LOST IN MOMENTS

Fu difficile tornare a casa e riprendere la quotidianità.

Quello che avevo vissuto in quei giorni, in quel posto che mi mancava da sempre, fu una rivelazione. Assistere per la prima volta ad un rito di iniziazione, prendere coscienza di trovarmi all’interno di un Vortice più grande di me, mi aveva completamente spiazzato.

Non ho mai avuto un rapporto così forte con la spiritualità. Certo, in questi anni ho letto tanto, mi sono appassionato alle arti e alle discipline esoteriche, ma mai così vicine alla realtà. Rivedere la famiglia che mi aveva accolto anni fa lavorare così coinvolti nello studio e nella pratica delle arti occulte, a stretto contatto con una Dea Guardiano e le sue creature, da una parte mi straniva, dall’altra mi faceva sentire meno solo in questo scenario folle.

Prima di andare, salutai Francesca calorosamente e ci demmo appuntamento per rivederci. Mi avviai verso il ritorno, in questa regione che appena prima dell’estate si riempie di colori tanto contrastanti quanto affascinanti. È proprio in queste giornate in cui il vento fresco avvolge la natura che mi piace viaggiare col finestrino abbassato, ad annusare l’odore dell’erba e il rumore delle foglie. Quel piacevole “scrocchiare” che ti fa sentire un tutt’uno con l’Universo, dove la mente si estrania dal resto.

Fu così che feci una piccola deviazione a Carpinone, un piacevole paese dove al suo interno costeggia un fiume, da cui deriva il suo nome. Le sue acque placide mi avvolsero in questa passeggiata d’incanto. E, dopo aver sognato un pò, mi fermai a comprare uno dei miei formaggi preferiti: il Caciocavallo, ne vado matto. La signora che mi servì mi guardava in continuazione e cominciò a farmi alcune domande, chiacchierammo del più e del meno, sul perché fossi in quel paese. Quando sentii “siete forestiero?” mi rise tutto il corpo. Non in senso di derisione, ma forse perché è il termine che fra tutti identifica la nostra gente. Una frase che sa di antico, di tradizione, e sentirlo ancora rende più piacevole questa pausa.

“Secondo me dovete fare due passi alle Cascate, sicuramente troverete qualcosa per Voi” mi disse la signora prima di salutare. Annuii e proseguii verso le Cascate. Non ero mai stato in quel posto ma, in quel momento, tutto mi conduceva a loro. Attraversai un ponte in pietra e dall’alto ammirai tutta la sua bellezza: sentieri selvaggi e alberi impervi costeggiavano gole rocciose profonde, che esplodevano in corsi d’acqua fluenti, mai domi, dal color verde intenso. Scesi per avvicinarmi al sentiero, non segnato completamente e ammiravo, estasiato, ogni attimo di questo incanto. In lontananza, cominciai a sentire un rumore stridulo, come quello della ritrecina di un Mulino. Mi guardai intorno ma non vidi nulla. Continuai a cercare e il rumore diventava sempre più forte, intenso, quasi fossi al suo interno. Rumori di passi si susseguivano insieme a quel suono e decisi di scendere verso una delle Cascate. Mi specchiai nell’acqua e mi sciacquai la faccia: riflessa sulla sua superficie vidi una casetta, con una macina che girava.

Mi voltai e non c’era nulla.

Dal fondo dell’insenatura una voce femminile narrò: “Non sapevi che qui sorgeva un vecchio mulino?”

Una voce inconfondibile, che era diventata quotidiana e puntuale, quando meno me l’aspettavo. Ereshkigal.

Dal fondo della cascata vidi la sua sagoma quasi umana avvicinarsi nuotando verso di me, lentamente. Potevo scorgere il suo corpo umano completamente nudo, avvolto dagli scorpioni, con la sua chioma rossa inconfondibile. Continuò il suo discorso:

“I contadini scendevano qui dalle loro campagne per portare a macinare i loro raccolti. Era un luogo di lavoro, ma anche di festa e tradizione. Ogni raccolto macinato voleva dire “possedere qualcosa”, essere “ricco”, ma non nel senso che voi umani del XX secolo intendete. Essere ricco di qualcosa essenziale per il proprio sostentamento. Un sacco di farina equivaleva a dare da mangiare a famiglie intere. Quindi, alla fine del lavoro, diventava una festa, aggregazione di una comunità. Poi il progresso e la nuova tecnologia cancellarono questo modo di fare e alla morte dei proprietari finì la favola del Mulino. Rimase solo qualche rudere. Ora, quel rumore, risuona solo per chi ha il potere di vedere al di là dei suoi occhi. Quello che hai visto non è il frutto di fantasmi, ma di quello che vive intorno a te”.

Alzò la mano e sentii dei passi sostenuti dentro di me. Erano i contadini, con gli occhi ricoperti di nero, vuoti, con delle torce in mano. Mi ritrovai circondato da loro, ma non avevano intenzioni bellicose. Uno di loro prese la parola:

“Tu sei un nuovo guardiano e noi ti rendiamo visita. I nostri occhi sono i tuoi occhi e solo quelli come te possono vederci. Prendi in dono il segno della Nostra riverenza!” Mi fece aprire la mano sinistra e posò la fiamma della sua torcia sul mio palmo. Sentii per un attimo un dolore atroce, che poi scomparve. Assieme a loro.

Non vi era alcuna traccia di quella azione sulla mia mano, ma sentii solo un forte stimolo a cancellare via ogni controllo.

Mi immersi sulla riva dell’acqua sedendomi come se fossi in meditazione , chiusi gli occhi e lasciai andare i pensieri. Il fruscìo dell’acqua accarezzata dal vento mi avvolgeva in questo moto perpetuo con la Natura. Mi persi nel profondo dei miei pensieri: vidi una luce lontana per un secondo fugace per poi guardare qualcosa di familiare: le mie sconfitte, i miei silenzi, le mie percezioni diventate realtà, la tristezza, episodi di vita apparente in cui dimostravo di essere qualcosa. Qualcosa che non era Me. Mi ritrovai con il corpo immerso nell’acqua, quasi come stessi facendo il morto “. Vidi una torcia splendere nel fondo della sorgente.Fui risucchiato da quelle immagini e scaraventato sulla riva.

Successivamente Ereshkigal cominciò a parlare:

“Quando ti portai la prima volta nel bosco non avevi volto ed eri così spaventato da tutte le creature che ti guardavano bramose con la tua faccia. Sei così perché nell’Universo sei un passaggio nel Vuoto. Tutti gli umani lo sono, ma pochi sanno goderne l’Essenza. Quello che hai visto in quegli attimi di meditazione non è altro che lo specchio della tua Vita fino ad ora. La consapevolezza del Marcio. Ma allo stesso tempo hai il dono di poter guardare al di là del terreno, di percepirlo, di viverlo. Un Furor Divinus che ti rende sensibile ai nostri occhi. Quel passaggio nell’Abisso dentro te è la tua salvezza per poter vivere con quello che hai e non per quello che vorresti essere. Ora non c’è più spazio per le parole, ma solo per il silenzio. Sfruttalo.”

Scomparve alla mia vista.

Rimasi lì ore a guardare fisso quella Cascata. In silenzio, in totale solitudine col mondo esterno.

Quando ormai il Tramonto passò, tornai verso la mia auto per ripartire. La signora dei formaggi mi salutò da lontano con gioia.

Mi girai verso il sedile posteriore e notai qualcosa di nuovo: il Quadro della bottiglia nel Fiume.

Con la luce sempre più fioca.