FEAR IS THE KEY

Il percorso dal Pub a casa fu un caleidoscopio di pensieri. Aver scoperto lo scopo di tutto questo, finalmente, chiuse definitivamente i dubbi su tante situazioni emerse in questa incredibile storia e forse è stato un bene scoprirlo gradualmente. 

In questa esperienza, forse per la prima volta, ho avuto il piacere di esplorare i processi dall’inizio alla fine, senza dover ricorrere a scorciatoie ed essere scelto per cercare di evitare una “fine” mi rendeva orgoglioso e bramoso da una parte ma, dall’altra, portava a galla le paure di sempre.

Sarò in grado di sistemare questa storia? Avrò la forza di reggere tutto questo peso?

Erano queste le domande che mi rimbombavano nella testa, accompagnate da quella leggera pressione sul petto che si presenta sempre quando non sono sicuro di quello che devo fare e che cercavo di eliminare con il massaggio con il medio e l’anulare che pratico sempre in questi casi, sdraiato sul letto. Dopo un pò, mi calmai e riuscii a prendere sonno.

Il mattino seguente mi svegliai stordito. Dormii malissimo, con quel cerchio alla testa dato dai pensieri. Cercai di pianificare al meglio le cose. Chiamai a lavoro dandomi malato e, in questo periodo di Pandemia, valeva la legge del capo: “Se senti anche un leggero raffreddore, stai a casa!”. Preparai la borsa con le cose necessarie. Misi vestiti comodi, una camicia termica, degli scarponi da trekking e cercai la mia torcia. La cercai come un matto ma non era nel posto giusto. 

Sentii miagolare dal bagno: trovai Tyrion con una lanterna accesa in bocca, la stessa che trovai tempo fa piena di fango. 

Appena la presi, vi trovai un biglietto: “Questa ti servirà per entrare nelle Nebbie. Ereshkigal”. Sorrisi e la sistemai alacremente. Terminata la borsa, iniziai a studiare il percorso che mi avrebbe accompagnato in questo viaggio; non dovevo percorrere tantissimi chilometri, ma la parte della salita da Guardiaregia alle pendici del Mutria era la parte più dura, soprattutto per un trekker principiante come me.  

Dovevo tirare fuori il meglio per arrivare in cima, dove era segnato il rifugio di Māra. 

Sistemai tutto in macchina e mi avviai. Per arrivare nel punto esatto, dovevo andare direttamente a Sepino ma, visto il tempo favorevole, feci una deviazione per San Giuliano del Sannio, un comune situato a pochissimi chilometri dal centro Sannita. 

Lì avrei incontrato per un caffè Nicola, un mio caro amico archeologo, per chiedergli informazioni sulla montagna. 

Mentre percorrevo la strada, notai dei corvi appollaiati sui Guard Rail, starnazzanti; in Molise non è raro trovarli sui bordi delle strade, soprattutto nei mesi freddi, di primo mattino. La cosa davvero strana, fu vederne un paio picchiettare col becco i blocchi di pietra antichi utilizzati in precedenza come cartelli stradali. 

Accostai e mi fermai per osservarli meglio. 

Il loro ticchettare sincronizzato sembrava quasi scolpire la pietra lasciando un liquido voluminoso. Si accorsero del loro curioso osservatore e, improvvisamente, sì fermarono lanciando al cielo un latrato gutturale dai loro becchi. 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena ma riimasi sospeso a guardarli per un pò, immobilizzato dalla curiosità per quell’evento del tutto insolito finchè vidi che gli altri corvi cominciavano ad avvicinarsi.

 Preso dell’istinto, tornai in auto e scappai velocemente da quel posto mentre avevo l’impressione che lo stormo mi deridesse. 

Arrivai a San Giuliano cercando di calmare quel leggero spavento. Parcheggiai e trovai Nicola all’inizio della discesa che porta alla Piazza Principale.

“Ogni volta che ti vedo stai sempre più scoppiato!” disse salutandomi.

“Non potrai mai immaginare cosa ho visto arrivando!”

” Ahahah, Giusè, prendi fiato e me lo dici al bar, che ho bisogno di un altro caffè.”

Arrivammo al bar, salutai alcuni amici autisti che erano lì davanti e ci sedemmo al tavolo. La signora ci portò i caffè e un cornetto alla Crema ordinato da Nicola.

“Questo è per te che hai bisogno di dolcezza stamattina!” disse, ridendo con la sua solita ironia.

