EATEN

Il messaggio lasciatomi da Ereshkigal e dalle Creature della Futilità mi convinse a entrare finalmente in questo percorso strano e al tempo stesso stimolante. Non per le minacce ricevute: tutte queste visite fantastiche, tutte queste entità che sono entrate nella mia vita come un fulmine a cielo sereno stavano lentamente aprendo una consapevolezza nuova. Anni di ascolti di dischi maleodoranti di zolfo, sporchi, con quei testi così filosofici ma allo stesso tempo nichilisti, avevano creato in me una sorta di dimensione onirica platonica, dove rifiugiarmi nei momenti più cupi. La mia Attitudine nell’Oscurità era tutta qui: lavorare su me stesso chiudendomi in un bunker fantastico ma pieno di tanto realismo. Questo modo di fare mi ha aiutato tantissimo in questi giorni di vuoto e di blocco totale di questa Quarantena, come se quei dischi che ne parlavano trent’anni fa fossero diventati realtà. Non ho sentito il bisogno di piagnistei inutili per attivare la mia attenzione, anzi, questa realtà ha posto in me notevoli stimoli a realizzare le cose più disparate. Tutto ciò che era accaduto, però, era veramente troppo. Ho avuto la conferma che parte di quello che avevo sempre letto o immaginato esiste veramente. Anche se non li vediamo ci camminano accanto come sentinelle guardinghe. Ci mandano segnali, anche bruschi, che il più delle volte non riusciamo a captare troppo presi dalle nostre vite, troppo presi a tentare di impressionare, ad usare gli “effetti speciali”. Perdiamo di vista la nostra Essenza per cercare, alle volte, relazioni forzate, nelle quali si cerca di essere qualunque cosa.

Ma realmente siamo tutto questo?

Questi pensieri attanagliavano la mia mente mentre cominciavo a preparare i bagagli per questo viaggio tanto inatteso. Dvevo capire dove Ereshkigal mi stava portando ma, soprattutto, si stava generando in me una battaglia interiore senza pari. Sapete quel ronzio ossessivo tra il cuore e lo stomaco che si manifesta quando non siete sicuri di qualcosa e cominciate ad aver paura?

E questa mattinata di Maggio, con la Quarantena ancora via e questi pensieri premevano ancora di più in me la necessità di andare a fondo alla questione.

Già, proprio quello.

La sera prima sentii Francesca, una delle figlie minori della proprietaria della Country House per prenotare il mio soggiorno. Sinceramente, non ricordava chi fossi, finché non gli raccontai di quello stage universatario dei primi anni 2000. Da lì cominciammo a parlare del più del meno, dei genitori (a me tanto cari) scomparsi e ci aggiornammo per risentirci durante il tragitto. Era piacevole tornare a guidare lungo le strade della mia regione, tanto bistrattata quanto selvaggia. La diga del Liscione, la serpentina iconica della strada sospesa sul lago, il verde incontaminato, il profumo dell’erba mattutina… quanto mi erano mancati!

Questi mesi lontano da tutto avevano ovattato ogni pensiero sensitivo verso la Natura.

Sentire l’odore dell’aria e dei primi caldi di fine Primavera stava risvegliando in me una sorta di apparente serenità. Più ci si addentra nel mio caro Molise, più si ha la sensazione di vivere una delle massime più importanti di Francesco Jovine, uno dei maggiori pensatori regionali:

“Il Molise è per me un sogno. E’ un mito tramandato dai padri e rimasto nel mio sangue e nella mia fantasia.”

Quelle sensazioni di vivere una terra dimenticata quanto incontaminata, di un territorio drammaticamente quasi spoglio da quel progresso ossessivo e ostentato praticato ovunque, sa di qualcosa di unico e riconoscibile, al di là dell’aspetto fortemente campanilistico. Quando attraversi la strada che porta all’Alto Molise, con quelle colline e paesaggi aspri, sembra di vivere una Fiaba di Andersen, di quelle che il piacere di quello che vivi è senza tempo, esclusivo, ma che nasconde sempre un amaro finale. Quello che ho sempre creduto è che ogni cosa ha il suo prezzo da pagare, e, questo viaggio, per me, stava diventando un mix tra domande esistenziali e piacevole goduria di tutto questo ben di Dio.

Gli ultimi chilometri prima di arrivare sono quasi tutti tornanti di montagna con una parte finale in sterrato, prima di entrare nel bosco. Dopo aver iniziato a salire, notai sul bordo della strada luci intermittenti che sembravano avvisarmi. Una volta passate, assumevano le forme di esseri ghignanti, con occhi di fuoco. Il pensiero non fu spaventoso, forse per la prima volta dall’inizio di questa storia… solo che erano profondamente diverse da tutto ciò che avevo incontrato fino ad ora!Continuai per la mia strada, le luci intorno a me, pian piano scomparvero e tutto mi sembrava il segnale che ero sulla strada giusta. Entrai nel bosco e lentamente scesi verso quella casa, e tutto sembrava intensamente placido e tranquillo. Come quasi vent’anni fa.

Francesca mi accolse dolcemente e, tutto questo tempo sembrava non essere passato per lei, era semplicemente uguale per lei. Mentre parlavamo mi fece vedere la stanza, la stessa di quando restavo lì in estate.

La prima battuta che mi uscì dalla bocca verso di lei fu molto eloquente: “Scommetto che dietro la finestra passano gli stessi cinghiali del 2001! ” esclama, ridendo fragorosamente. Lei, comprendendo quello che volevo dire rise, ma non rispose.

Dopo essermi sistemato scesi nella casa più grande per prendere un caffè in sua compagnia. Questo stabile è formato da due case in due porzioni di terreno differenti. La prima è la casa dei proprietari, all’interno del bosco. Rustica, in pietra, resistente, con due piani abitativi e lo studio del miele del signor Nicola, padre e proprietario della country house. La seconda, invece, è la “casa maggiore”, quella delle stanze riservate agli ospiti, del salone da pranzo enorme con il suo camino grandissimo intarsiato in legno e il soppalco dello studio, dove c’è il centro prenotazioni. Al suo interno, la cucina professionale semplice, tipica dei posti di montagna. Io soggiornavo nella parte superiore, quella della famiglia e mi riempì di orgoglio avere ancora questo onore, dopo tutto questo tempo.

Francesca sembrava radiosa e felice di questa visita, e, mentre preparava il caffè, mi raccontò un particolare: “Quando hai chiamato non riuscivo a capire chi fossi, poi, piano piano, ho focalizzato… alla fine sei stato l’unico stagista che abbiamo avuto ahaha. Quando pensavo dove sistemarti mi sono ricordato le parole di mamma Ester: un giorno saresti tornato e avresti avuto il tuo posto di sempre. La stanza viene da questo. Cosa ci fai di nuovo qui, in questa landa desolata ?”. Il discorso mi inorgogliva ancora di più, soprattutto questa parte di ricordo della signora Ester, tanto cara, come una seconda mamma. “Cerco un pò di silenzio e di quiete. Questo periodo di quarantena ha portato in me tante soluzioni nuove ma allo stesso tempo tante domande a cui trovare una risposta. Questo mi sembra il posto giusto per cercarle.”. Il suo viso diventò sorridente e disse: “Può darsi che quello che cerchi sia già in fondo al tuo cuore, questo silenzio può rigenerarti per ricominciare al massimo tutto il resto!”. Nel frattempo, arrivò suo figlio Daniele, oramai sposato e con figli. La sua immagine di funghetto di vent’anni era sparita totalment, nascosta in una barba seriosa e dall’aspetto saggio. “Nonno Nicola e nonna Ester sarebbero stati felici di vederti qui. O, forse, lo sono anche adesso.”

