NEBBIE

Il volteggiare oscuro dei corvi ci accompagnò per molto tempo lungo la salita, con il suo frastuono e il suo rumoroso volteggiare. A tratti si poteva ricondurli ai riff tipici del Black Metal, quelli che in tremolo vengono ripetuti all’unisono, come se ci fossero stati Abbath o Ihsahn in cielo a suonare. Siamo abituati a fare queste digressioni, qualsiasi cosa che abbia un suono lo riconduciamo a un riff. In qualunque posto. Sembra così strano raccontarlo a volte, ma ricordo le nostre conversazioni quando si incrociano con gli altri amici: impossibili da decifrare. Tutti ci guardano con la faccia basita, ma a noi è sempre fregato poco. E’ sempre stato il nostro modo di comunicare che ci ha plasmato e ci ha portato ad avere un rapporto franco e divertente allo stesso tempo. In quel momento di ricordi, la salita che ci conduceva verso Bocca della Selva sembrava così gioiosa e rilassante, quasi come se fossimo lì in villeggiatura. 

L’ingresso era tortuoso e arido, avvolto da pietre e terra arida, senza alcuno spiraglio per i colori accesi. 

“Queste montagne sembrano inospitali, ma custodiscono in loro il valore della nostra Terra”  disse Nicola mentre si attraversava il pianoro prima di entrare nel rifugio.

 “Sembriamo aspri e inospitali da fuori, chiusi nel nostro guscio, insensibili e disinteressati al mondo esterno, ma, alla fine, chi entra dentro di noi vede tutto questo” indicando con la mano quello che avrei visto tra poco .

Una magnifica visione.

Un masso di dimensioni enormi dinanzi a noi, con dietro una foresta di faggi sconfinata, attorniata da rocce imponenti. I miei occhi stavano urlando. I miei occhi stavano piangendo di gioia per quella vista. 

Non avevo mai visto così tanta rigogliosa Natura.

 Allargai le braccia, chiusi gli occhi, mi abbandonai a questo spettacolo infinito: mi sentivo proprio bene. Tutto fluiva in me: l’aria, il suono della foresta… tutti i pensieri erano allineati in quell’ambiente. Inspirai profondamente trattenendo una parte di respiro per qualche secondo e poi tirai lo tirai fuori: sapeva di libertà quella espirazione. Mi sentivo a casa, nella dimensione che non avevo mai capito. 

“Siamo a Sella del Perrone ” -disse Nicola, interrompendo il mio momento meditativo- 

“Lì sulla destra c’è il Rifugio Casella. Fermiamoci qui per una sosta “. 

Il Rifugio in questione è un antica casa rustica in pietra con un portone in metallo. Ci appoggiammo lungo la parte in pietra della struttura, rifocillandoci con le poche scorte alimentari prese prima di partire. Quando vide la frutta secca e i dolci che tirai fuori dallo zaino, Nicola fece un cenno di disapprovazione, scuotendo la testa in maniera decisa. 

“Ma che ci dobbiamo fa con ste cose? Pensavo avessi portato un pò di roba buona delle tue parti! Guarda qua, chest’ è roba bon!”

Tirò fuori un involucro di carta stagnola che emanava un odore inconfondibile nonostante fosse lì dal mattino: frittata!

 Lo apri e scoprì un bel pezzo di “pan und” pieno di frittata ai peperoni. I miei occhi strabuzzarono per la goduria. 

“U vi Pe, questa è la merenda del molisano!” “Puoi dirlo forte!”- risposi -“ma manca qualcosa… Mi girai verso la zaino e tirai fuori una busta sottovuoto. La sua faccia fu tutto un programma: “Oh, non potevo pensare che fossi venuto senza scorte di ventricina! Toh, ma pure io non ho finito! ” Un pezzo di caciocavallo uscì dal suo borsone. Questa scalata per trovare Māra stava diventando un pic nic, di quelli succulenti e piacevoli. 

Gustavamo il tutto con lentezza, assaporando ogni momento di questa scampagnata improvvisata anche se, in realtà, sembrava che non mangiassimo da un’eternità!

 Il nostro momento stava proseguendo tra una “scavata” di ventricina e una risata finché udimmo un rumore tozzo nelle vicinanze. 

All’inizio, non gli diedi importanza ma, più i secondi passavano, più diventava imponente, tetro. Nicola si alzò per andare a vedere.

“Vie-vie-vie. Che cazzo è sta roba??!” Lo raggiunsi lentamente e il rumore divenne sempre più greve, devastante.

Tutto era pronto per “godermi lo spettacolo”: uno stormo di corvi neri che coprivano il sentiero boschivo, tutti nella stessa direzione, che beccavano avidamente. Il rumore del becco, per quanto ripetuto all’unisono, faceva tremare la terra sottostante: continuo, ipnotico, senza pietà. 

Un gruppo di uccelli si alzò in cielo con qualcosa tra le grinfie, gracchiando grassamente. Scesero di quota venendoci addosso in picchiata, li schivammo buttandoci in una buca tra i cespugli mentre loro si rialzarono in cielo allontandosi con i loro versi agghiaccianti. Nella loro discesa folle, lasciaronocadere ciò che portavano in volo. Decisi di andare a dare un occhiata. 

La “sorpresa” fu raccapricciante: non si trattava di un animale ma di una testa umana, mutilata, di cui era difficile comprendere i tratti umani per via del continuo becchìo subìto. Mi inginocchiai e iniziai a vomitare senza sosta. Nicola si stava avvicinando e vide anche lui quello spettacolo pietoso. In quello stesso istante, lo stormo si alzò in cielo scomparendo all’orizzonte. 

Quel rombo devastante riecheggiò per molto tempo nella valle e nelle nostre orecchie. 

Quello che dal rifugio riuscivamo a scorgere era una mattanza infinita: decine di corpi mutilati e un lago di sangue che scendeva dalla radura. La paura ci attanagliò al vedere quella massa di carne irriconoscibile fatta brandelli: teste, arti maciullati, genitali mutilati e puntellati, budella divelte. Uno spettacolo degno di un artwork dei Cannibal Corpse ci era davanti e non c’era nulla di cui ridere sopra.

 Il rumore tornò a sentirsi sempre più vicino: lo stormo stava per tornare. I corvi sì fermarono sul cumulo di arti mutilati che avevano lasciato rimanendo sospesi in volo. 

Ci avvicinammo verso il cespuglio. Sentimmo un sibilo lunghissimo venire da solo: in quel momento ogni corvo fece uscire un liquido nerastro, lo stesso che avevano lasciato mentre li guardavo sulla strada per San GIuliano. In un attimo, i resti furono coperti da questa coltre nera, e un altro sibilo contemporaneo squarciò l’aria.

Un fulmine. Di colpo il cielo si riempì di nuvole diventando nero. 

Cominciò a piovere pesantemente. I corvi si posarono lungo i rami degli alberi, quasi stessero assistendo a uno spettacolo. 

Cosa stava succedendo? 

D’unun tratto, la Nebbia coprì ogni angolo della Valle. Non vi era più un solo angolo di luce. Ma qualcosa tra i resti stava avvenendo: un rumore profondo nel terreno ci scosse facendoci cadere mentre, dalla radura, si scorgevano delle forme in composizione: ad una ad una, si stavano tirando su, i corpi si stavano ricomponendo. 

Erano tutti con le braccia aperte, con le gambe conficcate nel terreno, quasi stessero aspettando qualcosa. In quel preciso istante, vedemmo l’immaginabile: le mani protese diventarono rami di alberi, per poi coprire tutto il corpo. Quell’ammasso di carne diventò alberi e, nella Nebbia, si potevano udire le loro grida di dolore rotonde, profonde. 

D’un tratto, tutto diventò silenzioso, avvolto dalla foschia, preludio un suono fosco, sordo. Un sibilo inumano veniva dall’alto. La terra tremava e si squarciò mano a mano.