“E’ che mentre stavo arrivando ho visto dei corvi sul Guard Rail. Nulla di strano all’inizio, anche dalle mie parti se ne vedono spesso… ma non che picchiettino le pietre lasciandvi un liquido scuro. Quando si sono accorti che li stavo osservando, hanno richiamato gli altri con un grido fortissimo, quasi come quelli che piacciono a noi metallari. Sono arrivati tutti insieme e sono scappato correndo. Tutto qua.”

Lui cominciò a ridere, per poi spegnere  lentamente la risata in un ghigno serafico:

 “E’ da un pò di tempo che succedono cose strane nella zona. Scompaiono persone di colpo, ci sono stati ritrovamenti di alcune persone senza vita, sventrate nelle valli, senza occhi, con questi segni di picchiettamento continuo sui loro corpi. E, cosa ancora più strana, è trovare nello stesso posto, alberi che prima non c’erano.”

 E qui cambiò completamente la sua espressione. La mia, invece, si corrucciò sempre di più, ma mi sembrava di aver trovato una risposta. Non sapevo come Nicola avrebbe potuto reagire.

“Sono qui anche per questo. So che di te posso fidarmi e che potrai aiutarmi a trovare un senso a tutto questo. Ma devi ascoltarmi. Stanno succedendo cose perchè un nuovo ordine sta cercando di schiacciare l’ordine  naturale delle cose. Ti sembrerà strano tutto questo ma esistono veramente forze antiche che hanno vissuto nel corso della Storia a contatto con la nostra società, cercando di trovare gli adepti adatti a custodire i Cinque Tesori della Forza, nascosti secondo lo schema del pentacolo rovesciato. Loro vivono a contatto con noi in un sistema bi-dimensionale, dove il nostro terreno è uguale al mondo che è sotto di noi. Non è né Paradiso né Inferno ma un mondo al contrario, con le nostre stesse realtà, ma vissuto da creature orripilanti create da noi nel nostro quotidiano. Sono le nostre Futilità: vivono in un bosco, nel limbo tra questo e l’altro mondo. Ora la nostra esistenza è messa a dura prova dal Nulla, che vuole rubare l’energia della Terra e trasformare tutto in cenere e… Alberi.”

“Seguimi”

Così interruppe il mio discorso chiedendomi di accompagnarlo. 

Pagammo e mi portò allo scavo archeologico di una Villa Romana ritrovata in paese qualche anno prima e che, grazie all’Università, negli ultimi anni erano riusciti ad avere risultati importanti dal punto di vista dei reperti ritrovati.

“La Villa de Neratii

E proprio mentre ci trovavamo all’interno di un vecchia costruzione di pietre, cominciò a raccontarmi una storia:

“Quello che tu racconti è tutto vero. Incontrai delle persone straniere, le vedevo muoversi per il paese da qualche anno a questa parte, in periodo di scavo. Vennero a chiedere informazioni una mattina dicendo che erano studenti di Archeologia di Milano. La nostra professoressa, nonché direttrice degli Scavi, si accostò a parlare con loro quando le chiesero se fosse stata trovata una pietra preziosa negli scavi e dove si trovasse il Monte Mutria. Ad una risposta negativa, questi diedero in escandescenze asserendo con forza che lei sapesse. Mi avvicinai per separarli e li strattonai. Si allontanarono e notai come, nonostante ci fosse un sole cocente, non c’era ombra dietro di loro. Questa cosa mi fece riflettere tantissimo sul momento ma poi, preso dal lavoro, pensai ad altro. Quella sera, come era solito fare, rimasi per ultimo a sistemare gli attrezzi dicendo agli altri di trovarci al bar per una birra un’oretta più tardi. Fu lì che venni attaccato dagli individui della mattina, uniti ad un Essere pelato che aveva un occhio di rettile sul lato sinistro. Mi disse che sapevo dove fosse la pietra e che per la mia insolenza sarei stato punito. Dalle sue unghia sporgenti uscì un liquido nero che si posò sulle mie scarpe, nella zona delle dita. Successivamente, si insinuò dentro di me e sentii un forte dolore.”

Si tolse le scarpe e vidi le sue dita dei piedi: trasformate in pezzi di legno, quasi come radici di un albero!

Rimasi scioccato. “Mi disse -continuò- che ogni giorno pari i miei piedi si sarebbero trasformati in radici e, col passare del tempo, questa maledizione si sarebbe estesa su tutto il corpo. Ogni luna piena sarebbe cresciuta.” 

“Bastardi! Devono pagare per questo!”

