un mio caro amico archeologo, per chiedergli informazioni sulla montagna. 

Mentre percorrevo la strada, notai dei corvi appollaiati sui Guard Rail, starnazzanti; in Molise non è raro trovarli sui bordi delle strade, soprattutto nei mesi freddi, di primo mattino. La cosa davvero strana, fu vederne un paio picchiettare col becco i blocchi di pietra antichi utilizzati in precedenza come cartelli stradali. 

Accostai e mi fermai per osservarli meglio. 

Il loro ticchettare sincronizzato sembrava quasi scolpire la pietra lasciando un liquido voluminoso. Si accorsero del loro curioso osservatore e, improvvisamente, sì fermarono lanciando al cielo un latrato gutturale dai loro becchi. 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena ma riimasi sospeso a guardarli per un pò, immobilizzato dalla curiosità per quell’evento del tutto insolito finchè vidi che gli altri corvi cominciavano ad avvicinarsi.

 Preso dell’istinto, tornai in auto e scappai velocemente da quel posto mentre avevo l’impressione che lo stormo mi deridesse. 

Arrivai a San Giuliano cercando di calmare quel leggero spavento. Parcheggiai e trovai Nicola all’inizio della discesa che porta alla Piazza Principale.

“Ogni volta che ti vedo stai sempre più scoppiato!” disse salutandomi.

“Non potrai mai immaginare cosa ho visto arrivando!”

” Ahahah, Giusè, prendi fiato e me lo dici al bar, che ho bisogno di un altro caffè.”

Arrivammo al bar, salutai alcuni amici autisti che erano lì davanti e ci sedemmo al tavolo. La signora ci portò i caffè e un cornetto alla Crema ordinato da Nicola.

“Questo è per te che hai bisogno di dolcezza stamattina!” disse, ridendo con la sua solita ironia.

“E’ che mentre stavo arrivando ho visto dei corvi sul Guard Rail. Nulla di strano all’inizio, anche dalle mie parti se ne vedono spesso… ma non che picchiettino le pietre lasciandvi un liquido scuro. Quando si sono accorti che li stavo osservando, hanno richiamato gli altri con un grido fortissimo, quasi come quelli che piacciono a noi metallari. Sono arrivati tutti insieme e sono scappato correndo. Tutto qua.”

Lui cominciò a ridere, per poi spegnere  lentamente la risata in un ghigno serafico:

 “E’ da un pò di tempo che succedono cose strane nella zona. Scompaiono persone di colpo, ci sono stati ritrovamenti di alcune persone senza vita, sventrate nelle valli, senza occhi, con questi segni di picchiettamento continuo sui loro corpi. E, cosa ancora più strana, è trovare nello stesso posto, alberi che prima non c’erano.”

 E qui cambiò completamente la sua espressione. La mia, invece, si corrucciò sempre di più, ma mi sembrava di aver trovato una risposta. Non sapevo come Nicola avrebbe potuto reagire.

“Sono qui anche per questo. So che di te posso fidarmi e che potrai aiutarmi a trovare un senso a tutto questo. Ma devi ascoltarmi. Stanno succedendo cose perchè un nuovo ordine sta cercando di schiacciare l’ordine  naturale delle cose. Ti sembrerà strano tutto questo ma esistono veramente forze antiche che hanno vissuto nel corso della Storia a contatto con la nostra società, cercando di trovare gli adepti adatti a custodire i Cinque Tesori della Forza, nascosti secondo lo schema del pentacolo rovesciato. Loro vivono a contatto con noi in un sistema bi-dimensionale, dove il nostro terreno è uguale al mondo che è sotto di noi. Non è né Paradiso né Inferno ma un mondo al contrario, con le nostre stesse realtà, ma vissuto da creature orripilanti create da noi nel nostro quotidiano. Sono le nostre Futilità: vivono in un bosco, nel limbo tra questo e l’altro mondo. Ora la nostra esistenza è messa a dura prova dal Nulla, che vuole rubare l’energia della Terra e trasformare tutto in cenere e… Alberi.”

“Seguimi”

Così interruppe il mio discorso chiedendomi di accompagnarlo. 

Pagammo e mi portò allo scavo archeologico di una Villa Romana ritrovata in paese qualche anno prima e che, grazie all’Università, negli ultimi anni erano riusciti ad avere risultati importanti dal punto di vista dei reperti ritrovati.

“La Villa de Neratii

E proprio mentre ci trovavamo all’interno di un vecchia costruzione di pietre, cominciò a raccontarmi una storia:

“Quello che tu racconti è tutto vero. Incontrai delle persone straniere, le vedevo muoversi per il paese da qualche anno a questa parte, in periodo di scavo. Vennero a chiedere informazioni una mattina dicendo che erano studenti di Archeologia di Milano. La nostra professoressa, nonché direttrice degli Scavi, si accostò a parlare con loro quando le chiesero se fosse stata trovata una pietra preziosa negli scavi e dove si trovasse il Monte Mutria. Ad una risposta negativa, questi diedero in escandescenze asserendo con forza che lei sapesse. Mi avvicinai per separarli e li strattonai. Si allontanarono e notai come, nonostante ci fosse un sole cocente, non c’era ombra dietro di loro. Questa cosa mi fece riflettere tantissimo sul momento ma poi, preso dal lavoro, pensai ad altro. Quella sera, come era solito fare, rimasi per ultimo a sistemare gli attrezzi dicendo agli altri di trovarci al bar per una birra un’oretta più tardi. Fu lì che venni attaccato dagli individui della mattina, uniti ad un Essere pelato che aveva un occhio di rettile sul lato sinistro. Mi disse che sapevo dove fosse la pietra e che per la mia insolenza sarei stato punito. Dalle sue unghia sporgenti uscì un liquido nero che si posò sulle mie scarpe, nella zona delle dita. Successivamente, si insinuò dentro di me e sentii un forte dolore.”

Si tolse le scarpe e vidi le sue dita dei piedi: trasformate in pezzi di legno, quasi come radici di un albero!

Rimasi scioccato. “Mi disse -continuò- che ogni giorno pari i miei piedi si sarebbero trasformati in radici e, col passare del tempo, questa maledizione si sarebbe estesa su tutto il corpo. Ogni luna piena sarebbe cresciuta.” 

“Bastardi! Devono pagare per questo!”

“Devono pagarla, ho sete di vendetta per tutto questo! Anche se so che rimarrò come gli altri, devo riuscire a fermarli. Ho bisogno del tuo aiuto Pep.”

“E io del tuo! Abbiamo bisogno di trovare Māra alle Pendici del Mutria. Lei ci aiuterà e insieme proteggeremo il Lapis Lazulo Viola”

“Māra? Lapis Lazulo viola? Pensavo fossero leggende…”

“Ora, per quello che hai vissuto, puoi capire che non sono così… e il tuo bagaglio di conoscenza può servirci per salvare questo angolo di Terra dal Nulla!”

Fu così che ci preparammo per incamminarci lungo le pendici del Mutria, prendendo dal magazzino dello scavo alcune attrezzature: corde, moschetti, elmetti da minatore. Sapere di poter puntare su Nicola mi rese più sicuro sull’obiettivo di questa avventura ma, allo stesso tempo, era forte in me il desiderio di proteggerlo dalla maledizione che aveva subìto. Il nostro viaggio all’interno del Mutria stava per iniziare: arrivammo alle pendici del Massiccio, dove finiva la strada e cominciammo a prepararci per la scalata. In quel momento, uno stormo di uccelli neri ci volò intorno, a bassa quota, per poi tornare a salire. 

Li schivammo ed emisero un suono fortissimo dai loro becchi. Notai che non lasciavano ombre dietro di loro e ricordai le parole di Nicola.

Ci guardammo e cominciammo a salire, senza paura.

ORA CHE HO PERSO LA VISTA CI VEDO DI PIU’

Tornai da quella esperienza alla vita quotidiana come sempre ,dormendo e sognando. Eh già, tornare alla vita e sembrare come se non fosse successo uno dei miei leitmotiv di questi mesi “particolari”.

Il tutto nella più totale tranquillità, i sogni erano vivi e particolarmente placidi.