La parte di sentiero percorsa dietro di noi stava per sgretolarsi completamente. E Nicola, che fino a quel momento era rimasto attonito, quasi fuori dalla scena, non riusciva più a muoversi.

I suoi piedi erano piantati al suolo come gli altri alberi. I corvi, godutisi lo spettacolo, sparirono di nuovo mentre io, preso dalla disperazione, cercai una soluzione impensabile.

“Guardiana dell’Oblìo, vieni a Me! Io ti invoco! Aiutami a salvarci da questa situazione!”

Gridai questo mantra più volte ma non ci fu risposta.

Rimasi a terra, di fianco al mio amico sanguinante e quasi completamente divenuto albero, mentre le nebbie ci avvolgevano.

FEAR IS THE KEY

Il percorso dal Pub a casa fu un caleidoscopio di pensieri. Aver scoperto lo scopo di tutto questo, finalmente, chiuse definitivamente i dubbi su tante situazioni emerse in questa incredibile storia e forse è stato un bene scoprirlo gradualmente. 

In questa esperienza, forse per la prima volta, ho avuto il piacere di esplorare i processi dall’inizio alla fine, senza dover ricorrere a scorciatoie ed essere scelto per cercare di evitare una “fine” mi rendeva orgoglioso e bramoso da una parte ma, dall’altra, portava a galla le paure di sempre.

Sarò in grado di sistemare questa storia? Avrò la forza di reggere tutto questo peso?

Erano queste le domande che mi rimbombavano nella testa, accompagnate da quella leggera pressione sul petto che si presenta sempre quando non sono sicuro di quello che devo fare e che cercavo di eliminare con il massaggio con il medio e l’anulare che pratico sempre in questi casi, sdraiato sul letto. Dopo un pò, mi calmai e riuscii a prendere sonno.

Il mattino seguente mi svegliai stordito. Dormii malissimo, con quel cerchio alla testa dato dai pensieri. Cercai di pianificare al meglio le cose. Chiamai a lavoro dandomi malato e, in questo periodo di Pandemia, valeva la legge del capo: “Se senti anche un leggero raffreddore, stai a casa!”. Preparai la borsa con le cose necessarie. Misi vestiti comodi, una camicia termica, degli scarponi da trekking e cercai la mia torcia. La cercai come un matto ma non era nel posto giusto. 

Sentii miagolare dal bagno: trovai Tyrion con una lanterna accesa in bocca, la stessa che trovai tempo fa piena di fango. 

Appena la presi, vi trovai un biglietto: “Questa ti servirà per entrare nelle Nebbie. Ereshkigal”. Sorrisi e la sistemai alacremente. Terminata la borsa, iniziai a studiare il percorso che mi avrebbe accompagnato in questo viaggio; non dovevo percorrere tantissimi chilometri, ma la parte della salita da Guardiaregia alle pendici del Mutria era la parte più dura, soprattutto per un trekker principiante come me.  

Dovevo tirare fuori il meglio per arrivare in cima, dove era segnato il rifugio di Māra. 

Sistemai tutto in macchina e mi avviai. Per arrivare nel punto esatto, dovevo andare direttamente a Sepino ma, visto il tempo favorevole, feci una deviazione per San Giuliano del Sannio, un comune situato a pochissimi chilometri dal centro Sannita. 

Lì avrei incontrato per un caffè Nicola, un mio caro amico archeologo, per chiedergli informazioni sulla montagna. 

Mentre percorrevo la strada, notai dei corvi appollaiati sui Guard Rail, starnazzanti; in Molise non è raro trovarli sui bordi delle strade, soprattutto nei mesi freddi, di primo mattino. La cosa davvero strana, fu vederne un paio picchiettare col becco i blocchi di pietra antichi utilizzati in precedenza come cartelli stradali. 

Accostai e mi fermai per osservarli meglio. 

Il loro ticchettare sincronizzato sembrava quasi scolpire la pietra lasciando un liquido voluminoso. Si accorsero del loro curioso osservatore e, improvvisamente, sì fermarono lanciando al cielo un latrato gutturale dai loro becchi. 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena ma riimasi sospeso a guardarli per un pò, immobilizzato dalla curiosità per quell’evento del tutto insolito finchè vidi che gli altri corvi cominciavano ad avvicinarsi.

 Preso dell’istinto, tornai in auto e scappai velocemente da quel posto mentre avevo l’impressione che lo stormo mi deridesse. 

Arrivai a San Giuliano cercando di calmare quel leggero spavento. Parcheggiai e trovai Nicola all’inizio della discesa che porta alla Piazza Principale.

“Ogni volta che ti vedo stai sempre più scoppiato!” disse salutandomi.

“Non potrai mai immaginare cosa ho visto arrivando!”

” Ahahah, Giusè, prendi fiato e me lo dici al bar, che ho bisogno di un altro caffè.”

Arrivammo al bar, salutai alcuni amici autisti che erano lì davanti e ci sedemmo al tavolo. La signora ci portò i caffè e un cornetto alla Crema ordinato da Nicola.

“Questo è per te che hai bisogno di dolcezza stamattina!” disse, ridendo con la sua solita ironia.

“E’ che mentre stavo arrivando ho visto dei corvi sul Guard Rail. Nulla di strano all’inizio, anche dalle mie parti se ne vedono spesso… ma non che picchiettino le pietre lasciandvi un liquido scuro. Quando si sono accorti che li stavo osservando, hanno richiamato gli altri con un grido fortissimo, quasi come quelli che piacciono a noi metallari. Sono arrivati tutti insieme e sono scappato correndo. Tutto qua.”

Lui cominciò a ridere, per poi spegnere  lentamente la risata in un ghigno serafico:

 “E’ da un pò di tempo che succedono cose strane nella zona. Scompaiono persone di colpo, ci sono stati ritrovamenti di alcune persone senza vita, sventrate nelle valli, senza occhi, con questi segni di picchiettamento continuo sui loro corpi. E, cosa ancora più strana, è trovare nello stesso posto, alberi che prima non c’erano.”

 E qui cambiò completamente la sua espressione. La mia, invece, si corrucciò sempre di più, ma mi sembrava di aver trovato una risposta. Non sapevo come Nicola avrebbe potuto reagire.

“Sono qui anche per questo. So che di te posso fidarmi e che potrai aiutarmi a trovare un senso a tutto questo. Ma devi ascoltarmi. Stanno succedendo cose perchè un nuovo ordine sta cercando di schiacciare l’ordine  naturale delle cose. Ti sembrerà strano tutto questo ma esistono veramente forze antiche che hanno vissuto nel corso della Storia a contatto con la nostra società, cercando di trovare gli adepti adatti a custodire i Cinque Tesori della Forza, nascosti secondo lo schema del pentacolo rovesciato. Loro vivono a contatto con noi in un sistema bi-dimensionale, dove il nostro terreno è uguale al mondo che è sotto di noi. Non è né Paradiso né Inferno ma un mondo al contrario, con le nostre stesse realtà, ma vissuto da creature orripilanti create da noi nel nostro quotidiano. Sono le nostre Futilità: vivono in un bosco, nel limbo tra questo e l’altro mondo. Ora la nostra esistenza è messa a dura prova dal Nulla, che vuole rubare l’energia della Terra e trasformare tutto in cenere e… Alberi.”

“Seguimi”

Così interruppe il mio discorso chiedendomi di accompagnarlo. 

Pagammo e mi portò allo scavo archeologico di una Villa Romana ritrovata in paese qualche anno prima e che, grazie all’Università, negli ultimi anni erano riusciti ad avere risultati importanti dal punto di vista dei reperti ritrovati.