“Devono pagarla, ho sete di vendetta per tutto questo! Anche se so che rimarrò come gli altri, devo riuscire a fermarli. Ho bisogno del tuo aiuto Pep.”

“E io del tuo! Abbiamo bisogno di trovare Māra alle Pendici del Mutria. Lei ci aiuterà e insieme proteggeremo il Lapis Lazulo Viola”

“Māra? Lapis Lazulo viola? Pensavo fossero leggende…”

“Ora, per quello che hai vissuto, puoi capire che non sono così… e il tuo bagaglio di conoscenza può servirci per salvare questo angolo di Terra dal Nulla!”

Fu così che ci preparammo per incamminarci lungo le pendici del Mutria, prendendo dal magazzino dello scavo alcune attrezzature: corde, moschetti, elmetti da minatore. Sapere di poter puntare su Nicola mi rese più sicuro sull’obiettivo di questa avventura ma, allo stesso tempo, era forte in me il desiderio di proteggerlo dalla maledizione che aveva subìto. Il nostro viaggio all’interno del Mutria stava per iniziare: arrivammo alle pendici del Massiccio, dove finiva la strada e cominciammo a prepararci per la scalata. In quel momento, uno stormo di uccelli neri ci volò intorno, a bassa quota, per poi tornare a salire. 

Li schivammo ed emisero un suono fortissimo dai loro becchi. Notai che non lasciavano ombre dietro di loro e ricordai le parole di Nicola.

Ci guardammo e cominciammo a salire, senza paura.

EATEN

Il messaggio lasciatomi da Ereshkigal e dalle Creature della Futilità mi convinse a entrare finalmente in questo percorso strano e al tempo stesso stimolante. Non per le minacce ricevute: tutte queste visite fantastiche, tutte queste entità che sono entrate nella mia vita come un fulmine a cielo sereno stavano lentamente aprendo una consapevolezza nuova. Anni di ascolti di dischi maleodoranti di zolfo, sporchi, con quei testi così filosofici ma allo stesso tempo nichilisti, avevano creato in me una sorta di dimensione onirica platonica, dove rifiugiarmi nei momenti più cupi. La mia Attitudine nell’Oscurità era tutta qui: lavorare su me stesso chiudendomi in un bunker fantastico ma pieno di tanto realismo. Questo modo di fare mi ha aiutato tantissimo in questi giorni di vuoto e di blocco totale di questa Quarantena, come se quei dischi che ne parlavano trent’anni fa fossero diventati realtà. Non ho sentito il bisogno di piagnistei inutili per attivare la mia attenzione, anzi, questa realtà ha posto in me notevoli stimoli a realizzare le cose più disparate. Tutto ciò che era accaduto, però, era veramente troppo. Ho avuto la conferma che parte di quello che avevo sempre letto o immaginato esiste veramente. Anche se non li vediamo ci camminano accanto come sentinelle guardinghe. Ci mandano segnali, anche bruschi, che il più delle volte non riusciamo a captare troppo presi dalle nostre vite, troppo presi a tentare di impressionare, ad usare gli “effetti speciali”. Perdiamo di vista la nostra Essenza per cercare, alle volte, relazioni forzate, nelle quali si cerca di essere qualunque cosa.

Ma realmente siamo tutto questo?

Questi pensieri attanagliavano la mia mente mentre cominciavo a preparare i bagagli per questo viaggio tanto inatteso. Dvevo capire dove Ereshkigal mi stava portando ma, soprattutto, si stava generando in me una battaglia interiore senza pari. Sapete quel ronzio ossessivo tra il cuore e lo stomaco che si manifesta quando non siete sicuri di qualcosa e cominciate ad aver paura?

E questa mattinata di Maggio, con la Quarantena ancora via e questi pensieri premevano ancora di più in me la necessità di andare a fondo alla questione.

Già, proprio quello.

La sera prima sentii Francesca, una delle figlie minori della proprietaria della Country House per prenotare il mio soggiorno. Sinceramente, non ricordava chi fossi, finché non gli raccontai di quello stage universatario dei primi anni 2000. Da lì cominciammo a parlare del più del meno, dei genitori (a me tanto cari) scomparsi e ci aggiornammo per risentirci durante il tragitto. Era piacevole tornare a guidare lungo le strade della mia regione, tanto bistrattata quanto selvaggia. La diga del Liscione, la serpentina iconica della strada sospesa sul lago, il verde incontaminato, il profumo dell’erba mattutina… quanto mi erano mancati!