Essere seduti al mare e rimanere fisso a guardare l’orizzonte, senza che niente e nessuno riusciva a disturbarmi. Gli occhi attaccati al movimento delle onde e svuotare la mente. Questi sogni sembravano meramente attimi di meditazione infiniti. Un loop che desideravo non finisse mai.

Fino a che un simpatico felino non inizia a leccarti la faccia e tu, una volta aperto gli occhi ti guarda con quel musetto simpatico quasi a dirti ” Cazzo dormi? Ho fame ,altrimenti ti butto casa a terra”, e tu ,da simpatico cameriere , accetti e con amore gli dai tutto quello che vuole.

Ricominciai a lavorare più forte di prima, deciso di non pensare a nulla al momento, e in caso di chiamata avrei risposto “presente “. Le giornate passavano tra le risate in ufficio e i ritorni all’attività fisica. Diciamo che in questi mesi di chiusura la palestra è stata abbondantemente messa da parte. L’immobilismo del lockdown mi ha riportato ad aumentare di peso, e ora lentamente sto tornando a un piacevole ritorno a godermi un pò di sana “fatica”.

La sessione di palestra passò tra le fatiche di “recupero” tra un esercizio e un altro, le richieste di filmare il body builder intento a controllare i movimenti dei propri muscoli e i discorsi divertentissimi del Personal Trainer Raf. Tra New World Order ,discorsi sul cibo casereccio e prodotti “fit ” le sessioni volano via.

Oggi la sala era abbastanza frequentata di nuovi volti, e ogni tanto mi sembrava di essere osservato. Sapete, quella sensazione che qualcuno ti guarda con discrezione cominciava ad assalirmi. Finche non feci caso ad un ragazzo che mi scrutò facendomi l’occhiolino: in quel momento il suo occhio si colorò totalmente di nero, e sul suo bicipite uscì fuori un sigillo.

Avevo di fronte a me qualcosa che potevo vedere solo io.

Subito dopo scomparve.

Non mi sorprese più di tanto, stavo vivendo quasi ogni giorno la visione di presenze.

Finii il mio allenamento e uscii dalla palestra.

Lo ritrovai appoggiato al lampione ,come se stesse aspettando qualcuno. Sulla luce un altro a scrutare.

” Onore a te Prescelto”, disse

lo guardai sorpreso e risposi : “Prescelto? Chi è il prescelto?”

“Tu sei il prescelto. Non si torna dal Regno dei Morti senza essere Prescelti da qualcuno. Se poi quel “qualcuno” è la Regina Lilith non esiste altra “definizione”. Nel Bosco sembravi li per caso, ora so che nulla avviene avviene per caso.”

Il suo discorso mentre illuminava i suoi occhi di “bragia” arricchiva un’altra tassello a questo puzzle che sempre di più diventava ricco di sorprese. E sembrava sempre più non essere l’ultima.

“Eri nel Bosco?”

“Io sono una Creatura del Bosco e vivo dentro te da sempre. Sono cresciuto nella tua anima grazie alla tua capacità di tenere le cose per te : affetti, materialità ,rapporti interpersonali . Il mio Nome è Mammona, ed è mio onore servirti”.

In quel momento mostro la sua faccia e ricordai di averla vista nel bosco.

“Insomma tu sei una creatura alimentata da me stesso?”

“Esatto. Ogni “creatura” che possiedi dentro di te ,di ogni cosa che hai fatto nella tua vita ha una vita propria. Futilità, lussuria, Abuso mentale , ed eccomi ,Avarizia, sono forme reali che ti accompagneranno sempre. Puoi contenerci e non farci sparire, oppure valorizzarle, per vivere con consapevolezza.”

“Avarizia? Non ricordo di essere stato avaro in vita mia!”, risposi

Cominciò a ridere e rispose : “Non è un caso che sei all’inizio del tuo percorso, non sai nemmeno come sei ahahah, ma questo è un altro discorso. Sono qui per dirti che siamo qui per “servirti”, ma ricorda, non provare a scappare da questa realtà, i risvolti potrebbero essere molto dolorosi, per te e per tutto il resto che ti circonda”

Annuii e mi riavviai verso casa, non curante verso le sue parole. Sapevo di aver incontrato cosa? magari un demone come me che serve il Bosco e Ereshkigal? Sentii il bisogno di non aver bisogno di sedicenti amichetti aiutanti ,e in che modo potrebbero farlo? Non posso tornare alla mia vita di prima ,nemmeno se potessi quindi…passo e chiudo.

Dopo aver cenato mi riposai sul divano con la tv accesa, intento a guardare una serie prima di addormentarmi. “Supernatural” ,tanto per rimanere in tema. Sono da sempre un fan dei fratelli Winchester e delle loro peripezie sovrannaturali, anche se le ultime stagioni sembrano riempitivi più che altro.

Si trovarono in un bosco in cerca di un Wendigo, poi tutto di tratto sparirono dallo schermo ,rimanendo un fermo immagine del bosco. Mi avvicinai alla TV per vedere se era un problema di connessione ma nulla : bloccato.

Dalla tv in quel momento uscii una mano che mi prese per le gambe ,cercando di portandomi al suo interno. Mi lasciai andare e entrai in essa.

“Vi sembra il modo di tirarmi dentro? Non mi aspettavo il tappeto rosso ma nemmeno di essere scaraventato dentro una TV “dissi ridendo

“Siamo allegri oggi, Discepolo? Scusaci per i modi , ma Asmodeus non è per cose gentili, soprattutto la sua magia “

“Ereshkigal”

“Discepolo”

“Cosa ci faccio qui stavolta?”

“Questa è la tua casa ,anche se fai finta di non saperlo. Anche i Winchester lo sanno , ahahah”

Il clima era gioviale e cominciammo a camminare lungo il Bosco, e ci lasciamo andare in una chiacchierata distesa

“Ho saputo che hai incontrato Mammona, mi ha raccontato del vostro incontro e della sua proposta di fedeltà.”

“Sì,è stato gentile ,soprattutto a spiegarmi come funziona con “loro”. Non ho capito bene cosa intendeva con “servirmi”. Del resto credo che qui sia per imparare qualcosa, non per diventare qualcosa .”

“E’ lì l’errore. Se sei tornato dal Regno dei Morti è perchè sei per noi qualcosa. Le creature che tu hai creato sono le stesse che ti “servono” . Anche se sono state scelte “sbagliate” ,loro sono con te. Per aiutarti ad essere meglio di quello che hai creato e cambiare disegno nella Tela. Ti ho regalato il dipinto per quello,perchè ogni volta che seguirai il tuo interiore essa cambierà. Ma ricorda: abusare delle tue creature può portarti alla fine , contenerle a creare consapevolezza. Ma tutto questo lo capirai durante l’addestramento. E’ per questo che sei qui.”

“Cosa vuol dire Contenerle?”

“Vuol dire conviverci. Non puoi cancellare ciò che hai vissuto, ma puoi smussare il suo contenuto. Per quanto siano esseri spregevoli aiutano a trovare il significato nelle proprie azioni. Come ogni spirito oscuro ha una forme di luce in sé,e tocca a te capire trovarlo. Ma oggi sei per vedere con altri occhi “.

Tutto mi sembrava chiaro ,e al momento opportuno avrei capito il suo aspetto pratico. Ora c’era altro da imparare, e avevo tanta voglia di capire cosa.

“Gli occhi?”

Sì. Oggi in questo addestramento imparerai a vedere senza occhi. Non ne avrai bisogno. Sarà doloroso ma ti servirà.

“In che senso doloroso?”risposi

“Ricordi Giulio? Il gatto cieco che adoravi tempo fa? Lui nonostante non vedesse sapeva riconoscere le superfici dove viveva, dove appigliarsi per cercare un affetto sincero, dove mangiare. Tu diventerai come Giulio, cercando di capire come si vive vedendo solo un lungo sprofondo oscuro.”

“Perchè tutto questo?”

“Perchè tutto l’essenziale che ti serve di vedere non è negli occhi, ma nella tua Grazia. Voi umani stolti avete perso il privilegio di guardare al di là dei vostri sensi. Un buon discepolo deve saper guardare se stesso e tutto senza gli occhi. Deve saper guardare la parte sommersa dell’Iceberg.”

In quel momento mosse la mano verso di me e vidi una forte luce evocarsi. Sentii come strapparmi gli occhi dalle orbite. Finita la luce tutto diventò divento cupo.