Cominciammo a ricordare gli aspetti più buffi e piacevoli di quelle estati, di quello che accadde dopo, finché Francesca cominciò a parlare della loro morte. “Sai che papà aveva una forte passione per la pesca. In quell’inverno andava al fiume ogni domenica e vi restava tutta la giornata. Anche quando nevicava. Un giorno, decise di andare anche se il tempo era brutto. La tormenta aumentò la sua intensità e non lo vedemmo tornare. Andammo a cercarlo nel fiume e non lo trovammo. Perlustrammo il bosco e niente ci dava adito della sua presenza. Smise di nevicare ma nulla. Per tre giorni proseguimmo senza sosta. Nulla. Finché una mattina, il nostro gatto iniziò stranamente a camminare davanti a noi come se volesse guidarci. Ci portò al fiume e lo trovammo lì, stramazzato al suolo, con la bocca aperta e senza occhi. Fu un’immagine terribile per noi. La mamma impazzì. Tre mesi dopo la trovammo senza vita nel bosco. Non aveva più senso per lei vivere.”. A questo raccontò rabbrividii e cominciai a riflettere su diversi aspetti dei giorni passati. La morte del signor Nicola, la sua scomparsa, il modo… mi inorridì e allo stesso tempo mi fece fare mente locale. Dopo un breve periodo di discorsi rassicuranti ci salutammo per riposare, dandoci appuntamento alla sera per la cena nel salone.

Tornai nella mia stanza, mi addormentai di sasso e una luce infuocata nel sogno mi sussurrò:

“Vai al fiume, troverai la tua luce”.

Mi svegliai di colpo. Mi guardai attorno per capire se ci fosse qualcuno e vidi che ero solo. Dopo tutti questi avvenimenti sembrava normale guardarsi alle spalle. Mi addentrai nel bosco e mi feci guidare dalla sua essenza meravigliosa. Ogni passo sembrava scandito e piacevole. Cercai di viverlo in ogni sua parte e più lo facevo più affioravano ricordi. Passati e presenti. Arrivai al fiume, mi abbassai sulla sua riva e ammirai la sua acqua limpida e cristallina. I pesci intorno sguazzavano leggiadri e felici. D’improvviso, scorsi una luce ambrata sul fondo che lampeggiava. Mi avvicinai sempre di più e vidi una canna da pesca adagiata sul suo letto. Mi allungai per prenderla, non riuscendoci cercai di addentrarmi nel fiume e, una volta entrato, vidi che quel fascio si stava trasformando in tante piccole luci, come tanti occhi infiammati. A questa vista, abbandonai ogni voglia di recuperare la canna da pesca, mi voltai e iniziai a correre. Caddi poco dopo, mi guardai indietro e il fiume sembrava placido al passaggio. Davanti a me un albero marchiato da una lettera: F. Tutto mi sembrò tornare familiare, ricominciai a correre e tornai nella mia stanza. Se, da una parte, l’aspetto sovrannaturale iniziava a prendere il sopravvento, dall’altra non volevo fermarmi qui e scappare. Se ero stato mandato qui, un motivo c’era, anzi forse, gran parte delle risposte che Ereshkigal voleva indicarmi iniziavano da qui. La canna da pesca, il fascio di luce nell’acqua, gli occhi infuocati… erano tutti segnali di qualcosa? Mi ricollegava alla morte del signor Nicola? Mentre mi domandavo mentalmente questo, mi ripulii e mi risistemai nel letto. Sentii come una carezza sul viso, ma non c’era nessuno. Mi rilassai un pò e mi preparai per la cena. Vi erano presenti tutti: Francesca, suo marito, i loro figli e un’amica di famiglia, Giada, con il suo compagno, Roberto.

Il profumo che veniva dalla cucina era inebriante, sapeva di prodotti della terra e di carne alla brace. Le pappardelle alle verdure e funghi arrivarono in tavola accompagnate dal tartufo da grattugiare sopra. Essendo una buona forchetta, non lesino di questi sapori afrodisiaci, approfittando di tale godurioso prodotto. I discorsi si intrecciavano tra ricordi e racconti del posto finché Giada mi chiese di come trovavo lì e quali sentimenti muovevano dentro di me questi posti. Il vino cominciava a farsi sentire quindi i discorsi diventavano molto enfatici: “Per tanto tempo ho riposto questo luogo nel cassetto dei ricordi. E’ stata la mia prima esperienza fuori casa, con persone che mi hanno formato e trattato come uno di famiglia. Ho appreso tanto da loro e da questo posto. Poi si sa, la vita ti fa fare giri strani e ti fa dimenticare di quello che è avvenuto. C’è sempre qualcosa che ti fa tornare e sono qui, ora. E sarà difficile staccarsi di nuovo”. “Questa è sempre stata la tua casa, e sarà sempre parte di te. Ciò che ti fa tornare qui è ciò che forse hai sempre cercato. Lo è stato anche per me.” disse Giada sorridendo. Dopo la brace e i suoi contorni, arrivò la specialità di Francesca: una torta con marmellata di fichi e crema. La stessa che la signora Ester ci preparava. La serata finì con l’Idromele versato come digestivo. Un dettaglio adorabile che, allo stesso tempo, mi fece ripensare a quello dell’ “altro” bosco. Andai a dormire felice e con uno strano sentore di euforia. Crollai poco dopo.

Nel sonno, sognai: fiaccole accese nel bosco che si accendevano ai bordi del sentiero come fosse una passerella.

Mi svegliai e sentii un odore acre fuori. Fumo. Mi affacciai alla finestra e vidi le fiaccole sistemate e rumori tribali in lontananza. Mi vestii e uscii dalla casa. Attraversai quella passerella di fiaccole e gli alberi cominciarono ad animarsi: ogni albero che superavo incendiava i suoi rami superiori. Qualcosa stava succedendo. Alcuni di loro, al mio passaggio, posarono i propri rami in segno di inchino,e, la mia faccia sorpresa, si accese di curiosità. Mi addentrai sempre di più nel bosco e notai un grosso fuoco al centro. Era il luogo dove di solito mangiavamo d’estate, in totale libertà. Ora era pieno di fiaccole e, più mi avvicinavo, più quello che vedevo diventava sempre più incredibile: decine di persone nude che danzavano intorno a un grosso falò insieme agli animali che facevano lo stesso, alberi infuocati e un altare.

Notai Giada e Francesca con un calice in mano che mi tesero. “Unisciti a noi, questa cerimonia è in tuo onore”.

Senza dire una parola ma sconvolto nell’animo, li seguii. Anche stavolta, vi erano tutti: i figli di Francesca, il compagno di Giada, persone sconosciute con una maschera di animale, tre strane figure con mantello dietro l’altare .

La prima la riconobbi quasi subito dal suo tono di voce. Ereshkigal.