Questi mesi lontano da tutto avevano ovattato ogni pensiero sensitivo verso la Natura.

Sentire l’odore dell’aria e dei primi caldi di fine Primavera stava risvegliando in me una sorta di apparente serenità. Più ci si addentra nel mio caro Molise, più si ha la sensazione di vivere una delle massime più importanti di Francesco Jovine, uno dei maggiori pensatori regionali:

“Il Molise è per me un sogno. E’ un mito tramandato dai padri e rimasto nel mio sangue e nella mia fantasia.”

Quelle sensazioni di vivere una terra dimenticata quanto incontaminata, di un territorio drammaticamente quasi spoglio da quel progresso ossessivo e ostentato praticato ovunque, sa di qualcosa di unico e riconoscibile, al di là dell’aspetto fortemente campanilistico. Quando attraversi la strada che porta all’Alto Molise, con quelle colline e paesaggi aspri, sembra di vivere una Fiaba di Andersen, di quelle che il piacere di quello che vivi è senza tempo, esclusivo, ma che nasconde sempre un amaro finale. Quello che ho sempre creduto è che ogni cosa ha il suo prezzo da pagare, e, questo viaggio, per me, stava diventando un mix tra domande esistenziali e piacevole goduria di tutto questo ben di Dio.

Gli ultimi chilometri prima di arrivare sono quasi tutti tornanti di montagna con una parte finale in sterrato, prima di entrare nel bosco. Dopo aver iniziato a salire, notai sul bordo della strada luci intermittenti che sembravano avvisarmi. Una volta passate, assumevano le forme di esseri ghignanti, con occhi di fuoco. Il pensiero non fu spaventoso, forse per la prima volta dall’inizio di questa storia… solo che erano profondamente diverse da tutto ciò che avevo incontrato fino ad ora!Continuai per la mia strada, le luci intorno a me, pian piano scomparvero e tutto mi sembrava il segnale che ero sulla strada giusta. Entrai nel bosco e lentamente scesi verso quella casa, e tutto sembrava intensamente placido e tranquillo. Come quasi vent’anni fa.

Francesca mi accolse dolcemente e, tutto questo tempo sembrava non essere passato per lei, era semplicemente uguale per lei. Mentre parlavamo mi fece vedere la stanza, la stessa di quando restavo lì in estate.

La prima battuta che mi uscì dalla bocca verso di lei fu molto eloquente: “Scommetto che dietro la finestra passano gli stessi cinghiali del 2001! ” esclama, ridendo fragorosamente. Lei, comprendendo quello che volevo dire rise, ma non rispose.

Dopo essermi sistemato scesi nella casa più grande per prendere un caffè in sua compagnia. Questo stabile è formato da due case in due porzioni di terreno differenti. La prima è la casa dei proprietari, all’interno del bosco. Rustica, in pietra, resistente, con due piani abitativi e lo studio del miele del signor Nicola, padre e proprietario della country house. La seconda, invece, è la “casa maggiore”, quella delle stanze riservate agli ospiti, del salone da pranzo enorme con il suo camino grandissimo intarsiato in legno e il soppalco dello studio, dove c’è il centro prenotazioni. Al suo interno, la cucina professionale semplice, tipica dei posti di montagna. Io soggiornavo nella parte superiore, quella della famiglia e mi riempì di orgoglio avere ancora questo onore, dopo tutto questo tempo.

Francesca sembrava radiosa e felice di questa visita, e, mentre preparava il caffè, mi raccontò un particolare: “Quando hai chiamato non riuscivo a capire chi fossi, poi, piano piano, ho focalizzato… alla fine sei stato l’unico stagista che abbiamo avuto ahaha. Quando pensavo dove sistemarti mi sono ricordato le parole di mamma Ester: un giorno saresti tornato e avresti avuto il tuo posto di sempre. La stanza viene da questo. Cosa ci fai di nuovo qui, in questa landa desolata ?”. Il discorso mi inorgogliva ancora di più, soprattutto questa parte di ricordo della signora Ester, tanto cara, come una seconda mamma. “Cerco un pò di silenzio e di quiete. Questo periodo di quarantena ha portato in me tante soluzioni nuove ma allo stesso tempo tante domande a cui trovare una risposta. Questo mi sembra il posto giusto per cercarle.”. Il suo viso diventò sorridente e disse: “Può darsi che quello che cerchi sia già in fondo al tuo cuore, questo silenzio può rigenerarti per ricominciare al massimo tutto il resto!”. Nel frattempo, arrivò suo figlio Daniele, oramai sposato e con figli. La sua immagine di funghetto di vent’anni era sparita totalment, nascosta in una barba seriosa e dall’aspetto saggio. “Nonno Nicola e nonna Ester sarebbero stati felici di vederti qui. O, forse, lo sono anche adesso.”