Mi toccai la superficie oculari e non li sentivo più, tranne che un leggero rivolo denso accolse il mio dito . Sangue.

“Cosa mi hai fatto?”

“Ora tutto questo non ti servirà. Li riavrai a tempo debito. Ora seguimi in quel che ti dico e vedrai che ora senza vista vedrai di più. L’universo in tutte le sue forme.”

LOST IN MOMENTS

Fu difficile tornare a casa e riprendere la quotidianità.

Quello che avevo vissuto in quei giorni, in quel posto che mi mancava da sempre, fu una rivelazione. Assistere per la prima volta ad un rito di iniziazione, prendere coscienza di trovarmi all’interno di un Vortice più grande di me, mi aveva completamente spiazzato.

Non ho mai avuto un rapporto così forte con la spiritualità. Certo, in questi anni ho letto tanto, mi sono appassionato alle arti e alle discipline esoteriche, ma mai così vicine alla realtà. Rivedere la famiglia che mi aveva accolto anni fa lavorare così coinvolti nello studio e nella pratica delle arti occulte, a stretto contatto con una Dea Guardiano e le sue creature, da una parte mi straniva, dall’altra mi faceva sentire meno solo in questo scenario folle.

Prima di andare, salutai Francesca calorosamente e ci demmo appuntamento per rivederci. Mi avviai verso il ritorno, in questa regione che appena prima dell’estate si riempie di colori tanto contrastanti quanto affascinanti. È proprio in queste giornate in cui il vento fresco avvolge la natura che mi piace viaggiare col finestrino abbassato, ad annusare l’odore dell’erba e il rumore delle foglie. Quel piacevole “scrocchiare” che ti fa sentire un tutt’uno con l’Universo, dove la mente si estrania dal resto.

Fu così che feci una piccola deviazione a Carpinone, un piacevole paese dove al suo interno costeggia un fiume, da cui deriva il suo nome. Le sue acque placide mi avvolsero in questa passeggiata d’incanto. E, dopo aver sognato un pò, mi fermai a comprare uno dei miei formaggi preferiti: il Caciocavallo, ne vado matto. La signora che mi servì mi guardava in continuazione e cominciò a farmi alcune domande, chiacchierammo del più e del meno, sul perché fossi in quel paese. Quando sentii “siete forestiero?” mi rise tutto il corpo. Non in senso di derisione, ma forse perché è il termine che fra tutti identifica la nostra gente. Una frase che sa di antico, di tradizione, e sentirlo ancora rende più piacevole questa pausa.

“Secondo me dovete fare due passi alle Cascate, sicuramente troverete qualcosa per Voi” mi disse la signora prima di salutare. Annuii e proseguii verso le Cascate. Non ero mai stato in quel posto ma, in quel momento, tutto mi conduceva a loro. Attraversai un ponte in pietra e dall’alto ammirai tutta la sua bellezza: sentieri selvaggi e alberi impervi costeggiavano gole rocciose profonde, che esplodevano in corsi d’acqua fluenti, mai domi, dal color verde intenso. Scesi per avvicinarmi al sentiero, non segnato completamente e ammiravo, estasiato, ogni attimo di questo incanto. In lontananza, cominciai a sentire un rumore stridulo, come quello della ritrecina di un Mulino. Mi guardai intorno ma non vidi nulla. Continuai a cercare e il rumore diventava sempre più forte, intenso, quasi fossi al suo interno. Rumori di passi si susseguivano insieme a quel suono e decisi di scendere verso una delle Cascate. Mi specchiai nell’acqua e mi sciacquai la faccia: riflessa sulla sua superficie vidi una casetta, con una macina che girava.

Mi voltai e non c’era nulla.

Dal fondo dell’insenatura una voce femminile narrò: “Non sapevi che qui sorgeva un vecchio mulino?”

Una voce inconfondibile, che era diventata quotidiana e puntuale, quando meno me l’aspettavo. Ereshkigal.

Dal fondo della cascata vidi la sua sagoma quasi umana avvicinarsi nuotando verso di me, lentamente. Potevo scorgere il suo corpo umano completamente nudo, avvolto dagli scorpioni, con la sua chioma rossa inconfondibile. Continuò il suo discorso:

“I contadini scendevano qui dalle loro campagne per portare a macinare i loro raccolti. Era un luogo di lavoro, ma anche di festa e tradizione. Ogni raccolto macinato voleva dire “possedere qualcosa”, essere “ricco”, ma non nel senso che voi umani del XX secolo intendete. Essere ricco di qualcosa essenziale per il proprio sostentamento. Un sacco di farina equivaleva a dare da mangiare a famiglie intere. Quindi, alla fine del lavoro, diventava una festa, aggregazione di una comunità. Poi il progresso e la nuova tecnologia cancellarono questo modo di fare e alla morte dei proprietari finì la favola del Mulino. Rimase solo qualche rudere. Ora, quel rumore, risuona solo per chi ha il potere di vedere al di là dei suoi occhi. Quello che hai visto non è il frutto di fantasmi, ma di quello che vive intorno a te”.

Alzò la mano e sentii dei passi sostenuti dentro di me. Erano i contadini, con gli occhi ricoperti di nero, vuoti, con delle torce in mano. Mi ritrovai circondato da loro, ma non avevano intenzioni bellicose. Uno di loro prese la parola:

“Tu sei un nuovo guardiano e noi ti rendiamo visita. I nostri occhi sono i tuoi occhi e solo quelli come te possono vederci. Prendi in dono il segno della Nostra riverenza!” Mi fece aprire la mano sinistra e posò la fiamma della sua torcia sul mio palmo. Sentii per un attimo un dolore atroce, che poi scomparve. Assieme a loro.

Non vi era alcuna traccia di quella azione sulla mia mano, ma sentii solo un forte stimolo a cancellare via ogni controllo.

Mi immersi sulla riva dell’acqua sedendomi come se fossi in meditazione , chiusi gli occhi e lasciai andare i pensieri. Il fruscìo dell’acqua accarezzata dal vento mi avvolgeva in questo moto perpetuo con la Natura. Mi persi nel profondo dei miei pensieri: vidi una luce lontana per un secondo fugace per poi guardare qualcosa di familiare: le mie sconfitte, i miei silenzi, le mie percezioni diventate realtà, la tristezza, episodi di vita apparente in cui dimostravo di essere qualcosa. Qualcosa che non era Me. Mi ritrovai con il corpo immerso nell’acqua, quasi come stessi facendo il morto “. Vidi una torcia splendere nel fondo della sorgente.Fui risucchiato da quelle immagini e scaraventato sulla riva.

Successivamente Ereshkigal cominciò a parlare:

“Quando ti portai la prima volta nel bosco non avevi volto ed eri così spaventato da tutte le creature che ti guardavano bramose con la tua faccia. Sei così perché nell’Universo sei un passaggio nel Vuoto. Tutti gli umani lo sono, ma pochi sanno goderne l’Essenza. Quello che hai visto in quegli attimi di meditazione non è altro che lo specchio della tua Vita fino ad ora. La consapevolezza del Marcio. Ma allo stesso tempo hai il dono di poter guardare al di là del terreno, di percepirlo, di viverlo. Un Furor Divinus che ti rende sensibile ai nostri occhi. Quel passaggio nell’Abisso dentro te è la tua salvezza per poter vivere con quello che hai e non per quello che vorresti essere. Ora non c’è più spazio per le parole, ma solo per il silenzio. Sfruttalo.”

Scomparve alla mia vista.

Rimasi lì ore a guardare fisso quella Cascata. In silenzio, in totale solitudine col mondo esterno.

Quando ormai il Tramonto passò, tornai verso la mia auto per ripartire. La signora dei formaggi mi salutò da lontano con gioia.

Mi girai verso il sedile posteriore e notai qualcosa di nuovo: il Quadro della bottiglia nel Fiume.

Con la luce sempre più fioca.