Si girò e si mostro in una forma umana splendida, con capelli rossi coperti dalla corona di cervo e con i sette scorpioni che si muovevano su tutto il corpo. “Pep, hai seguito i miei consigli e ora sei qui. Durante il tragitto abbiamo voluto mandarti un segnale e, diligentemente, hai proseguito. Poi abbiamo voluto farti vedere qualcosa nel fiume ma era troppo presto per uscire allo scoperto. Ora hai tutto per capire appieno il tuo scopo qui. Prima però, voglio presentarti due persone”. Entrambe si girarono, mostrando il loro vero volto. “Siamo felici di ritrovarti ancora qui, sapevamo che un giorno ti saresti ricongiunto a noi” dissero, con tono evocativo e felice . Erano il signor Nicola e la signora Ester. Come li lasciai vent’anni fa. Il mantello nero che li rivestiva aveva un cappuccio aperto, come quello dei maestri alchimisti. Rimasi colpito da questa visione, piansi di gioia e chiesi: “Tutti questi segnali mi hanno portato a voi. In questo momento non so se sto parlando con degli spiriti che si stanno divertendo o con voi, ma sono felice di rivedervi.” “Comprendiamo che può sembrarti strano vederci così dopo che hai saputo della nostra morte, ma siamo noi in carne e ossa. Tutto quello che vedi qui non è frutto della tua immaginazione ma il nostro spirito è rimasto sempre vivo qui. Questo è il giardino delle nostre Anime, della tua Anima. Ereshkigal è sempre stata con noi, anche quando c’eri tu. Ha insegnato a noi l’arte della Magia e del risveglio interiore, ci ha aiutato a vivere meglio con i nostri “mostri”, quelli che vivono anche dentro di te e che già sai come possono comportarsi.”. Attento a quello che stava avvenendo, chiesi: “Cos’è questa cerimonia?” “E’la tua cerimoniona di iniziazione nella quale entri a far parte della Congrega del Bosco delle Futilità.” “Il Bosco delle Futilità?” “Sì. Non te lo ricordi? Il nostro bosco non è altro che la rappresentazione dell’altra dimensione. Ciò che è sopra è sotto. “As Above so Below .”. In quel momento, la trasposizione del sottosopra era netta alla vista: riuscivo a vedere il passaggio nell’altra dimensione, come se ci fosse una scala a collegarli. “Ma ora, bando alle ciance -rispose- il tuo giuramento nel sangue ti ha dato il marchio di quello che stavi per iniziare. Stanotte avrai tutti gli strumenti per cercare di salvare la tua Anima dalla tua futilità. Gli spiriti che vivono dentro te sono creature silenti e mangiano la tua Grazia piano piano. Qui imparerai come conviverci e tornare a vedere al di là della Nebbia.” In quel momento scese quello strato che mancava ai miei occhi da un pò: quella nebbia impentrabile.” “La vedi? -disse il signor Nicola- alla vista sembra invalicabile, fastidiosa, temibile. Ma alla fine può diventare la tua migliore amica. Prova a camminarci dentro.” Accettai e vidi che, una volta iniziato a oltrepassarla, il suo Spirito interno si incendiò e mi respinse. “Questo succede perchè hai dimenticato come vedere attraverso gli altri sensi. Comportandoti superficialmente, pensando come un essere apparente. La Nebbia sarà la tua barriera finché non tornerai a comprendere come vedere!” “Come posso fare ?” chiesi. “Ora devi solo ascoltare e farti guidare. Forse quel che vedrai non ti piacerà, ma sarà tutto uno specchio di quello che ti toccherà se disobbedirai ai nostri ordini. E’ un cammino duro dove il dolore ti entrerà dentro ma ti aiuterà tornare splendente e a camminare in equilibrio nella tua oscurità.”

In quel momento, dal fondo del bosco, arrivarono diverse creature con delle fiaccole. Riconobbi Karelis e alcuni che mi avevano fatto visita nel ventre la volta passata.

Con loro trasportavano, a spalla, tre persone. Gente che conoscevo, che aveva fatto del positivismo e della spiritualità a tutto spiano uno stile di… business. Furono condotti ognuno al proprio albero e legati.

“Cos’è questa storia?”dissi

“Queste persone hanno avuto, in passato, segnali per redimersi, sono entrati in contatto con il Bosco delle Futilità e le sue Anime, hanno seguito il loro percorso, appreso gli insegnamenti del circolo oscuro del Bosco ma, ad un certo punto, al posto di cercare di salvare loro stessi hanno creato un sistema su cui lucrare, mancando di rispetto al nostro Consiglio, pensando di poter fare tutto alle nostre spalle. Loro saranno il tuo piatto sacrificale per l’iniziazione!” “No,non voglio che facciate loro del male! Possono avere una seconda opportunità!” urlai di fronte a loro. La risposta della Signora Ester fu inequivocabile: “Hanno avuto miriadi di opportunità per uscire da questa storia ma hanno preferito proseguire per la loro strada ignorandoci, facendo finta che saremmo rimasti lì a guardare. Una cosa è severamente vietata in questo luogo: tramandare le nostre Arti per un fine ancora più futile, quello della Materialità. Loro hanno trasgredito, disinteressati del fatto che quello che stavano facendo non curava nessuno, solo la loro ingordigia!”

“Cosa hanno commesso?”

“Hanno venduto le nostre Arti per generare denaro, vendendo servizi ad altri che non hanno mai compiuto, spacciandosi chi per essere un essere “spirituale” capace di entrare in contatto con entità per curare gli altri, altri, invece, hanno svolto il passaggio di “guida positiva” solo per fini lucrativi. Queste sono Arti magiche che hanno un valore supremo e devono rimanere tali nell’Essere che le accoglie, senza aver bisogno di creare un circuito di divulgazione. Invece, loro hanno voluto diventare dei ciarlatani, pensando non solo di raggirare noi, ma soprattutto chi li ascoltava. Questo non si può più transigere. Tu stavi per diventare tutto questo e dentro di te bramavi per questo. Ora stai a guardare, tutto questo sarà linfa per te!”

Ereshkigal fece segno alle anime presenti di avvicinarsi a loro: ogni gruppo sceglieva la propria carneficina. Si avvicinarono e cominciarono a mordicchiare il ventre e il collo dei ciarlatani e posarono un calice ai loro piedi. Le grida delle vittime si mischiava al rumore delle Anime che mangiavano la loro carne. Arrivarono nel luogo della loro Grazia ed estirparono quel sacro nettare. Giada e Francesca raccolsero i calici pieni di sangue e le loro essenze, le portarono sull’Altare, le unirono al loro sangue e all’Idromele. Lo bevvero e mi invitarono a fare lo stesso. “Il prezzo del loro sacrificio sarà l’inizio della tua sfida contro la Nebbia. La sfida dei tuoi sensi nella Natura!”

Non ebbi la forza di fermarmi dinanzi a tale orrore, proseguii spedito ad accogliere il nettare promesso. Lo bevvi e Ereshkigal pronunziò tale anatema:

“Ogni notte, tornerai qui insieme a noi e inizierai ad apprendere le tecniche degli Alberi. Vedrai senza la vista, sentirai senza l’udito, imparerai a parlare senza la lingua, godrai senza quello che ti serve. Questa notte ti sei unito a noi, agli Spiriti della valle dell’Oblio, e, come noi, osserverai le nostre Leggi. Ora gioisci e festeggia tutta la notte!”

Tra corpi mutilati, spiriti famelici e persone festanti, un ambiente degno del peggior horror mai scritto.

Solo che, sullo schermo, c’ero io.

DO THE EVOLUTION

Il ritorno dal Bosco fu abbastanza traumatico: cercai di capire se ancora una volta stavo sognando, ma i segni sul corpo erano abbastanza evidenti. I graffi sulle braccia, sul collo, erano vivi e sapevano di recente collocazione. Non di meno, quel sapore familiare di idromele mi riconduceva a quella cena recente, dove tutto era strano e decisamente fuori luogo. Fortunatamente, riuscivo di nuovo a toccare e guardare il mio viso, come se nulla fosse successo.

Cercai di dormire ma fu impossibile: le parole di Ereshkigal erano diventate come “Jesu Tod” di Burzum nella mia mente : ossessive, angoscianti , in loop.

Essere lì per uno scopo di cura, per ritrovare la Grazia perduta… cercavo di trovare un senso alle sue parole ma non ne venivo a capo. Cercai di chiudere gli occhi, stravolto, ed entrai in un sonno profondo, di quelli così rilassanti in cui nemmeno si sogna.