Cominciammo a ricordare gli aspetti più buffi e piacevoli di quelle estati, di quello che accadde dopo, finché Francesca cominciò a parlare della loro morte. “Sai che papà aveva una forte passione per la pesca. In quell’inverno andava al fiume ogni domenica e vi restava tutta la giornata. Anche quando nevicava. Un giorno, decise di andare anche se il tempo era brutto. La tormenta aumentò la sua intensità e non lo vedemmo tornare. Andammo a cercarlo nel fiume e non lo trovammo. Perlustrammo il bosco e niente ci dava adito della sua presenza. Smise di nevicare ma nulla. Per tre giorni proseguimmo senza sosta. Nulla. Finché una mattina, il nostro gatto iniziò stranamente a camminare davanti a noi come se volesse guidarci. Ci portò al fiume e lo trovammo lì, stramazzato al suolo, con la bocca aperta e senza occhi. Fu un’immagine terribile per noi. La mamma impazzì. Tre mesi dopo la trovammo senza vita nel bosco. Non aveva più senso per lei vivere.”. A questo raccontò rabbrividii e cominciai a riflettere su diversi aspetti dei giorni passati. La morte del signor Nicola, la sua scomparsa, il modo… mi inorridì e allo stesso tempo mi fece fare mente locale. Dopo un breve periodo di discorsi rassicuranti ci salutammo per riposare, dandoci appuntamento alla sera per la cena nel salone.

Tornai nella mia stanza, mi addormentai di sasso e una luce infuocata nel sogno mi sussurrò:

“Vai al fiume, troverai la tua luce”.

Mi svegliai di colpo. Mi guardai attorno per capire se ci fosse qualcuno e vidi che ero solo. Dopo tutti questi avvenimenti sembrava normale guardarsi alle spalle. Mi addentrai nel bosco e mi feci guidare dalla sua essenza meravigliosa. Ogni passo sembrava scandito e piacevole. Cercai di viverlo in ogni sua parte e più lo facevo più affioravano ricordi. Passati e presenti. Arrivai al fiume, mi abbassai sulla sua riva e ammirai la sua acqua limpida e cristallina. I pesci intorno sguazzavano leggiadri e felici. D’improvviso, scorsi una luce ambrata sul fondo che lampeggiava. Mi avvicinai sempre di più e vidi una canna da pesca adagiata sul suo letto. Mi allungai per prenderla, non riuscendoci cercai di addentrarmi nel fiume e, una volta entrato, vidi che quel fascio si stava trasformando in tante piccole luci, come tanti occhi infiammati. A questa vista, abbandonai ogni voglia di recuperare la canna da pesca, mi voltai e iniziai a correre. Caddi poco dopo, mi guardai indietro e il fiume sembrava placido al passaggio. Davanti a me un albero marchiato da una lettera: F. Tutto mi sembrò tornare familiare, ricominciai a correre e tornai nella mia stanza. Se, da una parte, l’aspetto sovrannaturale iniziava a prendere il sopravvento, dall’altra non volevo fermarmi qui e scappare. Se ero stato mandato qui, un motivo c’era, anzi forse, gran parte delle risposte che Ereshkigal voleva indicarmi iniziavano da qui. La canna da pesca, il fascio di luce nell’acqua, gli occhi infuocati… erano tutti segnali di qualcosa? Mi ricollegava alla morte del signor Nicola? Mentre mi domandavo mentalmente questo, mi ripulii e mi risistemai nel letto. Sentii come una carezza sul viso, ma non c’era nessuno. Mi rilassai un pò e mi preparai per la cena. Vi erano presenti tutti: Francesca, suo marito, i loro figli e un’amica di famiglia, Giada, con il suo compagno, Roberto.