EATEN

Il messaggio lasciatomi da Ereshkigal e dalle Creature della Futilità mi convinse a entrare finalmente in questo percorso strano e al tempo stesso stimolante. Non per le minacce ricevute: tutte queste visite fantastiche, tutte queste entità che sono entrate nella mia vita come un fulmine a cielo sereno stavano lentamente aprendo una consapevolezza nuova. Anni di ascolti di dischi maleodoranti di zolfo, sporchi, con quei testi così filosofici ma allo stesso tempo nichilisti, avevano creato in me una sorta di dimensione onirica platonica, dove rifiugiarmi nei momenti più cupi. La mia Attitudine nell’Oscurità era tutta qui: lavorare su me stesso chiudendomi in un bunker fantastico ma pieno di tanto realismo. Questo modo di fare mi ha aiutato tantissimo in questi giorni di vuoto e di blocco totale di questa Quarantena, come se quei dischi che ne parlavano trent’anni fa fossero diventati realtà. Non ho sentito il bisogno di piagnistei inutili per attivare la mia attenzione, anzi, questa realtà ha posto in me notevoli stimoli a realizzare le cose più disparate. Tutto ciò che era accaduto, però, era veramente troppo. Ho avuto la conferma che parte di quello che avevo sempre letto o immaginato esiste veramente. Anche se non li vediamo ci camminano accanto come sentinelle guardinghe. Ci mandano segnali, anche bruschi, che il più delle volte non riusciamo a captare troppo presi dalle nostre vite, troppo presi a tentare di impressionare, ad usare gli “effetti speciali”. Perdiamo di vista la nostra Essenza per cercare, alle volte, relazioni forzate, nelle quali si cerca di essere qualunque cosa.

Ma realmente siamo tutto questo?

Questi pensieri attanagliavano la mia mente mentre cominciavo a preparare i bagagli per questo viaggio tanto inatteso. Dvevo capire dove Ereshkigal mi stava portando ma, soprattutto, si stava generando in me una battaglia interiore senza pari. Sapete quel ronzio ossessivo tra il cuore e lo stomaco che si manifesta quando non siete sicuri di qualcosa e cominciate ad aver paura?

E questa mattinata di Maggio, con la Quarantena ancora via e questi pensieri premevano ancora di più in me la necessità di andare a fondo alla questione.

Già, proprio quello.

La sera prima sentii Francesca, una delle figlie minori della proprietaria della Country House per prenotare il mio soggiorno. Sinceramente, non ricordava chi fossi, finché non gli raccontai di quello stage universatario dei primi anni 2000. Da lì cominciammo a parlare del più del meno, dei genitori (a me tanto cari) scomparsi e ci aggiornammo per risentirci durante il tragitto. Era piacevole tornare a guidare lungo le strade della mia regione, tanto bistrattata quanto selvaggia. La diga del Liscione, la serpentina iconica della strada sospesa sul lago, il verde incontaminato, il profumo dell’erba mattutina… quanto mi erano mancati!

Questi mesi lontano da tutto avevano ovattato ogni pensiero sensitivo verso la Natura.

Sentire l’odore dell’aria e dei primi caldi di fine Primavera stava risvegliando in me una sorta di apparente serenità. Più ci si addentra nel mio caro Molise, più si ha la sensazione di vivere una delle massime più importanti di Francesco Jovine, uno dei maggiori pensatori regionali:

“Il Molise è per me un sogno. E’ un mito tramandato dai padri e rimasto nel mio sangue e nella mia fantasia.”

Quelle sensazioni di vivere una terra dimenticata quanto incontaminata, di un territorio drammaticamente quasi spoglio da quel progresso ossessivo e ostentato praticato ovunque, sa di qualcosa di unico e riconoscibile, al di là dell’aspetto fortemente campanilistico. Quando attraversi la strada che porta all’Alto Molise, con quelle colline e paesaggi aspri, sembra di vivere una Fiaba di Andersen, di quelle che il piacere di quello che vivi è senza tempo, esclusivo, ma che nasconde sempre un amaro finale. Quello che ho sempre creduto è che ogni cosa ha il suo prezzo da pagare, e, questo viaggio, per me, stava diventando un mix tra domande esistenziali e piacevole goduria di tutto questo ben di Dio.

Gli ultimi chilometri prima di arrivare sono quasi tutti tornanti di montagna con una parte finale in sterrato, prima di entrare nel bosco. Dopo aver iniziato a salire, notai sul bordo della strada luci intermittenti che sembravano avvisarmi. Una volta passate, assumevano le forme di esseri ghignanti, con occhi di fuoco. Il pensiero non fu spaventoso, forse per la prima volta dall’inizio di questa storia… solo che erano profondamente diverse da tutto ciò che avevo incontrato fino ad ora!Continuai per la mia strada, le luci intorno a me, pian piano scomparvero e tutto mi sembrava il segnale che ero sulla strada giusta. Entrai nel bosco e lentamente scesi verso quella casa, e tutto sembrava intensamente placido e tranquillo. Come quasi vent’anni fa.

Francesca mi accolse dolcemente e, tutto questo tempo sembrava non essere passato per lei, era semplicemente uguale per lei. Mentre parlavamo mi fece vedere la stanza, la stessa di quando restavo lì in estate.

La prima battuta che mi uscì dalla bocca verso di lei fu molto eloquente: “Scommetto che dietro la finestra passano gli stessi cinghiali del 2001! ” esclama, ridendo fragorosamente. Lei, comprendendo quello che volevo dire rise, ma non rispose.

Dopo essermi sistemato scesi nella casa più grande per prendere un caffè in sua compagnia. Questo stabile è formato da due case in due porzioni di terreno differenti. La prima è la casa dei proprietari, all’interno del bosco. Rustica, in pietra, resistente, con due piani abitativi e lo studio del miele del signor Nicola, padre e proprietario della country house. La seconda, invece, è la “casa maggiore”, quella delle stanze riservate agli ospiti, del salone da pranzo enorme con il suo camino grandissimo intarsiato in legno e il soppalco dello studio, dove c’è il centro prenotazioni. Al suo interno, la cucina professionale semplice, tipica dei posti di montagna. Io soggiornavo nella parte superiore, quella della famiglia e mi riempì di orgoglio avere ancora questo onore, dopo tutto questo tempo.

Francesca sembrava radiosa e felice di questa visita, e, mentre preparava il caffè, mi raccontò un particolare: “Quando hai chiamato non riuscivo a capire chi fossi, poi, piano piano, ho focalizzato… alla fine sei stato l’unico stagista che abbiamo avuto ahaha. Quando pensavo dove sistemarti mi sono ricordato le parole di mamma Ester: un giorno saresti tornato e avresti avuto il tuo posto di sempre. La stanza viene da questo. Cosa ci fai di nuovo qui, in questa landa desolata ?”. Il discorso mi inorgogliva ancora di più, soprattutto questa parte di ricordo della signora Ester, tanto cara, come una seconda mamma. “Cerco un pò di silenzio e di quiete. Questo periodo di quarantena ha portato in me tante soluzioni nuove ma allo stesso tempo tante domande a cui trovare una risposta. Questo mi sembra il posto giusto per cercarle.”. Il suo viso diventò sorridente e disse: “Può darsi che quello che cerchi sia già in fondo al tuo cuore, questo silenzio può rigenerarti per ricominciare al massimo tutto il resto!”. Nel frattempo, arrivò suo figlio Daniele, oramai sposato e con figli. La sua immagine di funghetto di vent’anni era sparita totalment, nascosta in una barba seriosa e dall’aspetto saggio. “Nonno Nicola e nonna Ester sarebbero stati felici di vederti qui. O, forse, lo sono anche adesso.”

Cominciammo a ricordare gli aspetti più buffi e piacevoli di quelle estati, di quello che accadde dopo, finché Francesca cominciò a parlare della loro morte. “Sai che papà aveva una forte passione per la pesca. In quell’inverno andava al fiume ogni domenica e vi restava tutta la giornata. Anche quando nevicava. Un giorno, decise di andare anche se il tempo era brutto. La tormenta aumentò la sua intensità e non lo vedemmo tornare. Andammo a cercarlo nel fiume e non lo trovammo. Perlustrammo il bosco e niente ci dava adito della sua presenza. Smise di nevicare ma nulla. Per tre giorni proseguimmo senza sosta. Nulla. Finché una mattina, il nostro gatto iniziò stranamente a camminare davanti a noi come se volesse guidarci. Ci portò al fiume e lo trovammo lì, stramazzato al suolo, con la bocca aperta e senza occhi. Fu un’immagine terribile per noi. La mamma impazzì. Tre mesi dopo la trovammo senza vita nel bosco. Non aveva più senso per lei vivere.”. A questo raccontò rabbrividii e cominciai a riflettere su diversi aspetti dei giorni passati. La morte del signor Nicola, la sua scomparsa, il modo… mi inorridì e allo stesso tempo mi fece fare mente locale. Dopo un breve periodo di discorsi rassicuranti ci salutammo per riposare, dandoci appuntamento alla sera per la cena nel salone.