“La Villa de Neratii

E proprio mentre ci trovavamo all’interno di un vecchia costruzione di pietre, cominciò a raccontarmi una storia:

“Quello che tu racconti è tutto vero. Incontrai delle persone straniere, le vedevo muoversi per il paese da qualche anno a questa parte, in periodo di scavo. Vennero a chiedere informazioni una mattina dicendo che erano studenti di Archeologia di Milano. La nostra professoressa, nonché direttrice degli Scavi, si accostò a parlare con loro quando le chiesero se fosse stata trovata una pietra preziosa negli scavi e dove si trovasse il Monte Mutria. Ad una risposta negativa, questi diedero in escandescenze asserendo con forza che lei sapesse. Mi avvicinai per separarli e li strattonai. Si allontanarono e notai come, nonostante ci fosse un sole cocente, non c’era ombra dietro di loro. Questa cosa mi fece riflettere tantissimo sul momento ma poi, preso dal lavoro, pensai ad altro. Quella sera, come era solito fare, rimasi per ultimo a sistemare gli attrezzi dicendo agli altri di trovarci al bar per una birra un’oretta più tardi. Fu lì che venni attaccato dagli individui della mattina, uniti ad un Essere pelato che aveva un occhio di rettile sul lato sinistro. Mi disse che sapevo dove fosse la pietra e che per la mia insolenza sarei stato punito. Dalle sue unghia sporgenti uscì un liquido nero che si posò sulle mie scarpe, nella zona delle dita. Successivamente, si insinuò dentro di me e sentii un forte dolore.”

Si tolse le scarpe e vidi le sue dita dei piedi: trasformate in pezzi di legno, quasi come radici di un albero!

Rimasi scioccato. “Mi disse -continuò- che ogni giorno pari i miei piedi si sarebbero trasformati in radici e, col passare del tempo, questa maledizione si sarebbe estesa su tutto il corpo. Ogni luna piena sarebbe cresciuta.” 

“Bastardi! Devono pagare per questo!”

“Devono pagarla, ho sete di vendetta per tutto questo! Anche se so che rimarrò come gli altri, devo riuscire a fermarli. Ho bisogno del tuo aiuto Pep.”

“E io del tuo! Abbiamo bisogno di trovare Māra alle Pendici del Mutria. Lei ci aiuterà e insieme proteggeremo il Lapis Lazulo Viola”

“Māra? Lapis Lazulo viola? Pensavo fossero leggende…”

“Ora, per quello che hai vissuto, puoi capire che non sono così… e il tuo bagaglio di conoscenza può servirci per salvare questo angolo di Terra dal Nulla!”

Fu così che ci preparammo per incamminarci lungo le pendici del Mutria, prendendo dal magazzino dello scavo alcune attrezzature: corde, moschetti, elmetti da minatore. Sapere di poter puntare su Nicola mi rese più sicuro sull’obiettivo di questa avventura ma, allo stesso tempo, era forte in me il desiderio di proteggerlo dalla maledizione che aveva subìto. Il nostro viaggio all’interno del Mutria stava per iniziare: arrivammo alle pendici del Massiccio, dove finiva la strada e cominciammo a prepararci per la scalata. In quel momento, uno stormo di uccelli neri ci volò intorno, a bassa quota, per poi tornare a salire. 

Li schivammo ed emisero un suono fortissimo dai loro becchi. Notai che non lasciavano ombre dietro di loro e ricordai le parole di Nicola.

Ci guardammo e cominciammo a salire, senza paura.

ALL IS VIOLENT, ALL IS BRIGHT

La notte sembrava non finire mai ma non avvertivo stanchezza. Continuavo a danzare senza un perché, in preda a quella isteria, con delle creature che oramai sentivo vicine, mie. Chi avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato, un giorno, a condividere il quotidiano con qualcosa che credevo non esistesse. Nella mia vita, il sovrannaturale ha sempre avuto il suo fascino ma mai avrei pensato che diventasse realtà. La maggior parte delle persone sarebbe scappata a gambe levate o avrebbe chiamato un esorcista. Io, invece, dopo un inizio faticoso da digerire, sembravo oramai abituato a vivere con i miei nuovi ‘amici’.

Eravamo ubriachi di Idromele, le creature sembravano godere di questa situazione di non controllo e anch’io sembravo non disdegnarla.

Mi appoggiai ad un albero e mi sentii accarezzare. Per la sbronza che avevo, avrei detto di averlo immaginato fino a che sentii abbracciarmi calorosamente. Mi girai e vidi che l’Albero aveva forma metà umana metà legnosa. Il suo viso era sorridente e genuino. Prima di lasciare la presa, mi sussurrò qualcosa nell’orecchio: “Cerca la tua sorgente. Cerca Māra.”

Rimasi un pò a pensare, poi, arrivarono le creature e mi riportarono a bere . Credo sia l’ultimo ricordo lucido di quella giornata, tanto che, al mio risveglio, mi ritrovai nel mio letto, con una profondo mal di testa e la bocca impastata, come se avessi il cemento a presa rapida. Il mio aspetto non era dei migliori e il caldo esagerato di questi giorni di Agosto accentuava questo mio senso di sofferenza. Non feci in tempo ad alzarmi che dovetti correre di corsa in bagno a vomitare. Una, due, tre volte di seguito. Come ogni altra volta, dai 18 ad oggi, dissi a me stesso che non avrei più bevuto, ma sapevo già che sarebbe stata l’ennesima illusione personale fatta parola. Cercai di darmi un tono e mi vestii velocemente per andare a lavoro. Non ero in ritardo ma nello stato di scombussolamento in cui versavo era meglio anticipare le cose. Cosa avrei raccontato ai miei colleghi quando mi avrebbero chiesto della mia riconoscibilissima faccia post-sbronza? Di certo, non che avevo trascorso la mia giornata di riposo senza gli occhi, trasportato da un vortice d’aria e poi ubriaco fradicio con delle creature sovrannaturali ahahah.

Alla fine, tutti questi pensieri vennero cancellati dal ritmo lavorativo pieno, con il mio essere che arrancava. Tutto questo continuo correre, senza avere quasi neanche il tempo per pisciare, mi metteva alle strette.

Andai in pausa pranzo, cercai di mangiare il più leggero possibile e andai in bagno. Mi sciacquai la faccia e, mentre alzavo la testa verso lo specchio, notai un post-it attaccato. C’era scritto: “Sei sicuro che sia questo che vuoi per la tua vita? Cerca la tua Sorgente.” E i miei occhi riflessi sul vetro tornarono ad essere neri.

Era la seconda volta, in poco tempo, che quelle parole facevano capolino ed ero intenzionato a comprendere cosa stesse succedendo.

Continuai il mio lavoro quotidiano finché arrivò un collega con un pacco consegnato per me. Aprii la confezione e trovai una collana con una pietra nera, sotto di essa, un bigliettino: “Ore 22.30, Zeppelin.”

Un appuntamento al buio… oppure, sapevo già chi sarei andato a trovare?

Per i miei colleghi, questa scena in cui leggevo un bigliettino era sinonimo di qualche incontro che sarebbe finito in alcool &perversione, mentre io cercavo di tergiversare con un pò di pseudo imbarazzo addosso.

Finii di lavorare alle 20.30 e mi preparai per l’appuntamento. Uscii in anticipo come mio solito e mi recai in questo locale, conosco i proprietari oramai da una vita, grazie alla passione reciproca per il Metal e per i concerti. Approfittai dell’anticipo di mezz’ora per fermarmi a parlare con Roberto che, nonostante sia sopra i 40 da tempo, conserva questa immagine da metalhead mista a vichingo, con il pizzetto folto oramai bicolore tra il castano e i grigio e la pancia rotonda figlia di tante Forst.

“Ehi ragazzo! Da quanto tempo! Che ci fai qua?”, mi salutò con la sua solita tonalità gioviale. Cominciammo a parlare del più e del meno, delle nuove uscite di dischi e dell’attività live che svolgeva assieme ad altri vecchi conoscenti della scena Metal Molisana, i Blacksters con scorci Sanniti Sakahiter. Nel frattempo arrivò anche Danilo, l’altro proprietario del bar, a salutarmi. Dopo i convenevoli, si avvicinò e mi disse all’orecchio: “C’ è una ragazza nella sala che ti sta aspettando.” Li salutai, presi la mia birra e scesi in sala.