Il profumo che veniva dalla cucina era inebriante, sapeva di prodotti della terra e di carne alla brace. Le pappardelle alle verdure e funghi arrivarono in tavola accompagnate dal tartufo da grattugiare sopra. Essendo una buona forchetta, non lesino di questi sapori afrodisiaci, approfittando di tale godurioso prodotto. I discorsi si intrecciavano tra ricordi e racconti del posto finché Giada mi chiese di come trovavo lì e quali sentimenti muovevano dentro di me questi posti. Il vino cominciava a farsi sentire quindi i discorsi diventavano molto enfatici: “Per tanto tempo ho riposto questo luogo nel cassetto dei ricordi. E’ stata la mia prima esperienza fuori casa, con persone che mi hanno formato e trattato come uno di famiglia. Ho appreso tanto da loro e da questo posto. Poi si sa, la vita ti fa fare giri strani e ti fa dimenticare di quello che è avvenuto. C’è sempre qualcosa che ti fa tornare e sono qui, ora. E sarà difficile staccarsi di nuovo”. “Questa è sempre stata la tua casa, e sarà sempre parte di te. Ciò che ti fa tornare qui è ciò che forse hai sempre cercato. Lo è stato anche per me.” disse Giada sorridendo. Dopo la brace e i suoi contorni, arrivò la specialità di Francesca: una torta con marmellata di fichi e crema. La stessa che la signora Ester ci preparava. La serata finì con l’Idromele versato come digestivo. Un dettaglio adorabile che, allo stesso tempo, mi fece ripensare a quello dell’ “altro” bosco. Andai a dormire felice e con uno strano sentore di euforia. Crollai poco dopo.

Nel sonno, sognai: fiaccole accese nel bosco che si accendevano ai bordi del sentiero come fosse una passerella.

Mi svegliai e sentii un odore acre fuori. Fumo. Mi affacciai alla finestra e vidi le fiaccole sistemate e rumori tribali in lontananza. Mi vestii e uscii dalla casa. Attraversai quella passerella di fiaccole e gli alberi cominciarono ad animarsi: ogni albero che superavo incendiava i suoi rami superiori. Qualcosa stava succedendo. Alcuni di loro, al mio passaggio, posarono i propri rami in segno di inchino,e, la mia faccia sorpresa, si accese di curiosità. Mi addentrai sempre di più nel bosco e notai un grosso fuoco al centro. Era il luogo dove di solito mangiavamo d’estate, in totale libertà. Ora era pieno di fiaccole e, più mi avvicinavo, più quello che vedevo diventava sempre più incredibile: decine di persone nude che danzavano intorno a un grosso falò insieme agli animali che facevano lo stesso, alberi infuocati e un altare.

Notai Giada e Francesca con un calice in mano che mi tesero. “Unisciti a noi, questa cerimonia è in tuo onore”.

Senza dire una parola ma sconvolto nell’animo, li seguii. Anche stavolta, vi erano tutti: i figli di Francesca, il compagno di Giada, persone sconosciute con una maschera di animale, tre strane figure con mantello dietro l’altare .

La prima la riconobbi quasi subito dal suo tono di voce. Ereshkigal.