Tornai nella mia stanza, mi addormentai di sasso e una luce infuocata nel sogno mi sussurrò:

“Vai al fiume, troverai la tua luce”.

Mi svegliai di colpo. Mi guardai attorno per capire se ci fosse qualcuno e vidi che ero solo. Dopo tutti questi avvenimenti sembrava normale guardarsi alle spalle. Mi addentrai nel bosco e mi feci guidare dalla sua essenza meravigliosa. Ogni passo sembrava scandito e piacevole. Cercai di viverlo in ogni sua parte e più lo facevo più affioravano ricordi. Passati e presenti. Arrivai al fiume, mi abbassai sulla sua riva e ammirai la sua acqua limpida e cristallina. I pesci intorno sguazzavano leggiadri e felici. D’improvviso, scorsi una luce ambrata sul fondo che lampeggiava. Mi avvicinai sempre di più e vidi una canna da pesca adagiata sul suo letto. Mi allungai per prenderla, non riuscendoci cercai di addentrarmi nel fiume e, una volta entrato, vidi che quel fascio si stava trasformando in tante piccole luci, come tanti occhi infiammati. A questa vista, abbandonai ogni voglia di recuperare la canna da pesca, mi voltai e iniziai a correre. Caddi poco dopo, mi guardai indietro e il fiume sembrava placido al passaggio. Davanti a me un albero marchiato da una lettera: F. Tutto mi sembrò tornare familiare, ricominciai a correre e tornai nella mia stanza. Se, da una parte, l’aspetto sovrannaturale iniziava a prendere il sopravvento, dall’altra non volevo fermarmi qui e scappare. Se ero stato mandato qui, un motivo c’era, anzi forse, gran parte delle risposte che Ereshkigal voleva indicarmi iniziavano da qui. La canna da pesca, il fascio di luce nell’acqua, gli occhi infuocati… erano tutti segnali di qualcosa? Mi ricollegava alla morte del signor Nicola? Mentre mi domandavo mentalmente questo, mi ripulii e mi risistemai nel letto. Sentii come una carezza sul viso, ma non c’era nessuno. Mi rilassai un pò e mi preparai per la cena. Vi erano presenti tutti: Francesca, suo marito, i loro figli e un’amica di famiglia, Giada, con il suo compagno, Roberto.

Il profumo che veniva dalla cucina era inebriante, sapeva di prodotti della terra e di carne alla brace. Le pappardelle alle verdure e funghi arrivarono in tavola accompagnate dal tartufo da grattugiare sopra. Essendo una buona forchetta, non lesino di questi sapori afrodisiaci, approfittando di tale godurioso prodotto. I discorsi si intrecciavano tra ricordi e racconti del posto finché Giada mi chiese di come trovavo lì e quali sentimenti muovevano dentro di me questi posti. Il vino cominciava a farsi sentire quindi i discorsi diventavano molto enfatici: “Per tanto tempo ho riposto questo luogo nel cassetto dei ricordi. E’ stata la mia prima esperienza fuori casa, con persone che mi hanno formato e trattato come uno di famiglia. Ho appreso tanto da loro e da questo posto. Poi si sa, la vita ti fa fare giri strani e ti fa dimenticare di quello che è avvenuto. C’è sempre qualcosa che ti fa tornare e sono qui, ora. E sarà difficile staccarsi di nuovo”. “Questa è sempre stata la tua casa, e sarà sempre parte di te. Ciò che ti fa tornare qui è ciò che forse hai sempre cercato. Lo è stato anche per me.” disse Giada sorridendo. Dopo la brace e i suoi contorni, arrivò la specialità di Francesca: una torta con marmellata di fichi e crema. La stessa che la signora Ester ci preparava. La serata finì con l’Idromele versato come digestivo. Un dettaglio adorabile che, allo stesso tempo, mi fece ripensare a quello dell’ “altro” bosco. Andai a dormire felice e con uno strano sentore di euforia. Crollai poco dopo.

Nel sonno, sognai: fiaccole accese nel bosco che si accendevano ai bordi del sentiero come fosse una passerella.

Mi svegliai e sentii un odore acre fuori. Fumo. Mi affacciai alla finestra e vidi le fiaccole sistemate e rumori tribali in lontananza. Mi vestii e uscii dalla casa. Attraversai quella passerella di fiaccole e gli alberi cominciarono ad animarsi: ogni albero che superavo incendiava i suoi rami superiori. Qualcosa stava succedendo. Alcuni di loro, al mio passaggio, posarono i propri rami in segno di inchino,e, la mia faccia sorpresa, si accese di curiosità. Mi addentrai sempre di più nel bosco e notai un grosso fuoco al centro. Era il luogo dove di solito mangiavamo d’estate, in totale libertà. Ora era pieno di fiaccole e, più mi avvicinavo, più quello che vedevo diventava sempre più incredibile: decine di persone nude che danzavano intorno a un grosso falò insieme agli animali che facevano lo stesso, alberi infuocati e un altare.

Notai Giada e Francesca con un calice in mano che mi tesero. “Unisciti a noi, questa cerimonia è in tuo onore”.

Senza dire una parola ma sconvolto nell’animo, li seguii. Anche stavolta, vi erano tutti: i figli di Francesca, il compagno di Giada, persone sconosciute con una maschera di animale, tre strane figure con mantello dietro l’altare .

La prima la riconobbi quasi subito dal suo tono di voce. Ereshkigal.

Si girò e si mostro in una forma umana splendida, con capelli rossi coperti dalla corona di cervo e con i sette scorpioni che si muovevano su tutto il corpo. “Pep, hai seguito i miei consigli e ora sei qui. Durante il tragitto abbiamo voluto mandarti un segnale e, diligentemente, hai proseguito. Poi abbiamo voluto farti vedere qualcosa nel fiume ma era troppo presto per uscire allo scoperto. Ora hai tutto per capire appieno il tuo scopo qui. Prima però, voglio presentarti due persone”. Entrambe si girarono, mostrando il loro vero volto. “Siamo felici di ritrovarti ancora qui, sapevamo che un giorno ti saresti ricongiunto a noi” dissero, con tono evocativo e felice . Erano il signor Nicola e la signora Ester. Come li lasciai vent’anni fa. Il mantello nero che li rivestiva aveva un cappuccio aperto, come quello dei maestri alchimisti. Rimasi colpito da questa visione, piansi di gioia e chiesi: “Tutti questi segnali mi hanno portato a voi. In questo momento non so se sto parlando con degli spiriti che si stanno divertendo o con voi, ma sono felice di rivedervi.” “Comprendiamo che può sembrarti strano vederci così dopo che hai saputo della nostra morte, ma siamo noi in carne e ossa. Tutto quello che vedi qui non è frutto della tua immaginazione ma il nostro spirito è rimasto sempre vivo qui. Questo è il giardino delle nostre Anime, della tua Anima. Ereshkigal è sempre stata con noi, anche quando c’eri tu. Ha insegnato a noi l’arte della Magia e del risveglio interiore, ci ha aiutato a vivere meglio con i nostri “mostri”, quelli che vivono anche dentro di te e che già sai come possono comportarsi.”. Attento a quello che stava avvenendo, chiesi: “Cos’è questa cerimonia?” “E’la tua cerimoniona di iniziazione nella quale entri a far parte della Congrega del Bosco delle Futilità.” “Il Bosco delle Futilità?” “Sì. Non te lo ricordi? Il nostro bosco non è altro che la rappresentazione dell’altra dimensione. Ciò che è sopra è sotto. “As Above so Below .”. In quel momento, la trasposizione del sottosopra era netta alla vista: riuscivo a vedere il passaggio nell’altra dimensione, come se ci fosse una scala a collegarli. “Ma ora, bando alle ciance -rispose- il tuo giuramento nel sangue ti ha dato il marchio di quello che stavi per iniziare. Stanotte avrai tutti gli strumenti per cercare di salvare la tua Anima dalla tua futilità. Gli spiriti che vivono dentro te sono creature silenti e mangiano la tua Grazia piano piano. Qui imparerai come conviverci e tornare a vedere al di là della Nebbia.” In quel momento scese quello strato che mancava ai miei occhi da un pò: quella nebbia impentrabile.” “La vedi? -disse il signor Nicola- alla vista sembra invalicabile, fastidiosa, temibile. Ma alla fine può diventare la tua migliore amica. Prova a camminarci dentro.” Accettai e vidi che, una volta iniziato a oltrepassarla, il suo Spirito interno si incendiò e mi respinse. “Questo succede perchè hai dimenticato come vedere attraverso gli altri sensi. Comportandoti superficialmente, pensando come un essere apparente. La Nebbia sarà la tua barriera finché non tornerai a comprendere come vedere!” “Come posso fare ?” chiesi. “Ora devi solo ascoltare e farti guidare. Forse quel che vedrai non ti piacerà, ma sarà tutto uno specchio di quello che ti toccherà se disobbedirai ai nostri ordini. E’ un cammino duro dove il dolore ti entrerà dentro ma ti aiuterà tornare splendente e a camminare in equilibrio nella tua oscurità.”