Di colpo la situazione cambiò: nel cuore della notte la TV si accese da sola, a volume altissimo! Mi svegliai di soprassalto e la spensi. Mi riaddormentai fino alla sveglia, che, in quel contesto, era diventata inesorabile, segnante. Come una condanna. Il risveglio sembrò tranquillo, feci una doccia e preparai i miei pancakes da lockdown, quelli un pò fit e un pò golosi, fatti con banana e farina di avena, con diverse guarnizioni: una con lo yogurt, una con il miele e una con la Nutella, per dare uno sprint dolce alla giornata. Il tutto accompagnato da un vinile senza tempo: “Somewhere in Time ” degli Iron Maiden, per dare un senso di carica e possenza al momento. Il Metal mi ha sempre aiutato a catalizzare i momenti di panico in cui non sapevo dove e cosa fare, dandomi uno scopo, un percorso, una carezza. E’ una di quelle cose che dentro me ci è sempre stata, anche quando cercavo di non ascoltarlo. E soprattutto, è sempre riuscito a calmare quella parte di me che vorrebbe solo esplodere, e che, quando lo fa, salta in aria ogni quieto vivere. La puntina entrò a solcare “Loneliness of the Long Distance Runner” e la sua lunga intro arpeggiante si insinuò nell’aria, la testa e il piede sinistro cominciarono a muoversi come sempre quando ascolto questo pezzo e, d’un tratto, si sentì “scratchare” il giradischi, come se ci fosse Dj Gruff a muoverla e, dopo lo scratch partì un riff familiare per qualche secondo. Qualcosa nel mio addome, in quel momento, cominciò a muoversi. La puntina tornò sul pezzo dei Maiden per poi ripetere lo stesso riff di prima. Questo gioco maldestro si ripeté per diversi secondi, la pancia che continuava a muoversi come se ci fosse qualcosa dentro. Cominciai a sudare quando il pezzo dei Maiden sparì lasciando solo quel riff strano e duro nell’aria… non riuscivo a capire, finchè mi non mi fu chiaro quale fosse la voce che usciva da quel pezzo non richiesto: Eddie Vedder.

La canzone si diffuse nell’aria e il movimento nel mio addome aumentò. Mi alzai , mi tolsi la maglia e guardai verso lo specchio.

Diverse figure si muovevano in essa a ritmo a di musica, avanti e indietro. Riuscivo a scorgere solo i loro occhi scuri che si riflettevano quando rimbalzavano sulla superficie della pelle.

Il dolore si face sempre più lancinante, al punto di dovermi sdraiare a terra. Le ferite della notte si riempirono di lentamente di sangue creando dei piccoli corsi lungo i miei arti.

Sentii una deflagrazione lungo il mio ventre, qualcosa stava per uscire: Tyrion era diventato spettatore di tutto questo, ma non sembrava aver paura, guardava con gli occhioni dilatati di quando ha voglia di mangiare, quasi interessato a quello che stava accadendo.

Una luce potentissima illuminò la stanza.

Chiusi gli occhi e, di colpo, la musica si spense. Tutto, apparentemente, sembrò tornare alla normalità, tranne me, che non accettavo tutto questo. Toccai l’addome e sentii qualcosa che non andava. Guardai nello specchio e rimasi allibito: segni di zampe incise, come se qualcuno (o qualcosa) avesse camminato su di esso. O cercato di uscire. Cercai di disinfettarmi le ferite e di cicatrizzare la lacerazione sull’addome ma, se sulle prime sembrava funzionare, il secondo rimase vivo e pulsante.

Troppe cose stavano diventando assurde ed inspiegabili. Mi piegai esausto e, rannicchiato sul pavimento, mi addormentai.

Mi risvegliai nel pomeriggio, le incisioni sembravano sparite. Lo smart working incombeva e non potevo permettermi altre distrazioni. Il senso di alienazione di questo periodo di quarantena era amplificato all’ennesimo di questi segni inequivocabili che si stavano manifestando.

Ereshkigal mi raccontò che era stata lei la fautrice dei segnali inviati nei diversi frangenti della mia vita ma, tutto questo, non sapevo decifrarlo, non ne ero capace.

E soprattutto : cosa c’entrano i Pearl Jam in tutto questo?!

Cominciai il lavoro con l’animo da un’altra parte, completamente avulso dallo stesso. La riunione online ebbe inizio, mi toccò intervenire e, mentre parlavo, ci furono delle interferenze: lo schermo iniziò ad ondulare, i colori che piano piano coprirono la schermata. Tutto diventò come un’onda, non riuscivo a vedere nient’altro fino a che lo schermo diventò completamente nero.

La TV si accese di colpo e partirono delle immagini.

Un video familiare. Con quel riff che prima aveva creato sconquassi.

Do the Evolution.

E’ sempre stato uno dei miei pezzi preferiti dei Pearl Jam ma, stavolta, lo stavo odiando come la cosa più infima che ci fosse al mondo.

“Eh, Do the Evolution, uno dei migliori spaccati della realtà.”

Sentii questa voce rimbombare nell’appartamento ma eravamo solo io e Tyrion. Mi giravo in continuazione per capire da dove provenisse e, una volta tornato in sala, vidi Tyrion accovacciato davanti alla televisione.

“Mi hai già dimenticato?”, disse, sogghignando di gusto.

Era il gatto che parlava, con quella voce che stava tormentando le mie giornate. Ma non rimasi sorpreso, almeno stavolta. Stavo cercando di dare un senso a tutto questo. “Come vedi, io posso manifestarmi in qualunque forma: persone, animali, cose… posso entrare e portare messaggi. Mi sembrava giusto ricordarti che non siamo andati via, abbiamo stretto un patto, ricordi? Il tuo lavoro può aspettare, entrare nella prospettiva della tua realtà, no.”

“Oramai sto capendo che non ho più una vita tranquilla. Solo che non sto riuscendo a comprendere i tuoi segnali. Prima ho vissuto una scena spaventosa. Cos’erano quei segni? Cosa stai cercando di dirmi?”

” Da ora in poi tante cose accadranno e non saranno solo parole o immagini dal Bosco delle Futilità. Sono lo Specchio di quello che sei. Quelle anime che si muovevano non sono altro che gli esseri con cui sei stato nel Bosco, le tue Futilità. Ti avevo detto che loro succhiano la tua Grazia e si muovono invisibili lasciandoti un senso di assuefazione piacevole. Ma, in realtà, consumano il tuo Essere riducendoti a mero spettatore. Loro, prima, ti hanno fatto comprendere che hanno voglia di uscire, che non gli basta più la tua essenza. Vogliono mangiare la tua carne e non in senso metaforico. Ma, vedi, tutto questo può divenirti “amico” se riesci ad accettare questa situazione, entrando nel meccanismo di recupero della tua Anima. Quando ho inciso il tuo polso per prendere il tuo sangue e quando, successivamente, hai bevuto dal calice, ti ho trasmesso ogni cosa del Bosco delle Futilità: anime, nebbia… anche gli esseri che non hai ancora conosciuto e che, a breve, entreranno nella tua Vita. Tu, adesso, vivi con loro. Non voglio farti del male ma, se non accetterai, il tuo destino sarà inevitabile.”

Il racconto distolse l’attenzione dalla parte più cruda della faccenda: “E qual’è il mio destino?” chiesi.

Salì sul divano e si sedette accanto a me dicendo:

“Non è di destino che stiamo parlando ma di Destinazione. Sono due concetti differenti. Quello che sei diventato è un’anima di plastica che ha voluto provare qualsiasi forma di persuasione. Hai abbandonato il tuo Essere in favore di una vita di apparenze che ti hanno distolto dalla tua destinazione. Hai usato la parte più nobile,quella della Conoscenza, per i fini più loschi, cercando di arrivare per vie traverse ai tuoi obiettivi. Una vita di ascensori avrà valore solo quando ricomincerai a fare le scale. Hai usato la parte più bella di te per diventare qualcosa che non sei lentamente ma inesorabilmente, solo per compiacere. Sei diventato l’esempio lampante di questo videoclip“.

Mentre parlava, le lacrime solcavano il mio viso senza remore. La mia parte consapevole fu colpita e affondata.

In quel momento salì su di me e mosse le zampe sulla mia pancia, come per massaggiarla.