Si girò e si mostro in una forma umana splendida, con capelli rossi coperti dalla corona di cervo e con i sette scorpioni che si muovevano su tutto il corpo. “Pep, hai seguito i miei consigli e ora sei qui. Durante il tragitto abbiamo voluto mandarti un segnale e, diligentemente, hai proseguito. Poi abbiamo voluto farti vedere qualcosa nel fiume ma era troppo presto per uscire allo scoperto. Ora hai tutto per capire appieno il tuo scopo qui. Prima però, voglio presentarti due persone”. Entrambe si girarono, mostrando il loro vero volto. “Siamo felici di ritrovarti ancora qui, sapevamo che un giorno ti saresti ricongiunto a noi” dissero, con tono evocativo e felice . Erano il signor Nicola e la signora Ester. Come li lasciai vent’anni fa. Il mantello nero che li rivestiva aveva un cappuccio aperto, come quello dei maestri alchimisti. Rimasi colpito da questa visione, piansi di gioia e chiesi: “Tutti questi segnali mi hanno portato a voi. In questo momento non so se sto parlando con degli spiriti che si stanno divertendo o con voi, ma sono felice di rivedervi.” “Comprendiamo che può sembrarti strano vederci così dopo che hai saputo della nostra morte, ma siamo noi in carne e ossa. Tutto quello che vedi qui non è frutto della tua immaginazione ma il nostro spirito è rimasto sempre vivo qui. Questo è il giardino delle nostre Anime, della tua Anima. Ereshkigal è sempre stata con noi, anche quando c’eri tu. Ha insegnato a noi l’arte della Magia e del risveglio interiore, ci ha aiutato a vivere meglio con i nostri “mostri”, quelli che vivono anche dentro di te e che già sai come possono comportarsi.”. Attento a quello che stava avvenendo, chiesi: “Cos’è questa cerimonia?” “E’la tua cerimoniona di iniziazione nella quale entri a far parte della Congrega del Bosco delle Futilità.” “Il Bosco delle Futilità?” “Sì. Non te lo ricordi? Il nostro bosco non è altro che la rappresentazione dell’altra dimensione. Ciò che è sopra è sotto. “As Above so Below .”. In quel momento, la trasposizione del sottosopra era netta alla vista: riuscivo a vedere il passaggio nell’altra dimensione, come se ci fosse una scala a collegarli. “Ma ora, bando alle ciance -rispose- il tuo giuramento nel sangue ti ha dato il marchio di quello che stavi per iniziare. Stanotte avrai tutti gli strumenti per cercare di salvare la tua Anima dalla tua futilità. Gli spiriti che vivono dentro te sono creature silenti e mangiano la tua Grazia piano piano. Qui imparerai come conviverci e tornare a vedere al di là della Nebbia.” In quel momento scese quello strato che mancava ai miei occhi da un pò: quella nebbia impentrabile.” “La vedi? -disse il signor Nicola- alla vista sembra invalicabile, fastidiosa, temibile. Ma alla fine può diventare la tua migliore amica. Prova a camminarci dentro.” Accettai e vidi che, una volta iniziato a oltrepassarla, il suo Spirito interno si incendiò e mi respinse. “Questo succede perchè hai dimenticato come vedere attraverso gli altri sensi. Comportandoti superficialmente, pensando come un essere apparente. La Nebbia sarà la tua barriera finché non tornerai a comprendere come vedere!” “Come posso fare ?” chiesi. “Ora devi solo ascoltare e farti guidare. Forse quel che vedrai non ti piacerà, ma sarà tutto uno specchio di quello che ti toccherà se disobbedirai ai nostri ordini. E’ un cammino duro dove il dolore ti entrerà dentro ma ti aiuterà tornare splendente e a camminare in equilibrio nella tua oscurità.”

In quel momento, dal fondo del bosco, arrivarono diverse creature con delle fiaccole. Riconobbi Karelis e alcuni che mi avevano fatto visita nel ventre la volta passata.

Con loro trasportavano, a spalla, tre persone. Gente che conoscevo, che aveva fatto del positivismo e della spiritualità a tutto spiano uno stile di… business. Furono condotti ognuno al proprio albero e legati.

“Cos’è questa storia?”dissi

“Queste persone hanno avuto, in passato, segnali per redimersi, sono entrati in contatto con il Bosco delle Futilità e le sue Anime, hanno seguito il loro percorso, appreso gli insegnamenti del circolo oscuro del Bosco ma, ad un certo punto, al posto di cercare di salvare loro stessi hanno creato un sistema su cui lucrare, mancando di rispetto al nostro Consiglio, pensando di poter fare tutto alle nostre spalle. Loro saranno il tuo piatto sacrificale per l’iniziazione!” “No,non voglio che facciate loro del male! Possono avere una seconda opportunità!” urlai di fronte a loro. La risposta della Signora Ester fu inequivocabile: “Hanno avuto miriadi di opportunità per uscire da questa storia ma hanno preferito proseguire per la loro strada ignorandoci, facendo finta che saremmo rimasti lì a guardare. Una cosa è severamente vietata in questo luogo: tramandare le nostre Arti per un fine ancora più futile, quello della Materialità. Loro hanno trasgredito, disinteressati del fatto che quello che stavano facendo non curava nessuno, solo la loro ingordigia!”

“Cosa hanno commesso?”

“Hanno venduto le nostre Arti per generare denaro, vendendo servizi ad altri che non hanno mai compiuto, spacciandosi chi per essere un essere “spirituale” capace di entrare in contatto con entità per curare gli altri, altri, invece, hanno svolto il passaggio di “guida positiva” solo per fini lucrativi. Queste sono Arti magiche che hanno un valore supremo e devono rimanere tali nell’Essere che le accoglie, senza aver bisogno di creare un circuito di divulgazione. Invece, loro hanno voluto diventare dei ciarlatani, pensando non solo di raggirare noi, ma soprattutto chi li ascoltava. Questo non si può più transigere. Tu stavi per diventare tutto questo e dentro di te bramavi per questo. Ora stai a guardare, tutto questo sarà linfa per te!”