In quel momento, dal fondo del bosco, arrivarono diverse creature con delle fiaccole. Riconobbi Karelis e alcuni che mi avevano fatto visita nel ventre la volta passata.

Con loro trasportavano, a spalla, tre persone. Gente che conoscevo, che aveva fatto del positivismo e della spiritualità a tutto spiano uno stile di… business. Furono condotti ognuno al proprio albero e legati.

“Cos’è questa storia?”dissi

“Queste persone hanno avuto, in passato, segnali per redimersi, sono entrati in contatto con il Bosco delle Futilità e le sue Anime, hanno seguito il loro percorso, appreso gli insegnamenti del circolo oscuro del Bosco ma, ad un certo punto, al posto di cercare di salvare loro stessi hanno creato un sistema su cui lucrare, mancando di rispetto al nostro Consiglio, pensando di poter fare tutto alle nostre spalle. Loro saranno il tuo piatto sacrificale per l’iniziazione!” “No,non voglio che facciate loro del male! Possono avere una seconda opportunità!” urlai di fronte a loro. La risposta della Signora Ester fu inequivocabile: “Hanno avuto miriadi di opportunità per uscire da questa storia ma hanno preferito proseguire per la loro strada ignorandoci, facendo finta che saremmo rimasti lì a guardare. Una cosa è severamente vietata in questo luogo: tramandare le nostre Arti per un fine ancora più futile, quello della Materialità. Loro hanno trasgredito, disinteressati del fatto che quello che stavano facendo non curava nessuno, solo la loro ingordigia!”

“Cosa hanno commesso?”

“Hanno venduto le nostre Arti per generare denaro, vendendo servizi ad altri che non hanno mai compiuto, spacciandosi chi per essere un essere “spirituale” capace di entrare in contatto con entità per curare gli altri, altri, invece, hanno svolto il passaggio di “guida positiva” solo per fini lucrativi. Queste sono Arti magiche che hanno un valore supremo e devono rimanere tali nell’Essere che le accoglie, senza aver bisogno di creare un circuito di divulgazione. Invece, loro hanno voluto diventare dei ciarlatani, pensando non solo di raggirare noi, ma soprattutto chi li ascoltava. Questo non si può più transigere. Tu stavi per diventare tutto questo e dentro di te bramavi per questo. Ora stai a guardare, tutto questo sarà linfa per te!”

Ereshkigal fece segno alle anime presenti di avvicinarsi a loro: ogni gruppo sceglieva la propria carneficina. Si avvicinarono e cominciarono a mordicchiare il ventre e il collo dei ciarlatani e posarono un calice ai loro piedi. Le grida delle vittime si mischiava al rumore delle Anime che mangiavano la loro carne. Arrivarono nel luogo della loro Grazia ed estirparono quel sacro nettare. Giada e Francesca raccolsero i calici pieni di sangue e le loro essenze, le portarono sull’Altare, le unirono al loro sangue e all’Idromele. Lo bevvero e mi invitarono a fare lo stesso. “Il prezzo del loro sacrificio sarà l’inizio della tua sfida contro la Nebbia. La sfida dei tuoi sensi nella Natura!”

Non ebbi la forza di fermarmi dinanzi a tale orrore, proseguii spedito ad accogliere il nettare promesso. Lo bevvi e Ereshkigal pronunziò tale anatema:

“Ogni notte, tornerai qui insieme a noi e inizierai ad apprendere le tecniche degli Alberi. Vedrai senza la vista, sentirai senza l’udito, imparerai a parlare senza la lingua, godrai senza quello che ti serve. Questa notte ti sei unito a noi, agli Spiriti della valle dell’Oblio, e, come noi, osserverai le nostre Leggi. Ora gioisci e festeggia tutta la notte!”

Tra corpi mutilati, spiriti famelici e persone festanti, un ambiente degno del peggior horror mai scritto.

Solo che, sullo schermo, c’ero io.

EXERCISES IN FUTILITY

Il Bosco si stava preparando per il grande banchetto di Benvenuto e sembrava che fossi felice di quello che stava succedendo.

Vivere una storia così, degna di un libro di terrore, a quel punto non mi dispiaceva, anzi, creava in me una strana curiosità. Le domande erano tante ed ero pronto ad andare fino in fondo a questa faccenda.

Certo, sedersi a banchettare con dei mostri con il mio volto deve essere proprio una cosa particolare… pensai.

Dopo il discorso, Ereshkigal scomparve lungo la radura e le creature con lei. Il cielo si schiarì e le stelle uscirono fuori in tutta la loro Bellezza infinita. Potevo vederle tutte, in un’ atmosfera naturale magica.

Mentre le guardavo sentii un rumore di passi che si avvicinava sempre più.

L’alone delle creature tornava verso la radura del bosco in maniera massiccia, portando tutte insieme, come formiche, qualcosa di pesante. Era un tronco, spogliato dei suoi rami. Da un cespuglio nei pressi del tronco fecero uscire un tavolo in pietra scura, di un colore che avevo già visto prima . Non capivo il perché di questa cosa, ma guardavo curioso i preparativi. Una volta posato a terra, si sentì una voce dal profondo rimbombare la foresta declinando una frase :

Sol Austan !”

In quell’ istante, le punte dei rami degli alberi si accesero, come se fossero candele. Il cielo, che stava per essere assorbito dalle Tenebre, trovò la sua Luce.

L’immagine del fuoco sui rami mi sorprese, facendomi rimanere strabiliato da questo gioco di luci. Non era solo questa magia a colpirmi, ma un particolare di esso: gli alberi non venivano consumati dal fuoco, ma le fiammelle rimanevano costanti a bruciare.

Nel frattempo si sentiva un odore familiare venire dal fondo della pianura: Arrosto. Quel profumo irresistibile di carne arrostita mi fece venire un gran appetito, tuttavia seguivo con tranquillità apparente questo momento stranissimo.

Alcune creature si misero in due file parallele come se fosse una parata, ognuno con una torcia in mano.

Mi misi di fronte a loro per guardarli. In lontananza notai un alone scuro che lentamente scendeva verso di noi. Riconobbi il suo mantello e, mentre passeggiava, il suo volto.

Arrivava anche lei, con la sua torcia, in maniera lenta e sinuosa.

Fui invitato ad a prendere posto all’estremo del tavolo, a sedermi. Lei fece lo stesso dall’altra parte. Alcune creature si sedettero intorno, sembrava una cena tra amici . L’ultima schiera arrivò con le pietanze: da una parte vi era carne arrostita, dall’altra, brocche con una bevanda giallognola. Ereshkigal aprì il banchetto ed era assurdo tutto quello che stava succedendo: decine di miei volti attorno a me che mangiavano con ingordigia, e io ero lì e ricevevo gli sguardi di una Dea dall’altra parte della tavola.

“Non ti ricorda nulla questo momento ?” disse.

La guardai esitante, come se stessi aspettando un suggerimento .