Non mi aspettavo altro che lei, Ereshkigal, nel suo aspetto ‘umano’ e riconoscibile. Portava una bombetta nera che copriva in parte la sua folta chioma rossa, tubino scuro e Dr.Martens ai piedi.

“Puntuale come sempre !” mi disse, avvicinandosi per salutarmi.

“Comportiamoci come il resto degli umani!” disse, con il suo tono sempre molto formale, quasi regale.

“Allora, per una volta scendiamo allo stesso livello, ci stai? Per questa sera niente diktat , solo discorsi in libertà “y a vivir“, come fanno veramente gli ‘umani’, ok?”

Sorrise e, da questo momento, la tensione si allentò.

Ordinammo da mangiare, e le consigliai l’hamburger con scaglie di tartufo e pecorino di grotta, uno dei miei preferiti fatti in questo locale. Mi sembrava davvero di non avere di fronte a me una divinità-mostro esistente dall’alba dei tempi nell’Universo, ma una persona dotata di profondo senso critico e saggezza. Cominciammo a parlare di questa terra, il Molise, tra un bicchiere di vino rosso e un altro versato, e nacque una profonda digressione:

“Sai, ho scoperto questa Terra tantissimo tempo fa, quando seguivo la popolazione locale durante il VerSacrum, nei pressi del monte Mutria. Rimasi colpita dalla sua energia spirituale e magica e quei rituali animali li sentivo miei, figli della nostra tradizione tramandata attraverso il sangue. Qui trovai la mia casa, travestita da umana. Mi feci notare per le mie doti ‘magiche’ e di guaritrice e restai con loro. Assistei alle guerre con i Romani e dalla corruzione che si insinuò nella popolazione nonostante intimassi loro ciò che stava per accadere. Da lì, i trattati di “pace” e la desannitizzazione. Mi trasferii come eremita sul Monte Matese e vissi lì, in solitudine. Diventò il mio faro nel mondo, il mio aspetto si tramutò nella mia forma divinatoria che voleva tentare di indirizzare l’Universo ma, alla fine, ne sono solo guardiano e messaggero .”

Ero così assorto in questo racconto che non riuscivo ad avere reazioni. Avrei ascoltato questo discorso tutta la notte.

“Che vuol dire che sei solo ‘messaggero’ ?”

“Che tutti serviamo qualcuno. Lilith, che ha ‘salvato’ la tua vita terrena, è la nostra Stella del Sud. Il nostro Smeraldo protettore, la Saggezza e il nostro Spirito Guerriero. Io, lei e Māra siamo, come dite voi umani, quasi sorelle, legate a questa dimensione per proteggerla e servirla, per mantenere l’ordine naturale delle cose.”

“Difendere da cosa?” risposi.

“Dal Nulla. “

“Cos ‘è il Nulla ?”

“Il Nulla è attorno a te, è anche dentro di te. Nelle parole, opere, pensieri. E’ qualcosa che ha distrutto l’opera che Noi antichi avevamo costruito nel tempo, con la magia, i rituali, i nostri Templi. Tutto sparito. Per rimanere ‘in piedi’, abbiamo dovuto stringere patti con loro, creando quello che vedi, il Bosco delle Futilità e altri luoghi in questa regione che ci ospita e che cerchiamo di servire. Ora, il nostro ‘esercito’ sta lentamente cadendo, trasformato in alberi. Il prezzo da pagare per le creature che si fanno ammaliare da questo canto di sirene è rimanere per l’eternità fermi, immobili, senza poter avere un senso di vita, condannati all’immobilismo eterno. Questo perché il Nulla ha deciso di rompere il patto e fare di noi sacrificio per il suo popolo. Noi siamo il ‘Male’ e, come ogni azione di propaganda, esso ha bisogno di un ‘nemico immaginario’ da combattere.”

“E io cosa posso fare?”

“Tu, discepolo, devi proteggere la nostra fonte vitale, il Lapis Lazulo Viola. Esso è situato dove ebbe inizio la Nostra Storia, sulle pendici del Monte Mutria. Per far questo, hai bisogno di partire e trovare la tua Sorgente. “

“Ma non posso lasciare tutto questo! Cos’è la Sorgente?”

“Tutto questo non ti appartiene, è solo frutto del tuo bisogno primario di sopravvivere. Sei tu che dai importanza a tutto questo ma, ora, hai bisogno di trovare quello che c’è in te come Bene Maximo. Solo questo rimetterà in equilibrio tutto.”

Tirò fuori una mappa con alcuni luoghi segnati come tappe. Avevo la faccia persa e perplessa di chi non stava capendo nulla di tutto ciò. Pagai e uscimmo.

Mi abbracciò e mi sussurrò: “Ora sai cosa fare. Cerca la Sorgente, cerca Māra che ti darà ristoro e aiuterà . Io sarò con te. Confido in te.”

Poi, sparì nel nulla, mentre dallo Zeppelin partirono i God is an Astronaut.

Era proprio come quella canzone nell’aria, tutto Violento e tutto Luminoso.

SPECTRE AT THE FEAST

Il Vuoto. 

Vivere pensando di non poter vedere mi stava logorando. Questa parte di “addestramento ” non mi stava appassionando, più passava il tempo e più mi saliva l’ansia. 

“Smettila di frignare discepolo! Non è questo il momento di avere paura. Sei al sicuro e tutto questo, come sai, è necessario. Hai tanto da imparare, soprattutto per trovare la calma in questi momenti. Eppure, nella vita lavorativa sei principalmente un problem solver, nei momenti più difficili trovi la calma per prendere la decisione più giusta e ora non riesci a stare senza gli occhi per un pò di tempo! Basta lamentarti e segui ciò che ti dico, altrimenti sarò costretta a farti rimanere così!”

“Come posso rimanere calmo se non riesco a vedere?” risposi. 

“È quella la Bellezza! Ti sei mai chiesto come Giulio riusciva a capire cosa lo circondasse? Grazie all’utilizzo degli altri sensi. Grazie alla mente, puoi riuscire ad orientarti senza aver bisogno della vista. Ora calmati e seguimi.”

“Ci provo, anche se mi sembra impossibile farlo”

“Non sarà una cosa di un giorno. In questi giorni, avrai la fortuna di farlo senza i tuoi organi, ma nella vita reale dovrai essere capace di farlo senza aprirli.”

“E come si fa?”

“Usando la memoria fotografica e buon senso di orientamento. Ora prova a camminare da solo, senza appoggiarti. Asmodeus ti aiuterà per un breve tratto, poi dovrai essere in grado di farlo da solo. Non importa se cadrai, questo è essenziale: fallire per rialzarsi. 

Prima di iniziare: cosa ti ricordi di questo posto?”

Cercai di concentrarmi e trovare una risposta veloce a questa domanda, poi risposi: 

“Ricordo un viale alberato, su entrambi i lati. Un sentiero che sembra la navata di una cattedrale per quanto lungo, un altare in fondo dove sei tu. Dietro l’altare, un piano rialzato come un grande albero. Non ricordo nient’altro.”

“Notevole discepolo! Hai una memoria fotografica rara! Ora, visti i tuoi ricordi, puoi cercare di camminare e arrivare fin qui? Concentrati sul percorso che hai appena raccontato, Asmodeus ti accompagnerà per un tratto, poi non lo sentirai più. Sarà allora che il tuo percorso avrà un senso.”

Asmodeus, con il suo fare gentile, mi mise una mano sul fianco e cominciammo a camminare lentamente. Ogni due passi, mi ripeteva nell’orecchio: 

“Pensa ai tuoi occhi, a quanto sono importanti… ricorda cosa c’è qui e arriverai dove vuoi.” 

Sentii il suo braccio sfilarsi e provai a camminare da solo. Era tutto nero intorno a me, non sapevo dove appoggiarmi e cosa fare ma, seguendo solo le mie immagini fotografiche, continuai finché caddi. Al momento di rialzarmi, Ereshkigal esclamò: 

“Cerca dentro te il modo di rimetterti in piedi, sai quello che c’è intorno a te!” 