Ereshkigal fece segno alle anime presenti di avvicinarsi a loro: ogni gruppo sceglieva la propria carneficina. Si avvicinarono e cominciarono a mordicchiare il ventre e il collo dei ciarlatani e posarono un calice ai loro piedi. Le grida delle vittime si mischiava al rumore delle Anime che mangiavano la loro carne. Arrivarono nel luogo della loro Grazia ed estirparono quel sacro nettare. Giada e Francesca raccolsero i calici pieni di sangue e le loro essenze, le portarono sull’Altare, le unirono al loro sangue e all’Idromele. Lo bevvero e mi invitarono a fare lo stesso. “Il prezzo del loro sacrificio sarà l’inizio della tua sfida contro la Nebbia. La sfida dei tuoi sensi nella Natura!”

Non ebbi la forza di fermarmi dinanzi a tale orrore, proseguii spedito ad accogliere il nettare promesso. Lo bevvi e Ereshkigal pronunziò tale anatema:

“Ogni notte, tornerai qui insieme a noi e inizierai ad apprendere le tecniche degli Alberi. Vedrai senza la vista, sentirai senza l’udito, imparerai a parlare senza la lingua, godrai senza quello che ti serve. Questa notte ti sei unito a noi, agli Spiriti della valle dell’Oblio, e, come noi, osserverai le nostre Leggi. Ora gioisci e festeggia tutta la notte!”

Tra corpi mutilati, spiriti famelici e persone festanti, un ambiente degno del peggior horror mai scritto.

Solo che, sullo schermo, c’ero io.

Benvenuto!

Benvenuto in questo nuovo spazio, dove le parole trovano nuova linfa e sollievo.

Ora chiudi gli occhi e svuota la mente : immagina di camminare lungo un sentiero e di ritrovarti di colpo all’interno di un Bosco.

Il cielo diventa plumbeo , la nebbia comincia a scendere fitta ,nascondendo dal percorso ogni soluzione di uscita .

Mentre il cielo comincerà a scurirsi sempre più comincerai a intravedere creature che spiano da dietro gli alberi.

Loro non sono sconosciute per te : presto capirai che sono parte del tuo quotidiano,di quelle abitudini che ti hanno reso “intoccabile”, ma incapace di vedere.

Non a caso sei finito nel Bosco delle Futilità.

“Come Alberi Nella Nebbia ” vuole essere uno spazio onirico : un luogo dove abbiamo la capacità di guardare oltre “la nebbia” senza aver bisogno della vista;

Dove la “nebbia” è tutto che ci circonda: quegli automatismi naturali e artificiali che inseriamo nel nostro mondo per cercare di vivere nel mondo più “funzionale “possibile .

Sta a noi saper interpretare quando è il momento di “conviverci ” o “smussarle ” per proseguire nel nostro percorso. O crearne un altro.

Una situazione metaforica che potremmo paragonare al periodo che stiamo vivendo :un ‘epoca dove siamo costretti a ibernare tutto, occupazione ,famiglia ,aspetti, avendo a disposizione solo noi stessi.E con essi magari trovare un nuovo inizio o un percorso alternativo.

Ogni uscita settimanale sarà strutturata con un Tema scelto ad Hoc ,dove cercherò di analizzare contesti,situazioni,con l’obiettivo di creare Domande e soluzioni efficaci per cercare di attuarle al meglio.

Si darà spazio a diverse tematiche ” come ad esempio l’Apparenza, il Tempo, l’Accettazione ,l’introspezione personale , la motivazione …”creature nobili” che in tempi così vuoti come questo stanno perdendo il proprio senso originario, a favore di una “cultura” buona per tutte le misure.

Creature che camminando nel Bosco si presenteranno a noi, prenderanno forma e dialogheranno per farci comprendere dove ci stanno portando e cosa ci riserva il percorso aldilà della “nebbia”.

Questo spazio vuole creare a te che Leggi riflessioni e enigmi , senza veli,filtri o pregiudizi.

E dove puoi metterti a nudo , e dove le mie riflessioni possono diventare frutto di scambio di opinioni e anche di nuove domande.

ATTITUDINE NELL’OSCURITA’

In questo Blog l’Oscurità verrà trattata in chiave metaforica : uno spazio dove tutti i nostri comportamenti e usi apparenti vengono sviscerati e posti in una nuova forma. Piccoli segnali di luce utili per creare un nuovo percorso, consapevole, chiaro e PROPRIO.

Ma cosa più importante :qui l’Oscurità viene snocciolata come fase fondamentale del nostro quotidiano :non da scacciare ,emarginare, ma da conviverci e valorizzare.

Creando luce in essa.

Per poter danzare in essa.

E tu ,sei pronto/a a scoprire il Bosco delle Futilità?