“Vederti piangere è un sollievo perché è la parte consapevole di te che sta parlando. Urlando. Purificando. Perché la tua Anima è stata in grado di vivere al di là della nebbia, senza farsi intaccare dalle persone, dalle usanze, dalle mode. Non cercava di compiacere ma viveva nel profondo rispetto per sé, per le altre persone e le altre forme della Natura. E piangere è una cosa bella, risolutrice! Lo vedi questo video? Quando uscì il pezzo, più di venti anni, fu snobbato (come sempre) dal mondo della musica perché parlava di qualcosa di crudo che si stava realizzando. Quando mi impossessai di Kevin Altieri cercai di riproporre all’estremo le parole di Eddie: le visioni delle Crociate, del Medioevo , dell’Inquisizione ,del Ku Klux Klan. Sono tutte cose collegate all’ingordigia dell’essere umano che muove il suo Essere al di fuori delle sue potenzialità per conquistare tutto. Non si accorge di vivere con le catene. Prima di un essere sovrannaturale, poi dei libri, poi delle sue invenzioni. La voglia di conoscenza ha portato alla crescita delle tecnologie e non tutto è andato come doveva essere. La nascita di Internet, della tua tecnologia e dello stare “vicini nello stare lontani” da una parte ha portato il benessere e la crescita del business, delle comunicazioni, dall’altra, una catena molto più grande di tutte le altre: il vivere collegati alla macchina. Quando uscì questo video, la band fu accusata di vedere la cosa in maniera troppo pessimistica, di urtare i sentimenti delle persone. Ma tutto ciò che loro avevano creato e cantato, era reale. Gli uomini che diventavano un tutt’uno col Pc era il preludio di quello che siete ora: delle scimmie urlatrici che parlano di libertà attaccate a uno schermo. Lo vedi come tutto torna? Il mondo non è cambiato, non ha cercato di trovare risposte ma ha smesso di farsi domande. Per evitare di “urtare”, di creare consapevolezza. Vi ha reso schiavi. Siete tornati a quattro zampe e non ve ne siete accorti. Anche tu lo sei: accetti qualsiasi cosa per compiacere gli altri, per far capire che puoi stare al passo con gli altri, vivi in funzione del teatro virtuale che pratichi ogni giorno, mentre la tua Anima grida aiuto. Astarte e Djinn hanno trovato in te un piacevole pasto quotidiano da mangiare, ma ora sta a te decidere se diventare pietanza reale o ritrovare la tua Essenza ancestrale!”

Quella spiegazione riempì di tante domande la mia testa e non sapevo come controbattere. Le lacrime continuavano ad uscire fuori e chiesi ad Ereshkigal:

“Cosa posso fare per cercare la mia Essenza? Voglio capire come uscirne fuori!”

Ereshkigal rispose :

“Lasciati andare e guidare. Apri la mente e sposta gli orizzonti. Segui le tracce che ti lascerò. Io sarò con te sempre, ci rivedrai in ogni forma. Ora cerca il tuo luogo ancestrale, il Giardino della tua Anima”.

Con la zampa mi chiuse gli occhi e mi addormentai.

Al risveglio trovai un istantanea scolorita sul petto: una casa nel bosco.

Sapevo da dove iniziare.

EXERCISES IN FUTILITY

Il Bosco si stava preparando per il grande banchetto di Benvenuto e sembrava che fossi felice di quello che stava succedendo.

Vivere una storia così, degna di un libro di terrore, a quel punto non mi dispiaceva, anzi, creava in me una strana curiosità. Le domande erano tante ed ero pronto ad andare fino in fondo a questa faccenda.

Certo, sedersi a banchettare con dei mostri con il mio volto deve essere proprio una cosa particolare… pensai.

Dopo il discorso, Ereshkigal scomparve lungo la radura e le creature con lei. Il cielo si schiarì e le stelle uscirono fuori in tutta la loro Bellezza infinita. Potevo vederle tutte, in un’ atmosfera naturale magica.

Mentre le guardavo sentii un rumore di passi che si avvicinava sempre più.

L’alone delle creature tornava verso la radura del bosco in maniera massiccia, portando tutte insieme, come formiche, qualcosa di pesante. Era un tronco, spogliato dei suoi rami. Da un cespuglio nei pressi del tronco fecero uscire un tavolo in pietra scura, di un colore che avevo già visto prima . Non capivo il perché di questa cosa, ma guardavo curioso i preparativi. Una volta posato a terra, si sentì una voce dal profondo rimbombare la foresta declinando una frase :

Sol Austan !”

In quell’ istante, le punte dei rami degli alberi si accesero, come se fossero candele. Il cielo, che stava per essere assorbito dalle Tenebre, trovò la sua Luce.

L’immagine del fuoco sui rami mi sorprese, facendomi rimanere strabiliato da questo gioco di luci. Non era solo questa magia a colpirmi, ma un particolare di esso: gli alberi non venivano consumati dal fuoco, ma le fiammelle rimanevano costanti a bruciare.

Nel frattempo si sentiva un odore familiare venire dal fondo della pianura: Arrosto. Quel profumo irresistibile di carne arrostita mi fece venire un gran appetito, tuttavia seguivo con tranquillità apparente questo momento stranissimo.

Alcune creature si misero in due file parallele come se fosse una parata, ognuno con una torcia in mano.

Mi misi di fronte a loro per guardarli. In lontananza notai un alone scuro che lentamente scendeva verso di noi. Riconobbi il suo mantello e, mentre passeggiava, il suo volto.

Arrivava anche lei, con la sua torcia, in maniera lenta e sinuosa.

Fui invitato ad a prendere posto all’estremo del tavolo, a sedermi. Lei fece lo stesso dall’altra parte. Alcune creature si sedettero intorno, sembrava una cena tra amici . L’ultima schiera arrivò con le pietanze: da una parte vi era carne arrostita, dall’altra, brocche con una bevanda giallognola. Ereshkigal aprì il banchetto ed era assurdo tutto quello che stava succedendo: decine di miei volti attorno a me che mangiavano con ingordigia, e io ero lì e ricevevo gli sguardi di una Dea dall’altra parte della tavola.

“Non ti ricorda nulla questo momento ?” disse.

La guardai esitante, come se stessi aspettando un suggerimento .

“Davvero non c’è nulla che ti fa tornare in mente qualcosa? Voglio darti una mano… era un Agosto di tanti anni fa, dove per la prima volta affrontavi qualcosa veramente da solo, lontano da casa. In una casa di campagna, dentro un bosco. Quella sera di metà Agosto i proprietari, come ogni anno, organizzavano una cena con gli amici più stretti. Agghindavano gli alberi con luci artificiali, come se fosse festa. Eri così spensierato ed eccitato di viverti questa esperienza! Ti divertivi alla cena ,ti sentivi parte di quella nuova famiglia che ti aveva accolto a lavorare. Non ti dice nulla?” Rimasi a bocca aperta… Il ricordo della prima estate post universitaria tornò nella mia testa e, seda una parte cominciavo a trovare una punta di senso in tutto questo, dall’altra cominciavo a sentire un profondo brivido freddo sulla schiena . “Ora ricordo, ma non c’erano le fiamme. Ma tu come fai a sapere tutto questo?” dissi, ridendo nervosamente.

” Io? Io ero lì. Ricordi quel gatto che chiamavi Briciola, che veniva spesso a strusciarsi addosso a te, che dormiva con te? Io ero lui. Eravamo tutti lì, ma non potevi saperlo ahahahah. Ma non è tutto… ora guarda bene tutto questo e saprai risponderti su dove sei”. Sconcertato! Ricordavo bene quel gatto e quanto mi dispiacque non rivederlo, tanto mi ero affezionato a lui. In un attimo, tutto tornò a galla e quel posto nascosto nel fondo dei ricordi diventò qualcosa di reale.”Vedi -continuò- quando ti dissi che l’avevi vissuto, non era di certo in un sogno perchè, questo Bosco, non è altro che quel posto. In un’altra dimensione. “

“Cosa vuoi dire?”