“Davvero non c’è nulla che ti fa tornare in mente qualcosa? Voglio darti una mano… era un Agosto di tanti anni fa, dove per la prima volta affrontavi qualcosa veramente da solo, lontano da casa. In una casa di campagna, dentro un bosco. Quella sera di metà Agosto i proprietari, come ogni anno, organizzavano una cena con gli amici più stretti. Agghindavano gli alberi con luci artificiali, come se fosse festa. Eri così spensierato ed eccitato di viverti questa esperienza! Ti divertivi alla cena ,ti sentivi parte di quella nuova famiglia che ti aveva accolto a lavorare. Non ti dice nulla?” Rimasi a bocca aperta… Il ricordo della prima estate post universitaria tornò nella mia testa e, seda una parte cominciavo a trovare una punta di senso in tutto questo, dall’altra cominciavo a sentire un profondo brivido freddo sulla schiena . “Ora ricordo, ma non c’erano le fiamme. Ma tu come fai a sapere tutto questo?” dissi, ridendo nervosamente.

” Io? Io ero lì. Ricordi quel gatto che chiamavi Briciola, che veniva spesso a strusciarsi addosso a te, che dormiva con te? Io ero lui. Eravamo tutti lì, ma non potevi saperlo ahahahah. Ma non è tutto… ora guarda bene tutto questo e saprai risponderti su dove sei”. Sconcertato! Ricordavo bene quel gatto e quanto mi dispiacque non rivederlo, tanto mi ero affezionato a lui. In un attimo, tutto tornò a galla e quel posto nascosto nel fondo dei ricordi diventò qualcosa di reale.”Vedi -continuò- quando ti dissi che l’avevi vissuto, non era di certo in un sogno perchè, questo Bosco, non è altro che quel posto. In un’altra dimensione. “

“Cosa vuoi dire?”

“Che sei sperduto nel Cosmo ma così vicino alla tua realtà. E’ solo dopo averti insegnato a vedere che capirai il perchè .”

Tutta questa vaghezza nulla cominciava a infastidirmi così, chiesi con insistenza: “Ma cos’è tutto questo? Perchè proprio me? Basta con questi giochi!” sbattendo i pugni sul tavolo.

“Questa angoscia di dover capire tutto e subito ti accompagna da sempre sai? La realtà è che non vuoi imparare a vedere. Per questo sei qui, perchè hai smesso di vedere quello che sei. Hai smesso di ascoltare il battito dei segnali che il tuo contenitore ti suggerisce. Sei diventato il rozzo suono della latta che cade sul pavimento! Per questo sei qui, per dare un risposta a tutto quello che sei diventato!” Queste parole entrarono in me come un coltello e di colpo, mi zittii. “Io lo sento il tuo disagio, e lo comprendo -disse- di certo tutto questo è qualcosa che non puoi spiegare quando tornerai nella tua realtà. Ti prenderebbero per matto! Ma vedi… sei stato portato qui per uno scopo. Noi abbiamo viaggiato accanto alla tua Anima da sempre, nei modi più disparati possibili, abbiamo notato i tuoi incidenti di percorso, i tuoi compromessi continui, il tuo accettare. I tuoi fallimenti. E tutto questo ti ha portato qui. Dove tutto diventa materia e linfa. L’Oblio che diventa Cura. E tutto quello che vedi seduto accanto a sono parti di TE.”

“Perchè sono parti di me? Cosa rappresentano?” risposi

“Non sono nient’altro che le tue anime futili, che diventano materia. Ogni figura che vedi con il tuo volto ti accompagna ogni giorno della tua vita. Sono le tue Futilità, i tuoi pesi, le tue apparenze, plasmate in carne e ossa.Ogni momento della tua vita loro vivono invisibili, succhiano la Grazia dalla tua Anima, e diventano parte di essa.” Rabbrividii, mentre le creature mi guardavano fameliche e schernenti ,ridendo di gusto .

Cercai di alzarmi dalla tavola ma non potevo. I miei piedi erano ancorati al terreno, un ramo dal sottosuolo li stringeva. Ero bloccato. Con queste creature che diventavano sempre più oscure avvicinarsi verso di me. Le sentivo addosso, fino a che sparirono, di colpo, come in un gioco magico.

Ereshkigal tirò fuori la sua risata gutturale, dicendo :

“Vedi, questo è tutto quello che le Futilità fanno a te ogni volta che decidi di esercitarle. Mangiano il tuo spazio vitale, vivono per te, mentre la tua essenza viene relegata a spettatore, nel fondo del tuo abisso. Voi umani siete un esempio vivente di tutto questo. Passate la vita a farvi indottrinare, convinti di essere menti superiori, dotati di un estro particolare. Praticamente dei supereroi eletti ahahahahahahahahahah. Crescete con l’illusione di un entità che vi protegge ,che vi guarda dall’alto. Non cercate la sua esistenza perchè, tanto, “lo dice un libro”. Proseguite il Vostro cerchio vitale cercando di non vedere quello che succede, continuando a farvi indottrinare, dal vestire all’Essere. Passate da un libro che raramente avete letto nella sua essenza a mezzi che continuano a portarvi su una strada: l’uniformità. Vi dicono come camminare, come vestire, come riprodurvi… e voi proseguite senza sosta. Condividete istantanee virtuali col mondo mostrandovi sorridenti e felici. E sai cosa vedo il più delle volte? Una maschera. Uno scheletro triste. E voi vi chiamate animali razionali superiori? Io vedo solo un branco di pecore pronte al suicidio. E anche tu sei pronto a questo. Sei il riassunto sbiadito di quello che ho descritto. Con la tua Anima in fondo, che soffre. E la tua ha valore. In fondo, tu sapevi leggere la tua essenza, ma l’hai dimenticato! Sei qui per questo. Ora cammina con me, e sarai capace di guardare aldilà della nebbia.”

Si avvicinò e mi portò vicino al tronco che, con il tocco della sua mano, si accese e disse: “Non devi avere più paura di tutto questo, sigilliamo la nostra unione.” Con le unghie graffiò il mio polso, facendo cadere il sangue in un calice. Vi unì il Suo e un filo di nebbia scese al suo interno. Lo avvicinò.

Bevetti senza pensare.

Mi guardò e mi spinse all’interno verso il Tronco Infuocato .

Mi svegliai nel mio letto, insanguinato e, in bocca, un sapore conosciuto: Idromele.

The great truth is there isn’t one 
And it only gets worse since that conclusion 
The irony of being an extension to nothing 
And the force of inertia is now a vital factor 

And there is despair underneath each and every action 
Each and every attempt to pierce the armour of numbness 
Burning bridges becomes a habit to support 
And the front line expands like there’s no tomorrow 

IN THE MIST SHE WAS STANDING

Passai giorni a capire cosa fosse successo realmente .

Non riuscivo a pensare che un incubo del genere potesse diventare così reale.

La mia mente, in questi momenti ibernati di quarantena, viaggiava in loop con quelle immagini nitide impresse.

Con quella voce…

Quella voce… era così cavernosa che la sentivo rimbombare dentro di me.

Ogni volta che ci pensavo, quei graffi tornavano a farsi sentire dall’ interno.

La prima sera ebbi così tanta paura di addormentarmi che sembrava di tornare ai tempi in cui vedevo di nascosto “Notte Horror ” e “Hellraiser”.

Una paura infima, sottile, che faceva capolino nella mia testa.

In ogni momento.

Crollai sfinito, con il pensiero che mi mangiava l’esistenza.

Dormii come un sasso e, senza accorgermene, mi svegliai come se nulla fosse successo.

Mentre mi sistemavo, controllai la zona della ferita che cicatrizzava sempre di più.

Dentro di me, iniziai a pensare che fosse solo una stupida suggestione, che magari era stato Tyrion a farmela, senza che me ne accorgessi nel sogno.

Insomma, stavo cercando di passare oltre.

Ero solito raccontare i miei sogni alla mia migliore amica ,senza omettere nessun dettaglio.

Lei, dotata di forte sensibilità, sapeva veicolare quale comportamento insito ci fosse dietro.

Questa volta non aveva senso: mi avrebbe riso dietro come tutte le volte le ho raccontato di castelli incantati e di ruote panoramiche assassine.

Volevo passarci su, vivermi questo periodo di quarantena nel miglior modo possibile, cercando di essere più focalizzato sul presente e sul mio lavoro che non mi dava scampo.