Ma, nel momento in cui provai a farlo, notai che qualcosa era cambiato.

Aprii le braccia e sentii qualcosa di solido su cui si appoggiavano: legno. 

Non c’era più solo un sentiero ma sembrava che gli alberi si fossero spostati. 

Mi sentii rassicurato e sorrisi.

 In quel momento la voce della Guardiana si fece cupa: “So che stai pensando di aver trovato, grazie agli alberi, un modo più semplice di uscirne ma, loro, non sono in questo posto per darti una scorciatoia, anzi. Continua e lo vedrai.”

Continuai ad appoggiarmi finché i loro rami diventarono mobili, stringendomi al tronco, bloccandomi braccia e gambe. Dallo stesso albero che mi stava imprigionando, un sussurro: 

“Diventerai uno di noi. Tutti quelli che scappano dalle proprie responsabilità diventano alberi. Prova ad uscire.”

Cominciai ad urlare, cercando, invano, di divincolarmi. La sola forza non bastava.

“Non usare la forza, ma quello che ti ho insegnato alle Cascate. Usa il tuo sentiero interiore per andare oltre l’albero. Prova a concentrarti e a violare quel vincolo, altrimenti rimarrai bloccato. Gli alberi sentono la tua ansia e, più aumenta, più più stringono. Abbiamo tutto il tempo per farlo e sei a buon punto. Ricorda: vai oltre i tuoi sensi!”

Cercai di trovare in me un punto sereno dal quale uscirne, ma non riuscivo a vedere al di là del pericolo che stavo vivendo. La paura diventò sempre più forte e sentii, di fronte a me, il fiato sul collo delle creature del bosco che si stavano nutrendo di quell’evento. Karelis, il più affamato, esclamò: ” E’ davvero un piacere mangiare la tua carne mentre hai paura di guardarti dentro!”

 E mi afferrò, con la bocca, il ventre. 

In quel momento mi abbandonai totalmente e la mia mente si rifugiò in un pensiero dolce, quasi per caso. Una passeggiata sulla spiaggia, abbracciati, con il rumore delle onde che si infrangevano. 

Mi rilassò. 

Nonostante vedessi solo uno spazio nero, riuscivo a sentire le vibrazioni di chi avevo intorno e, con una mano, accarezzai Karelis sulla testa. In quel momento esatto, smise di mordermi e mi disse:

 “Hai capito dove sono e hai trovato il tuo punto focale interiore.” lasciando la presa del tutto.

 Lo stesso fece l’albero, accarezzandomi il volto con il ramo.

“Nella difficoltà di non vedere, hai trovato il modo per farlo senza gli occhi. Grazie ad un pensiero positivo sei riuscito ad avere un processo decisionale veloce.”

Ero fortemente contrariato: “Mi stavate ammazzando!”

Ereshkigal tuonò: 

“Ti stavi ammazzando da solo! La paura nutre le creature, ciò che loro e gli alberi ti hanno fatto, vive delle vibrazioni basse. Dare un cambio al percorso è ciò che succede quando trovi un imprevisto. Ora vieni da me.” 

In quel momento sentii la pioggia scendere a tamburo battente, ma avevo capito come fare. 

O meglio, pensavo di aver capito.

Cominciai a camminare ma caddi ancora. E ancora. Non avendo più la forza di rialzarmi cominciai, a strisciare finché non arrivai a sentire il tocco di una forma umana. Una gamba.

Sentii una forza enorme che mi alzò di peso e mi fece levitare, stavo fluttuando nell’aria e non capivo come. In quel momento, vidi un forte flash di luci, toccai i miei occhi e li sentii finalmente al loro posto.

Li aprii e… ero avvolto dalla nebbia, fluttuavo in essa. 

All’improvviso, questa forza mi abbandonò e caddi ai piedi di Ereshkigal.

Tutto intorno a me cominciò a ridere a crepapelle, con il mio corpo immerso nel fango.

“Scusa per l’atterraggio, la Nebbia non ha modi gentili per andare via. Ora segui le creature che ti faranno cambiare e ristorare un poco, ne hai bisogno.”

Seguii Karelis e gli altri due mostri in una casa di legno. Aveva la classica sembianza delle casette di montagna con il muschio sul tetto. Mi lavai e mi diedero un cambio. 

Intanto, continuavo a guardarmi allo specchio e rivedevo i miei occhi al loro posto. 

Li toccai. 

Ebbi un improvviso flashback e, per un attimo,  cambiò ciò che vedevo.

Mi fermai un istante, poi mi sistemai e andai via.

Karelis mi aspettava fuori dalla porta e mi riaccompagnò. 

“Dopo una giornata così impegnativa è il momento di mangiare tutti insieme. Sei stato bravo, e lo sarai sempre di più.”

Mentre parlava,lo guardai ancora in faccia e gli dissi: 

“Io ti ho visto, in un’altra forma.” 

Lui sogghignò, e rispose: 

“Se ci vedi nella realtà che siamo è perchè hai appreso l’insegnamento di oggi. Anche io ho visto te nella tua vera forma…” 

Mi lasciò basito, perplesso.

Arrivammo al momento conviviale.

Tavola imbandita e tutti in preda alla condivisione e alla voglia di festeggiare.

Mi sembrò un Dèja Vu.

Dopo il brindisi, arrivarono le portate. 

Mi fu spiegato che, in mio onore, era stato sacrificato un capretto, cotto alla brace, come da antica tradizione. 

Mangiammo, tutto mi sembrava naturale, nonostante avessi ancora in testa quelle immagini della prova.

Ereshkigal prese la parola: 

“Oggi hai potuto sperimentare sulla tua pelle cosa significa vivere senza la vista. Uno spazio dell’oblio in cui è fondamentale rimanere, cercare di guardare con gli occhi che sono dentro di noi. Hai avuto difficoltà ma, come tutte le prime volte, dovrai abituarti a guardare al di là dei tuoi sensi e fidarti di quello che vedi nel tuo interno. Ora, però, siamo curiosi di chiederti cosa hai visto in quei momenti in cui hai trovato il tuo focus.” 

Mi alzai e presi a raccontare: 

“Vi ho visti nelle vostre forme umane. Eravate umani pronti a mangiarmi. Solo l’albero è rimasto nella sua forma classica. Tu, Karelis, eri una donna pronta ad addentarmi e tu, Asmodeus, un uomo con la barba che godeva nel vedermi soffrire. Ho visto questo, e, subito dopo il ritorno della vista, non eravate più così.” 

Erehskigal si alzò e rispose: 

“L’obiettivo di questa prova non solo era di orientarti ma, soprattutto, era quello di vedere al di là delle apparenze. Tu ci hai visto per quello che dentro di noi siamo perchè dietro la corazza di ‘mostro’ siamo umani come te. Ci hai visto nelle nostre debolezze e perversioni. Come abbiamo visto te.”

“E cosa avete visto?”

“Un demone nel corpo di uomo.”

Come noi.

In quel momento, prese uno specchio e mi mostrò i miei occhi color nero pece formarsi. 

“Non aver paura, è la tua realtà.”

In quel momento, una delle creature portò a tavola un calice pieno di sangue.

“Bevi questo nettare animale, è in tuo onore. La tua natura non può essere cambiata. Non esorcizzarla, valorizzala assieme a noi!”

Bevvi.

In quel momento sentii una musica tribale venire da lontano. Si aprirono le danze e mi unii a loro a festeggiare, senza limiti.

ORA CHE HO PERSO LA VISTA CI VEDO DI PIU’

Tornai da quella esperienza alla vita quotidiana come sempre ,dormendo e sognando. Eh già, tornare alla vita e sembrare come se non fosse successo uno dei miei leitmotiv di questi mesi “particolari”.

Il tutto nella più totale tranquillità, i sogni erano vivi e particolarmente placidi.

Essere seduti al mare e rimanere fisso a guardare l’orizzonte, senza che niente e nessuno riusciva a disturbarmi. Gli occhi attaccati al movimento delle onde e svuotare la mente. Questi sogni sembravano meramente attimi di meditazione infiniti. Un loop che desideravo non finisse mai.