“Che sei sperduto nel Cosmo ma così vicino alla tua realtà. E’ solo dopo averti insegnato a vedere che capirai il perchè .”

Tutta questa vaghezza nulla cominciava a infastidirmi così, chiesi con insistenza: “Ma cos’è tutto questo? Perchè proprio me? Basta con questi giochi!” sbattendo i pugni sul tavolo.

“Questa angoscia di dover capire tutto e subito ti accompagna da sempre sai? La realtà è che non vuoi imparare a vedere. Per questo sei qui, perchè hai smesso di vedere quello che sei. Hai smesso di ascoltare il battito dei segnali che il tuo contenitore ti suggerisce. Sei diventato il rozzo suono della latta che cade sul pavimento! Per questo sei qui, per dare un risposta a tutto quello che sei diventato!” Queste parole entrarono in me come un coltello e di colpo, mi zittii. “Io lo sento il tuo disagio, e lo comprendo -disse- di certo tutto questo è qualcosa che non puoi spiegare quando tornerai nella tua realtà. Ti prenderebbero per matto! Ma vedi… sei stato portato qui per uno scopo. Noi abbiamo viaggiato accanto alla tua Anima da sempre, nei modi più disparati possibili, abbiamo notato i tuoi incidenti di percorso, i tuoi compromessi continui, il tuo accettare. I tuoi fallimenti. E tutto questo ti ha portato qui. Dove tutto diventa materia e linfa. L’Oblio che diventa Cura. E tutto quello che vedi seduto accanto a sono parti di TE.”

“Perchè sono parti di me? Cosa rappresentano?” risposi

“Non sono nient’altro che le tue anime futili, che diventano materia. Ogni figura che vedi con il tuo volto ti accompagna ogni giorno della tua vita. Sono le tue Futilità, i tuoi pesi, le tue apparenze, plasmate in carne e ossa.Ogni momento della tua vita loro vivono invisibili, succhiano la Grazia dalla tua Anima, e diventano parte di essa.” Rabbrividii, mentre le creature mi guardavano fameliche e schernenti ,ridendo di gusto .

Cercai di alzarmi dalla tavola ma non potevo. I miei piedi erano ancorati al terreno, un ramo dal sottosuolo li stringeva. Ero bloccato. Con queste creature che diventavano sempre più oscure avvicinarsi verso di me. Le sentivo addosso, fino a che sparirono, di colpo, come in un gioco magico.

Ereshkigal tirò fuori la sua risata gutturale, dicendo :

“Vedi, questo è tutto quello che le Futilità fanno a te ogni volta che decidi di esercitarle. Mangiano il tuo spazio vitale, vivono per te, mentre la tua essenza viene relegata a spettatore, nel fondo del tuo abisso. Voi umani siete un esempio vivente di tutto questo. Passate la vita a farvi indottrinare, convinti di essere menti superiori, dotati di un estro particolare. Praticamente dei supereroi eletti ahahahahahahahahahah. Crescete con l’illusione di un entità che vi protegge ,che vi guarda dall’alto. Non cercate la sua esistenza perchè, tanto, “lo dice un libro”. Proseguite il Vostro cerchio vitale cercando di non vedere quello che succede, continuando a farvi indottrinare, dal vestire all’Essere. Passate da un libro che raramente avete letto nella sua essenza a mezzi che continuano a portarvi su una strada: l’uniformità. Vi dicono come camminare, come vestire, come riprodurvi… e voi proseguite senza sosta. Condividete istantanee virtuali col mondo mostrandovi sorridenti e felici. E sai cosa vedo il più delle volte? Una maschera. Uno scheletro triste. E voi vi chiamate animali razionali superiori? Io vedo solo un branco di pecore pronte al suicidio. E anche tu sei pronto a questo. Sei il riassunto sbiadito di quello che ho descritto. Con la tua Anima in fondo, che soffre. E la tua ha valore. In fondo, tu sapevi leggere la tua essenza, ma l’hai dimenticato! Sei qui per questo. Ora cammina con me, e sarai capace di guardare aldilà della nebbia.”

Si avvicinò e mi portò vicino al tronco che, con il tocco della sua mano, si accese e disse: “Non devi avere più paura di tutto questo, sigilliamo la nostra unione.” Con le unghie graffiò il mio polso, facendo cadere il sangue in un calice. Vi unì il Suo e un filo di nebbia scese al suo interno. Lo avvicinò.

Bevetti senza pensare.

Mi guardò e mi spinse all’interno verso il Tronco Infuocato .

Mi svegliai nel mio letto, insanguinato e, in bocca, un sapore conosciuto: Idromele.

The great truth is there isn’t one 
And it only gets worse since that conclusion 
The irony of being an extension to nothing 
And the force of inertia is now a vital factor 

And there is despair underneath each and every action 
Each and every attempt to pierce the armour of numbness 
Burning bridges becomes a habit to support 
And the front line expands like there’s no tomorrow 

IN THE MIST SHE WAS STANDING

Passai giorni a capire cosa fosse successo realmente .

Non riuscivo a pensare che un incubo del genere potesse diventare così reale.

La mia mente, in questi momenti ibernati di quarantena, viaggiava in loop con quelle immagini nitide impresse.

Con quella voce…

Quella voce… era così cavernosa che la sentivo rimbombare dentro di me.

Ogni volta che ci pensavo, quei graffi tornavano a farsi sentire dall’ interno.

La prima sera ebbi così tanta paura di addormentarmi che sembrava di tornare ai tempi in cui vedevo di nascosto “Notte Horror ” e “Hellraiser”.

Una paura infima, sottile, che faceva capolino nella mia testa.

In ogni momento.

Crollai sfinito, con il pensiero che mi mangiava l’esistenza.

Dormii come un sasso e, senza accorgermene, mi svegliai come se nulla fosse successo.

Mentre mi sistemavo, controllai la zona della ferita che cicatrizzava sempre di più.

Dentro di me, iniziai a pensare che fosse solo una stupida suggestione, che magari era stato Tyrion a farmela, senza che me ne accorgessi nel sogno.

Insomma, stavo cercando di passare oltre.

Ero solito raccontare i miei sogni alla mia migliore amica ,senza omettere nessun dettaglio.

Lei, dotata di forte sensibilità, sapeva veicolare quale comportamento insito ci fosse dietro.

Questa volta non aveva senso: mi avrebbe riso dietro come tutte le volte le ho raccontato di castelli incantati e di ruote panoramiche assassine.

Volevo passarci su, vivermi questo periodo di quarantena nel miglior modo possibile, cercando di essere più focalizzato sul presente e sul mio lavoro che non mi dava scampo.

Questa ibernazione stava ponendo nuove basi in me, cancellando una routine comune quasi a tutti per farmi rientrare in uno stato di solitudine profondo e consapevole.

Ho imparato col tempo (e con tanti ponti calati giù) ad amare la mia solitudine e quello che cerco di essere, senza pregiudizi, con la voglia solo di costruire qualcosa per me.

Questo periodo stava ponendo, con decisione, la totale chiusura verso il mondo esterno, tranne che per i miei affetti.

Cercavo di concentrarmi sulla mia vita quotidiana fatta di sveglia-prepararsi-smart working -esercizi fisici -film-dormire ma , dentro, c’erano ancora le immagini di quella notte che mi inquietavano.

Non erano più nitide come prima, passavano per pochi instanti nella mia mente come un fantasma a velocità supersonica.

Un pomeriggio inoltrato, dopo aver spento il Pc, entrò dalla finestra un fascio di luce.

Era pieno e luccicante, copriva totalmente il mio viso.

Chiusi il mio occhio sinistro, come faccio oramai da bambino e, in quell’istante, vidi l’inimmaginabile .