Questa ibernazione stava ponendo nuove basi in me, cancellando una routine comune quasi a tutti per farmi rientrare in uno stato di solitudine profondo e consapevole.

Ho imparato col tempo (e con tanti ponti calati giù) ad amare la mia solitudine e quello che cerco di essere, senza pregiudizi, con la voglia solo di costruire qualcosa per me.

Questo periodo stava ponendo, con decisione, la totale chiusura verso il mondo esterno, tranne che per i miei affetti.

Cercavo di concentrarmi sulla mia vita quotidiana fatta di sveglia-prepararsi-smart working -esercizi fisici -film-dormire ma , dentro, c’erano ancora le immagini di quella notte che mi inquietavano.

Non erano più nitide come prima, passavano per pochi instanti nella mia mente come un fantasma a velocità supersonica.

Un pomeriggio inoltrato, dopo aver spento il Pc, entrò dalla finestra un fascio di luce.

Era pieno e luccicante, copriva totalmente il mio viso.

Chiusi il mio occhio sinistro, come faccio oramai da bambino e, in quell’istante, vidi l’inimmaginabile .

Vidi quel bosco, in una giornata di sole, come se fosse una giornata di fine Marzo , con i rami degli alberi di un colore vivido e piacevole.

Fu un flashback piuttosto veloce che si stampò in testa.

Non riuscivo a pensare ad altro.

Sarà stato un momento di ricordo o un messaggio da decifrare?

Cercai di non pensare, il tempo vissuto era già quel che era e non avevo più voglia di prestare attenzione ai mind games interiori.

Feci una doccia e, mentre tornavo nella stanza per sistemarmi, i miei occhi si soffermarono su qualcosa di nuovo, fissandolo sconcertati.

C’era una lanterna sul letto, completamente piena di fango .

La luce fioca cercava di uscire fuori dalla coltre spessa che la ricopriva, quasi come se stesse lottando con essa.

I miei battiti aumentavano sempre di più, cominciai a sudare come se fossi nel caldo andaluso di agosto a 57 gradi e non riuscivo a muovermi .

Intanto, il fango cominciava a riversarsi sul letto fino a scendere sul pavimento .

Decisi di avvicinarmi .

Mi inginocchiai e posai gli occhi sulla lanterna. In quel momento, sentii un forte fischio nell’orecchio per alcuni secondi. Cercai di staccarmi ma ero bloccato al suolo e, quando il fischio si attenuò, sentii una voce.

Quella voce… mi sussurrò nell’orecchio come un growl di Mikael Akerfeldt in “Orchid“.

“Vieni a me “.

Da quel momento, non capii nulla.

Mi ritrovai a terra, esanime, in un posto che avevo già vissuto. Non pioveva come l’altra volta, ma era lo stesso.

Gli Alberi divelti, la nebbia infinita che mi attorniava, il suo lungo viale… era lui.

La nebbia… quella non è sembrata mai andare via da questo scenario, così spessa e presente da non riuscire a trovarci fine.

Ero tornato in quel posto e non volevo alzarmi per paura.

Mi sentii bussare sulla spalla e vidi una mano che si porgeva a me. Mi accorsi che non era umana: le dita protendenti nascondevano degli artigli ben affilati, la forma fisiologica di un gatto in piedi .

Alzai lo sguardo e… aveva la mia faccia!

Cominciai a indietreggiare strisciando per terra mentre centinaia di risate avvolgevano il bosco .

“Su miei discepoli, basta! Non è questo il modo di presentarsi davanti al nostro ospite!” E le voci sparirono, ma rimasero gli occhi dietro alla nebbia a scrutarmi.

Poi di nuovo, riprese a parlare, con un tono leggero, quasi scherzoso:

” Non avere paura di Karelis, vuole solo aiutarti a rimetterti in piedi e portarti qui da me.”

“Voglio sapere perché sono qui e cosa volete da me!” tuonai.

“Non avere fretta dei dettagli… segui Karelis e avrai ogni risposta. Non ti mangerà… o, almeno, non sai se lo sta già facendo ahahahah!” chiudendo con una risata gutturale che sembrava infinita.

Karelis mi porse di nuovo la mano e cominciai a seguirlo.

Lungo questo viale alberato mi avvicinavo sempre di più alle luci sugli alberi e… avevano tutte il mio volto. Erano animali: gatti, volpi ,serpenti, scimmie, scorpioni, lucertole… tutte col mio volto. Ma avevano gli occhi scavati e neri. Come nelle statue di Subirachs a Montserrat.

Questo cammino mi sembrava un viaggio e, più mi avvicinavo, più non sentivo gli arti. Tutto diventò paralizzante e fuorviante.

Il cielo si chiudeva sempre di più, con rumori di fulmini caduti in lontananza.

Karelis, sentendo la mia ansia, mi sussurrò: “Non devi avere paura, lei la sente. Lei sente tutto. Qui sei dove sei sempre stato e non hai mai voluto vedere.”

Le sue parole mi lasciarono basito e fortemente dubbioso, ma non ebbi il coraggio di chiedere. Cosa avrà voluto dire? La guardai, e il suo ghigno divenne stranamente rassicurante. Ero pronto a qualunque cosa sarebbe successa.

Alla fine del viale, un alone oscuro si materializzò: era seduta su un trono alberato, con due creature ai suoi piedi. Le uniche che avevano materia.

Mentre mi avvicinavo, notai un giradischi spezzato a metà sistemato sul ramo di un albero, con la puntina che ticchettava sulla superfice .

Questo particolare mi distrasse e, quando rialzai gli occhi, la vidi in tutta la sua forma: una figura sinuosa, coperta da un lungo mantello scuro e Sette scorpioni ai suoi piedi. La testa coperta da corna di cervo, quasi come fossero una corona.

Karelis si scostò e mi fermai dinanzi a lei .

“Benvenuto in questo mondo. In questo mondo che ti appartiene da sempre.” esclamò.

In pochi secondi sentii la stessa frase ripetuta, come se veramente mi appartenesse. Ma non sapevo né dove né quando l’avevo vissuto.

“Chi sei ? Perchè mi tormenti ?”

Si fermò, mi guardò intensamente e, alzando la mano, mi disse:

“Non ti sto tormentando, ti sto solo facendo vedere una parte di te che non conosci. Ti ho portato qui nel sonno la volta passata per farti capire che quello che vivi quando sogni non sempre è irreale, ma corre con te. Ho voluto accendere una spia dentro di te, affinché cominciassi a interrogarti ma, nulla, hai voluto chiudere la faccenda, come se tutto fosse frutto della tua immaginazione! Persino per il graffio hai trovato una scusa! Voi umani, pensate di sistemare tutto sotto il tappeto e andare avanti! Per questo era mio dovere riportarti qui! Ora, sai che tutto questo non è frutto dei tuoi pensieri notturni perversi, ma solo della tua realtà.”

Gelai.

Tutto quello che sentivo era reale. Lo sentivo, lo toccavo con mano, anche il profumo del bosco era reale.

Cominciai a balbettare e riformulai la domanda ,cercando di mantenere una tranquillità apparente: “Chi sei?”

“Sento l’angoscia e la paura scorrerti dentro! Hai fretta di etichettare ciò che hai davanti ma non sei capace di dare una spiegazione a quello che ti è successo. Ebbene, prima di chiedermi chi sono, devi capire COSA SIAMO.”

E in quel tratto, rimasi magnetizzato dal suo racconto…

“Siamo tutto ciò che esiste dall’Alba dei Tempi. Quello che non è scritto sui libri con cui sei stato indottrinato. Viviamo ovunque e non ci vedi, portiamo nei vostri destini segnali che solo i saggi e i giusti sanno vedere. E questo Bosco è il TUO segnale. Il tuo Bivio. Il mio nome è Ereskhigal, il guardiano di questo mondo, il Bosco delle Futilità! Hai tanto da vedere, siediti qui, banchetta con noi e ti mostrerò la sua essenza!”disse, con voce soave e scandita.

Al pronunciare del suo nome, il giradischi vibrò una musica conosciuta, e, tutto intorno, si profumò di essenze dolcissime.

Mi fermai estasiato davanti a tutto ciò, e banchettai con loro .