Fino a che un simpatico felino non inizia a leccarti la faccia e tu, una volta aperto gli occhi ti guarda con quel musetto simpatico quasi a dirti ” Cazzo dormi? Ho fame ,altrimenti ti butto casa a terra”, e tu ,da simpatico cameriere , accetti e con amore gli dai tutto quello che vuole.

Ricominciai a lavorare più forte di prima, deciso di non pensare a nulla al momento, e in caso di chiamata avrei risposto “presente “. Le giornate passavano tra le risate in ufficio e i ritorni all’attività fisica. Diciamo che in questi mesi di chiusura la palestra è stata abbondantemente messa da parte. L’immobilismo del lockdown mi ha riportato ad aumentare di peso, e ora lentamente sto tornando a un piacevole ritorno a godermi un pò di sana “fatica”.

La sessione di palestra passò tra le fatiche di “recupero” tra un esercizio e un altro, le richieste di filmare il body builder intento a controllare i movimenti dei propri muscoli e i discorsi divertentissimi del Personal Trainer Raf. Tra New World Order ,discorsi sul cibo casereccio e prodotti “fit ” le sessioni volano via.

Oggi la sala era abbastanza frequentata di nuovi volti, e ogni tanto mi sembrava di essere osservato. Sapete, quella sensazione che qualcuno ti guarda con discrezione cominciava ad assalirmi. Finche non feci caso ad un ragazzo che mi scrutò facendomi l’occhiolino: in quel momento il suo occhio si colorò totalmente di nero, e sul suo bicipite uscì fuori un sigillo.

Avevo di fronte a me qualcosa che potevo vedere solo io.

Subito dopo scomparve.

Non mi sorprese più di tanto, stavo vivendo quasi ogni giorno la visione di presenze.

Finii il mio allenamento e uscii dalla palestra.

Lo ritrovai appoggiato al lampione ,come se stesse aspettando qualcuno. Sulla luce un altro a scrutare.

” Onore a te Prescelto”, disse

lo guardai sorpreso e risposi : “Prescelto? Chi è il prescelto?”

“Tu sei il prescelto. Non si torna dal Regno dei Morti senza essere Prescelti da qualcuno. Se poi quel “qualcuno” è la Regina Lilith non esiste altra “definizione”. Nel Bosco sembravi li per caso, ora so che nulla avviene avviene per caso.”

Il suo discorso mentre illuminava i suoi occhi di “bragia” arricchiva un’altra tassello a questo puzzle che sempre di più diventava ricco di sorprese. E sembrava sempre più non essere l’ultima.

“Eri nel Bosco?”

“Io sono una Creatura del Bosco e vivo dentro te da sempre. Sono cresciuto nella tua anima grazie alla tua capacità di tenere le cose per te : affetti, materialità ,rapporti interpersonali . Il mio Nome è Mammona, ed è mio onore servirti”.

In quel momento mostro la sua faccia e ricordai di averla vista nel bosco.

“Insomma tu sei una creatura alimentata da me stesso?”

“Esatto. Ogni “creatura” che possiedi dentro di te ,di ogni cosa che hai fatto nella tua vita ha una vita propria. Futilità, lussuria, Abuso mentale , ed eccomi ,Avarizia, sono forme reali che ti accompagneranno sempre. Puoi contenerci e non farci sparire, oppure valorizzarle, per vivere con consapevolezza.”

“Avarizia? Non ricordo di essere stato avaro in vita mia!”, risposi

Cominciò a ridere e rispose : “Non è un caso che sei all’inizio del tuo percorso, non sai nemmeno come sei ahahah, ma questo è un altro discorso. Sono qui per dirti che siamo qui per “servirti”, ma ricorda, non provare a scappare da questa realtà, i risvolti potrebbero essere molto dolorosi, per te e per tutto il resto che ti circonda”

Annuii e mi riavviai verso casa, non curante verso le sue parole. Sapevo di aver incontrato cosa? magari un demone come me che serve il Bosco e Ereshkigal? Sentii il bisogno di non aver bisogno di sedicenti amichetti aiutanti ,e in che modo potrebbero farlo? Non posso tornare alla mia vita di prima ,nemmeno se potessi quindi…passo e chiudo.

Dopo aver cenato mi riposai sul divano con la tv accesa, intento a guardare una serie prima di addormentarmi. “Supernatural” ,tanto per rimanere in tema. Sono da sempre un fan dei fratelli Winchester e delle loro peripezie sovrannaturali, anche se le ultime stagioni sembrano riempitivi più che altro.

Si trovarono in un bosco in cerca di un Wendigo, poi tutto di tratto sparirono dallo schermo ,rimanendo un fermo immagine del bosco. Mi avvicinai alla TV per vedere se era un problema di connessione ma nulla : bloccato.

Dalla tv in quel momento uscii una mano che mi prese per le gambe ,cercando di portandomi al suo interno. Mi lasciai andare e entrai in essa.

“Vi sembra il modo di tirarmi dentro? Non mi aspettavo il tappeto rosso ma nemmeno di essere scaraventato dentro una TV “dissi ridendo

“Siamo allegri oggi, Discepolo? Scusaci per i modi , ma Asmodeus non è per cose gentili, soprattutto la sua magia “

“Ereshkigal”

“Discepolo”

“Cosa ci faccio qui stavolta?”

“Questa è la tua casa ,anche se fai finta di non saperlo. Anche i Winchester lo sanno , ahahah”

Il clima era gioviale e cominciammo a camminare lungo il Bosco, e ci lasciamo andare in una chiacchierata distesa

“Ho saputo che hai incontrato Mammona, mi ha raccontato del vostro incontro e della sua proposta di fedeltà.”

“Sì,è stato gentile ,soprattutto a spiegarmi come funziona con “loro”. Non ho capito bene cosa intendeva con “servirmi”. Del resto credo che qui sia per imparare qualcosa, non per diventare qualcosa .”

“E’ lì l’errore. Se sei tornato dal Regno dei Morti è perchè sei per noi qualcosa. Le creature che tu hai creato sono le stesse che ti “servono” . Anche se sono state scelte “sbagliate” ,loro sono con te. Per aiutarti ad essere meglio di quello che hai creato e cambiare disegno nella Tela. Ti ho regalato il dipinto per quello,perchè ogni volta che seguirai il tuo interiore essa cambierà. Ma ricorda: abusare delle tue creature può portarti alla fine , contenerle a creare consapevolezza. Ma tutto questo lo capirai durante l’addestramento. E’ per questo che sei qui.”

“Cosa vuol dire Contenerle?”

“Vuol dire conviverci. Non puoi cancellare ciò che hai vissuto, ma puoi smussare il suo contenuto. Per quanto siano esseri spregevoli aiutano a trovare il significato nelle proprie azioni. Come ogni spirito oscuro ha una forme di luce in sé,e tocca a te capire trovarlo. Ma oggi sei per vedere con altri occhi “.

Tutto mi sembrava chiaro ,e al momento opportuno avrei capito il suo aspetto pratico. Ora c’era altro da imparare, e avevo tanta voglia di capire cosa.

“Gli occhi?”

Sì. Oggi in questo addestramento imparerai a vedere senza occhi. Non ne avrai bisogno. Sarà doloroso ma ti servirà.

“In che senso doloroso?”risposi

“Ricordi Giulio? Il gatto cieco che adoravi tempo fa? Lui nonostante non vedesse sapeva riconoscere le superfici dove viveva, dove appigliarsi per cercare un affetto sincero, dove mangiare. Tu diventerai come Giulio, cercando di capire come si vive vedendo solo un lungo sprofondo oscuro.”

“Perchè tutto questo?”

“Perchè tutto l’essenziale che ti serve di vedere non è negli occhi, ma nella tua Grazia. Voi umani stolti avete perso il privilegio di guardare al di là dei vostri sensi. Un buon discepolo deve saper guardare se stesso e tutto senza gli occhi. Deve saper guardare la parte sommersa dell’Iceberg.”