Vidi quel bosco, in una giornata di sole, come se fosse una giornata di fine Marzo , con i rami degli alberi di un colore vivido e piacevole.

Fu un flashback piuttosto veloce che si stampò in testa.

Non riuscivo a pensare ad altro.

Sarà stato un momento di ricordo o un messaggio da decifrare?

Cercai di non pensare, il tempo vissuto era già quel che era e non avevo più voglia di prestare attenzione ai mind games interiori.

Feci una doccia e, mentre tornavo nella stanza per sistemarmi, i miei occhi si soffermarono su qualcosa di nuovo, fissandolo sconcertati.

C’era una lanterna sul letto, completamente piena di fango .

La luce fioca cercava di uscire fuori dalla coltre spessa che la ricopriva, quasi come se stesse lottando con essa.

I miei battiti aumentavano sempre di più, cominciai a sudare come se fossi nel caldo andaluso di agosto a 57 gradi e non riuscivo a muovermi .

Intanto, il fango cominciava a riversarsi sul letto fino a scendere sul pavimento .

Decisi di avvicinarmi .

Mi inginocchiai e posai gli occhi sulla lanterna. In quel momento, sentii un forte fischio nell’orecchio per alcuni secondi. Cercai di staccarmi ma ero bloccato al suolo e, quando il fischio si attenuò, sentii una voce.

Quella voce… mi sussurrò nell’orecchio come un growl di Mikael Akerfeldt in “Orchid“.

“Vieni a me “.

Da quel momento, non capii nulla.

Mi ritrovai a terra, esanime, in un posto che avevo già vissuto. Non pioveva come l’altra volta, ma era lo stesso.

Gli Alberi divelti, la nebbia infinita che mi attorniava, il suo lungo viale… era lui.

La nebbia… quella non è sembrata mai andare via da questo scenario, così spessa e presente da non riuscire a trovarci fine.

Ero tornato in quel posto e non volevo alzarmi per paura.

Mi sentii bussare sulla spalla e vidi una mano che si porgeva a me. Mi accorsi che non era umana: le dita protendenti nascondevano degli artigli ben affilati, la forma fisiologica di un gatto in piedi .

Alzai lo sguardo e… aveva la mia faccia!

Cominciai a indietreggiare strisciando per terra mentre centinaia di risate avvolgevano il bosco .

“Su miei discepoli, basta! Non è questo il modo di presentarsi davanti al nostro ospite!” E le voci sparirono, ma rimasero gli occhi dietro alla nebbia a scrutarmi.

Poi di nuovo, riprese a parlare, con un tono leggero, quasi scherzoso:

” Non avere paura di Karelis, vuole solo aiutarti a rimetterti in piedi e portarti qui da me.”

“Voglio sapere perché sono qui e cosa volete da me!” tuonai.

“Non avere fretta dei dettagli… segui Karelis e avrai ogni risposta. Non ti mangerà… o, almeno, non sai se lo sta già facendo ahahahah!” chiudendo con una risata gutturale che sembrava infinita.

Karelis mi porse di nuovo la mano e cominciai a seguirlo.

Lungo questo viale alberato mi avvicinavo sempre di più alle luci sugli alberi e… avevano tutte il mio volto. Erano animali: gatti, volpi ,serpenti, scimmie, scorpioni, lucertole… tutte col mio volto. Ma avevano gli occhi scavati e neri. Come nelle statue di Subirachs a Montserrat.

Questo cammino mi sembrava un viaggio e, più mi avvicinavo, più non sentivo gli arti. Tutto diventò paralizzante e fuorviante.

Il cielo si chiudeva sempre di più, con rumori di fulmini caduti in lontananza.

Karelis, sentendo la mia ansia, mi sussurrò: “Non devi avere paura, lei la sente. Lei sente tutto. Qui sei dove sei sempre stato e non hai mai voluto vedere.”

Le sue parole mi lasciarono basito e fortemente dubbioso, ma non ebbi il coraggio di chiedere. Cosa avrà voluto dire? La guardai, e il suo ghigno divenne stranamente rassicurante. Ero pronto a qualunque cosa sarebbe successa.

Alla fine del viale, un alone oscuro si materializzò: era seduta su un trono alberato, con due creature ai suoi piedi. Le uniche che avevano materia.

Mentre mi avvicinavo, notai un giradischi spezzato a metà sistemato sul ramo di un albero, con la puntina che ticchettava sulla superfice .

Questo particolare mi distrasse e, quando rialzai gli occhi, la vidi in tutta la sua forma: una figura sinuosa, coperta da un lungo mantello scuro e Sette scorpioni ai suoi piedi. La testa coperta da corna di cervo, quasi come fossero una corona.

Karelis si scostò e mi fermai dinanzi a lei .

“Benvenuto in questo mondo. In questo mondo che ti appartiene da sempre.” esclamò.

In pochi secondi sentii la stessa frase ripetuta, come se veramente mi appartenesse. Ma non sapevo né dove né quando l’avevo vissuto.

“Chi sei ? Perchè mi tormenti ?”

Si fermò, mi guardò intensamente e, alzando la mano, mi disse:

“Non ti sto tormentando, ti sto solo facendo vedere una parte di te che non conosci. Ti ho portato qui nel sonno la volta passata per farti capire che quello che vivi quando sogni non sempre è irreale, ma corre con te. Ho voluto accendere una spia dentro di te, affinché cominciassi a interrogarti ma, nulla, hai voluto chiudere la faccenda, come se tutto fosse frutto della tua immaginazione! Persino per il graffio hai trovato una scusa! Voi umani, pensate di sistemare tutto sotto il tappeto e andare avanti! Per questo era mio dovere riportarti qui! Ora, sai che tutto questo non è frutto dei tuoi pensieri notturni perversi, ma solo della tua realtà.”

Gelai.

Tutto quello che sentivo era reale. Lo sentivo, lo toccavo con mano, anche il profumo del bosco era reale.

Cominciai a balbettare e riformulai la domanda ,cercando di mantenere una tranquillità apparente: “Chi sei?”

“Sento l’angoscia e la paura scorrerti dentro! Hai fretta di etichettare ciò che hai davanti ma non sei capace di dare una spiegazione a quello che ti è successo. Ebbene, prima di chiedermi chi sono, devi capire COSA SIAMO.”

E in quel tratto, rimasi magnetizzato dal suo racconto…

“Siamo tutto ciò che esiste dall’Alba dei Tempi. Quello che non è scritto sui libri con cui sei stato indottrinato. Viviamo ovunque e non ci vedi, portiamo nei vostri destini segnali che solo i saggi e i giusti sanno vedere. E questo Bosco è il TUO segnale. Il tuo Bivio. Il mio nome è Ereskhigal, il guardiano di questo mondo, il Bosco delle Futilità! Hai tanto da vedere, siediti qui, banchetta con noi e ti mostrerò la sua essenza!”disse, con voce soave e scandita.

Al pronunciare del suo nome, il giradischi vibrò una musica conosciuta, e, tutto intorno, si profumò di essenze dolcissime.

Mi fermai estasiato davanti a tutto ciò, e banchettai con loro .

A FOREST

Non so perchè mi ritrovo in tutto questo.

Ricordo di essere andato a dormire presto ieri sera, verso le 23.00, dopo il saluto della buonanotte di ogni sera a chi voglio bene .

E invece mi ritrovo nel letto con il corpo pieno di fango e segni di graffi sul petto, senza sangue.

La respirazione si fece dirompente e i battiti di colpo sono saliti come un blastbeat in “Altars of Madness”.

Mi manca l’aria.

Non so cosa possa essere accaduto questa notte, o forse quello che ricordo è solo frutto della mia immaginazione.

O forse no.

Cerco di calmarmi facendo mente locale e nella mente affiorano immagini sfocate.

Una volta sceso nell’iperuranio sono crollato in un sonno vorticoso ,di quelli che non rimembri quanto non era così.

E nell’affanno dello stesso la mia mente iniziò a sognare …

Davanti a me un sentiero sterrato attorniato da campi di grano appena sbocciato, di quelli che a Marzo ti avvicini per sentirne l’odore di fresco , e in lontananza il sentiero si perdeva lungo cespugli e roveti .

Camminavo lentamente , con una tunica in mano di color nero e una torcia.Completamente scalzo.

Quello che mi colpiva da lontano era il cambio di tonalità di colori che il cielo donava alla mia vista : da un azzurro acceso piano piano si trasformò in cremisi ,contornato da lineature forti .

Arrivai al roveto e continuai il mio cammino ,fino a oltrapassare degli Alberi enormi.

L’Atmosfera d’un tratto cambiò .

Mi resi conto di essere entrato in un Bosco dalla quantità di alberi che mi accerchiavano , e dall’odore forte di resina che emanavano.

Sapete come sono i boschi , hanno quell’ambiente piacevole in cui te stesso è in perfetto contatto con la sua natura .Da piccolo adoravo andarci ,era il passatempo preferito delle mie estati passate in campagna .E anche di tanti guai.

Il cielo diventò grigio tendente al nero e cominciò a piovere.

Cercai di tornare indietro ma il suo incedere diventò sempre più possente.

Allora mi fermai sotto uno di essi per ripararmi ,brandendo la faccia con il cappuccio della tunica. Rimasi così tanto tempo.

Smise di piovere.

Alzai lo sguardo e notai la nebbia formarsi come un drappo, attorno a me .

Mano a mano coprì totalmente lo sviluppo del bosco.Il verde attorno si ricoprì del grigiore denso tipico del suo formarsi .

Così forte che sembrava avesse perimetrato tutto il percorso .

Rimasi colpito da tutto questo e un brivido mi corse lungo la schiena.

Decisi di andare via ,non potevo sopportare tutto questo ; e mentre mi incamminai notai da lontano una cosa singolare :il sentiero era bloccato .

All’inizio non capii cos’era l’ostacolo , e incominciai a correre . Mentre mi avvicinavo mi ricordai di quegli enormi alberi che attraversai e che significavano l’inizio del Bosco .

Non erano più lì svettanti.

Li ritrovai piegati verso il centro , uniti come in un abbraccio .Con la coltre di nebbia che serrava tale incrocio.

Più mi avvicinavo più questa stretta si chiuse, con la nebbia che lentamente serrava ogni via di uscita.

Non esisteva più un sentiero ,non vedevo più i campi di grano ,non esisteva più il celeste nei miei occhi.

C’era solo una coltre scura davanti a me.

In preda al panico scivolai sul fango denso .

Solo dopo un pò alzai lo sguardo e quello che vidi colpì i miei occhi : una scritta.

FUTILITY.

Marchiata a fuoco all’incrocio degli alberi. Come un cartello.

Sentii la resa dentro me. Volevo solo che finisse tutto questo e il bisogno di tornare alla realtà.

Ma questo fu solo l’inizio.

Mi girai e vidi uno spettacolo senza fine :decine ,migliaia di luci , di ogni colore davanti a me .

Che mi fissavano, in silenzio .

Sentii una voce sovrannaturale che mi portò verso di loro . Più mi avvicinavo più mi rendevo che non erano luci.

Erano occhi ,nascoste tra gli alberi.

Non comandavo più i miei arti.

Di colpo si fermarono paralizzati.

Scendendo nel fondo come nelle sabbie mobili .

Mi sentii soffocare ,come una marionetta in mano ad un burattinaio sconosciuto ,cadendo sempre più inghiottito dal fango.

Oramai ero coperto fino alla bocca, cominciando a inghiottire melma e il mio cuore lentamente cominciava a collassare

Finché non udii una voce lontana,come da una altra dimensione , che rimbombò come un tuoio lungo quel sentiero infinito:

-“Non avere paura!Stai solo vedendo quello che stai diventando , e quello per cui cadrai. Vieni con me e ti mostrerò ciò che ti spetta”.

La discesa nel fango si fermò, la mia faccia scomparve dal mio corpo e in lontananza si udìì una nenia conosciuta…

Come closer and see

See into the dark

Just follow your eyes

  I hear her voice
Calling my name
The sound is deep
In the dark
I hear her voice
And start to run
Into the trees
Into the trees”

Mi sentii trasportato da un ‘altra parte.

Alienato .

Aprii gli occhi e mi ritrovai nella mia stanza.

Coperto di fango ,graffi e con quella voce che mi rimbombava nel cervello.

Era reale ciò che avevo vissuto ?

E mi chiusi in un pianto infinito.

Benvenuto!

Benvenuto in questo nuovo spazio, dove le parole trovano nuova linfa e sollievo.

Ora chiudi gli occhi e svuota la mente : immagina di camminare lungo un sentiero e di ritrovarti di colpo all’interno di un Bosco.

Il cielo diventa plumbeo , la nebbia comincia a scendere fitta ,nascondendo dal percorso ogni soluzione di uscita .

Mentre il cielo comincerà a scurirsi sempre più comincerai a intravedere creature che spiano da dietro gli alberi.

Loro non sono sconosciute per te : presto capirai che sono parte del tuo quotidiano,di quelle abitudini che ti hanno reso “intoccabile”, ma incapace di vedere.

Non a caso sei finito nel Bosco delle Futilità.

“Come Alberi Nella Nebbia ” vuole essere uno spazio onirico : un luogo dove abbiamo la capacità di guardare oltre “la nebbia” senza aver bisogno della vista;

Dove la “nebbia” è tutto che ci circonda: quegli automatismi naturali e artificiali che inseriamo nel nostro mondo per cercare di vivere nel mondo più “funzionale “possibile .

Sta a noi saper interpretare quando è il momento di “conviverci ” o “smussarle ” per proseguire nel nostro percorso. O crearne un altro.

Una situazione metaforica che potremmo paragonare al periodo che stiamo vivendo :un ‘epoca dove siamo costretti a ibernare tutto, occupazione ,famiglia ,aspetti, avendo a disposizione solo noi stessi.E con essi magari trovare un nuovo inizio o un percorso alternativo.

Ogni uscita settimanale sarà strutturata con un Tema scelto ad Hoc ,dove cercherò di analizzare contesti,situazioni,con l’obiettivo di creare Domande e soluzioni efficaci per cercare di attuarle al meglio.

Si darà spazio a diverse tematiche ” come ad esempio l’Apparenza, il Tempo, l’Accettazione ,l’introspezione personale , la motivazione …”creature nobili” che in tempi così vuoti come questo stanno perdendo il proprio senso originario, a favore di una “cultura” buona per tutte le misure.

Creature che camminando nel Bosco si presenteranno a noi, prenderanno forma e dialogheranno per farci comprendere dove ci stanno portando e cosa ci riserva il percorso aldilà della “nebbia”.

Questo spazio vuole creare a te che Leggi riflessioni e enigmi , senza veli,filtri o pregiudizi.

E dove puoi metterti a nudo , e dove le mie riflessioni possono diventare frutto di scambio di opinioni e anche di nuove domande.

ATTITUDINE NELL’OSCURITA’

In questo Blog l’Oscurità verrà trattata in chiave metaforica : uno spazio dove tutti i nostri comportamenti e usi apparenti vengono sviscerati e posti in una nuova forma. Piccoli segnali di luce utili per creare un nuovo percorso, consapevole, chiaro e PROPRIO.

Ma cosa più importante :qui l’Oscurità viene snocciolata come fase fondamentale del nostro quotidiano :non da scacciare ,emarginare, ma da conviverci e valorizzare.

Creando luce in essa.

Per poter danzare in essa.

E tu ,sei pronto/a a scoprire il Bosco delle Futilità?