In quel momento mosse la mano verso di me e vidi una forte luce evocarsi. Sentii come strapparmi gli occhi dalle orbite. Finita la luce tutto diventò divento cupo.

Mi toccai la superficie oculari e non li sentivo più, tranne che un leggero rivolo denso accolse il mio dito . Sangue.

“Cosa mi hai fatto?”

“Ora tutto questo non ti servirà. Li riavrai a tempo debito. Ora seguimi in quel che ti dico e vedrai che ora senza vista vedrai di più. L’universo in tutte le sue forme.”

QUEEN OF THE SABBATH

Il vortice attorno a me si fece sempre più cupo. Ero in uno stato di  incoscienza e sentivo parti del mio corpo aprirsi come in ruscelli di sangue.                     

Dopo questo attacco, crollai in un vortice nero. Sentivo i miei occhi chiusi e tutto il resto come perso nel vuoto. 

Difficile raccontarlo a parole, ma sembrava che stessi morendo. Fui salvato da qualcosa ma, in quei momenti, non vi erano risposte, solo il vuoto più plumbeo. 

Nel mio inconsciente non riuscivo ad identificare dove fossi. Cominciai a sentire una voce lontanissima e, in fondo, una luce fioca. 

“Spirito guida, svegliati da questo torpore! Vieni verso la Luce, sii Forza per la tua Fiamma, vieni a me! O grande Madre Oscura, regina dell’Umanità, vieni a noi e danza per la fiamma del nostro guardiano caduto!”

Un mantra continuo aleggiava nel buio.

Si formò uno specchio davanti a me. 

Sembrava di vivere un’altra vita. Di colpo mi alzai e mi fissai nudo in questo specchio, maciullato e divorato in diverse parti e tutto intorno cominciò a prendere vita. 

Si formò una spiaggia lucente, il mare placido e lo specchio che a poco a poco le onde portarono a largo con il loro imperversare. Sullo sfondo dell’orizzonte, una patina rossa intorno al sole. 

Una voce che ripeteva: “Nuota e vieni dalla tua Madre Oscura !” Mentre mi accingevo a muovere le prime bracciate, si accese una visione nel cielo: il mio corpo sdraiato e Ereshkigal di fianco a me in tono rituale. Dietro di lei, una signora con un altare che compiva un sacrificio di sangue. Il sangue colava dentro un calice enorme e la Guardiana, con le mani sulle mie ferite. 

“Nuota! Vieni verso di Noi, nuota verso la tua Oscurità!” ripeteva questa voce mentre continuavo affannosamente a nuotare, senza trovare arrivo. 

Si presentò davanti ai miei occhi un lembo di terra. Sembrava un’oasi del deserto. Ci arrivai, era un’isola, che mi ricordava tantissimo l’Isola di San Nicola, alle Tremiti, un paradiso naturale, pieno di natura selvaggia. Appena misi piede sull’Isola, la voce cominciò a parlare: “Cerca la tua Luce nell’Oscurità! Cerca il tuo simbolo del passato, quello per cui hai creduto nel cambiamento. Quello che ti ha tenuto in vita quando ne hai avuto bisogno.” 

Sorpreso da questi giochi continui, cominciai ad esplorare le coste frastagliate dell’isola. Mentre mi muovevo, mi rendevo sempre più conto di non sentire dolore, né sangue che usciva dal mio corpo. 

Arrivai davanti a un burrone con una scala impervia: vidi pezzi di roccia sospesi, come se fossero stazioni di gironi infernali, come se si trattasse di un film di azione, mi fece scendere repentinamente verso il primo costone. 

Mi girai e trovai un oggetto familiare: un trenino giocattolo. Fu il primo regalo che mio padre mi fece quando ero piccolo. Lo toccai e cominciò a muoversi da solo, fino ad accompagnarmi alla scala per scendere di nuovo. La percorsi affannosamente e continuai a scendere verso il precipizio. Rimase l’ultimo costone da raggiungere, quello più impervio. 

Cominciai a notare gli scogli e l’acqua sotto di me. Questa parte di roccia era a metà strada prima di arrivarci.

Scesi e sulla punta trovai altri oggetti: dei vestiti pieni di fango, un disco dei Judas Priest “Live Meltdown” e una foto: io ed i miei amici con le mani strette in aria in un concerto. 

Allora riaffiorarono i ricordi. Quel Gods oF Metal in cui arrivò il nubifragio e andammo a dormire pieni di fango fino alla cintola. 

Quella stretta di mano, mentre suonava “Diamonds and Rust “ dei Judas Priest e quella promessa  nel momento in cui stavamo vivendo qualcosa di unico insieme. 

Questo costone prima del precipizio era diventato come una metafora di tutto quello che successe dopo. 

Mi inginocchiai, la faccia sulla terra. 

Piansi.

In quel momento, sentii spaccarsi la roccia attorno a me, e caddi nel vuoto.

L’impatto non mi portò a cadere in acqua ma solo in un’altra scenografia.

Caddi sul terreno, alzai lo sguardo e sembrava di essere in una grotta.

 Vidi Ereshkigal e l’immagine del mio corpo morente sullo sfondo.

Mi avvicinai e sentii una voce esclamare: “Eccoti! Hai fatto un lungo viaggio, ma sei riuscito a venire a me!”

Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.

 “Sei solo lo spirito che aleggia dentro il tuo contenitore che, come vedi, sta soffrendo in una lotta tra il mondo labile e l’altra dimensione.

 Quello che hai fatto fin ad ora non è altro che la ricerca del tuo Essere per guarire. 

Ti stiamo curando per tornare nella tua dimensione terrena. Ma questo dipende da te. Come Regina Oscura dei due Mondi, ti ho voluto far capire che senza lotta il tuo essere sarebbe morto, con me nella Dimensione Oscura. Oggi hai visto quello che ti salvò in quel momento e cosa ti legò al tuo mondo reale, ciò che nel corso del tempo hai dimenticato.

 Il tuo Bambino Interiore e il tuo Spirito Ribelle sono rimasti soffocati da una ricerca spasmodica della Futilità e l’apparenza. E così, hai visto crollare qualsiasi cosa. 

Come Ereshskigal ti ha insegnato, avrai tanto da imparare per cercare la Via Maestra.”

“Mi sta dicendo che è stata tutta una finzione?” 

“No. L’attacco è stato frutto di quello che doveva succedere. Chi lo ha fatto, ti ha riconosciuto come capro espiatorio delle sue colpe. Fortuna ha voluto che hai sempre tanti occhi che ti seguono, anche se non ci vedi!”

“Tornerò a vivere?” In quel momento, alzò la sua mano sinistra dalla quale uscì un serpente. Baciò la sua testa e lo passò a Ereshkigal che, a sua volta, lo posò sul ventre del mio corpo vivente.

“Ora torna alla realtà terrena con la nuova consapevolezza di essere Spirito tenace pronto a seguire lo spirito Oscuro. Torna da questo cerchio del Sabba alla tua vitalità ancestrale!”

Il Serpente morse la mia pancia, creando un buco su di essa.

“Ora torna dentro di te, Anima Guerriera. Danza per me!”

Sentii il mio essere lievitare, mi avvicinai a lei e dissi: 

“Grazie di avermi fatto vedere la Via, e di farmi tornare in vita. Chi sei ,e perché hai fatto tutto questo?”

“Io sono Lilith, la Regina Oscura, colei che governa i due mondi perchè così è sopra e così è sotto. Capirai ogni gesto a tempo debito. Ora va!”

Il mio spirito entrò nel mio contenitore e sentii un fragore profondo inconsciente. Mi risvegliai nel mio letto. Tyrion mi leccava il viso. Nessun segno di ferita attorno a me.

E un mal di testa da sbornia epocale.

DARKER THOUGHTS

Il rientro fu pieno di entusiasmo e voglia di fare. Non so perchè ma quel soggiorno nella casa del Bosco e la sua conseguente deviazione alle Cascate fu pieno di rivelazioni ma, soprattutto di una nuova consapevolezza.

Tutto il macabro che avevo visto in quei giorni fu metabolizzato nella mia mente e non mi faceva più paura. Anzi, più ci pensavo, più cresceva in me la convinzione che quello che era accaduto a quei tre ciarlatani era del tutto meritato. E poi, vi era un nuovo dettaglio: trovarsi all’interno di un ordine magico, tra divinità mitologiche, creature parlanti, alberi infuocati e chi più ne più ne metta, mi faceva sentire “privilegiato”. Facevo parte di qualcosa che si trova solo nei libri o nei dischi che amo, quindi mi sentivo onorato di questo ruolo.

Ritornare alla realtà si rivelò molto semplice: lo smart working, col passare dei giorni, tornò ad essere limitato in favore di un piacevole ritorno alla normalità in ufficio. A dir la verità, non ho mai amato come questo periodo tornarci: lavorare a casa mi ha donato una nuova dimensione, soprattutto nell’avere degli orari personali di produzione, nei modi e nei posti più disparati. Penso che farlo dal letto, in totale autonomia e libertà di stare, fa diventare più piacevole lo svolgimento… a meno che non devi fare una riunione e sei in mutande, ma questa è un’altra storia ahaha.

Ciò che è mancato fortemente è stato il rapporto umano: le risate davanti la macchinetta, le discussioni estemporanee, le riunioni e gli aperitivi alternativi il venerdì pomeriggio. Ma, soprattutto, mancava vedere quella sedia vuota che da diversi mesi è nei nostri pensieri. Fa strano raccontare tutto questo ma, nonostante lui combatta la sua battaglia per rimanere a galla tra un mondo e l’altro, guardando la sua scrivania lo sento vivo più che mai. 

Le giornate lavorative sono proseguite così, tra una nuova programmazione ed un’altra, senza riposare mai e, soprattutto, senza uscire. Riuscivo a dormire tranquillamente e da qualche giorno l’immagine di Ereshkigal sembrava un ricordo sfocato. Non avevo più incubi né segnali di alcun genere. Appesi in salotto il dipinto lasciatomi da lei e, ogni mattina, vi posavo lo sguardo: ogni volta mi sembrava che qualcosa cambiasse in esso ma non sapevo spiegare cosa. La bottiglia intrisa di nebbia mi sembrava la giusta sintesi dei discorsi della Dea e mi ci ritrovavo sempre di più. La mattina, prima di alzarmi dal letto, entrare in meditazione era diventata una consuetudine, cercare il mio Io in fondo al mio marasma e, lentamente, stavo cercando di trovare le risposte che volevo. Vedermi sempre più nudo, vulnerabile ma, allo stesso tempo, più consapevole di quello che ero diventato. Non sapevo come cambiare questa direzione o, forse, non avevo ancora in mente quali strumenti utilizzare per riuscirci.

Ricordare gli avvenimenti del bosco sicuramente aiutava in questo, soprattutto la consapevolezza che col tempo e con le varie lezioni promesse da Ereshkigal le varie situazioni sarebbero venute a galla al momento opportuno.

La meditazione, quindi, stava portando i suoi frutti dentro di me e tutto sembrava tornare alla tranquillità. 

Con i colleghi, decidemmo finalmente di uscire per mangiare fuori un boccone, per regalarci una serata diversa dall’andare a dormire presto. La serata andò avanti tra racconti di questo lockdown, risate, tanto cibo molisano e, soprattutto, tanta birra artigianale, prodotta da un amico di un paese vicino. Il sapore all’ortica di questa birra si sposava perfettamente con quello degli arrosticini di pecora e ogni boccone diventava sinonimo di tanti sorsi. Nonostante avessimo bevuto un bel pò, rimanevo abbastanza lucido da tornare a casa passeggiando, godendomi i colori della notte campobassana. Da piazzetta Palombo mi incamminai verso la piazza del Municipio e la sua fontana che stranamente funzionava anche di notte. La luce dei gettiti d’acqua uniti a quelli scuri delle tenebre era sensazionale: mi emozionai non poco di fronte a tale spettacolo. 

Continuai a camminare e mi ritrovai davanti all’Hotel Roxy: negli anni ’80 era un albergo di quelli importanti, dei soggiorni di personalità importanti e del business cittadino. Da qualche anno, però, non ne resta che un rudere abbandonato a sé stesso, degno di quei film horror moderni dove li presentano come “casa dei fantasmi”.

La sua architettura nera è avvilente alla vista di notte, tra gatti randagi e sporcizia. Sentii così tanto miagolare che mi avvicinai a uno di questi pelosi per fargli qualche carezza: le accettò e sentii le sue fusa in maniera forte e chiara. 

Da dentro la struttura si udivano eco di urla scioccanti. Non riuscivo a vedere dalla porta cosa stesse succedendo cercai, quindi, di scavalcare le porte dell’ingresso sprangate. Al suo interno c’era un paesaggio spettrale: tra cumuli di rifiuti, escrementi ovunque e carcasse di animali morti era difficile camminare.

Sentivo sempre più vicine quelle urla sgraziate ma non riuscivo a capire da dove provenissero. Arrivato in fondo alla hall verso l’ascensore, vidi una porta socchiusa e una figura umana accovacciata. Stava sbranando voracemente un gatto e, all’apertura  della porta, si voltò. Il suo sguardo famelico mi guardò per un istante e sembrava non fosse affatto contento di essere disturbato. Poi lo riconobbi: il suo viso lo avevo visto da un’altra parte.

Era uno dei tre ciarlatani “sacrificati” nel rituale. Lo guardai esterrefatto e gli chiesi: ” Cosa cazzo stai facendo? Cosa ti ha fatto di male quel gatto?”                                                                       “A te cosa importa? Da quella notte sono costretto a vagare senza mèta, senza spirito, senza colpa, solo per aver disubbidito. Non conosco più le gioie del giorno e della notte, solo una voglia famelica di mangiare. Così mi hai ridotto tu!” rispose piangendo, mentre continuava a divorare l’animale. 

” Io? -risposi- Se sei stato preso è perché hai disubbidito a un dono. Devi essere grato di essere ancora in vita per raccontarlo! Ora lascia quel gatto, vieni con me, lascia che io ti aiuti!”

Quello che ricordo dopo aver pronunciato quelle parole fu il suo attacco con una forza sovrumana. Caddi al suolo, sentendo i suoi denti sul collo penetrare sempre di più. 

Poi vidi una luce scura, come un vortice, intorno a me. Una nebbia mi coprì e mi trasportò in un’altra dimensione .

In sottofondo, urla di dolore in tutto l’albergo.

LOST IN MOMENTS

Fu difficile tornare a casa e riprendere la quotidianità.

Quello che avevo vissuto in quei giorni, in quel posto che mi mancava da sempre, fu una rivelazione. Assistere per la prima volta ad un rito di iniziazione, prendere coscienza di trovarmi all’interno di un Vortice più grande di me, mi aveva completamente spiazzato.

Non ho mai avuto un rapporto così forte con la spiritualità. Certo, in questi anni ho letto tanto, mi sono appassionato alle arti e alle discipline esoteriche, ma mai così vicine alla realtà. Rivedere la famiglia che mi aveva accolto anni fa lavorare così coinvolti nello studio e nella pratica delle arti occulte, a stretto contatto con una Dea Guardiano e le sue creature, da una parte mi straniva, dall’altra mi faceva sentire meno solo in questo scenario folle.

Prima di andare, salutai Francesca calorosamente e ci demmo appuntamento per rivederci. Mi avviai verso il ritorno, in questa regione che appena prima dell’estate si riempie di colori tanto contrastanti quanto affascinanti. È proprio in queste giornate in cui il vento fresco avvolge la natura che mi piace viaggiare col finestrino abbassato, ad annusare l’odore dell’erba e il rumore delle foglie. Quel piacevole “scrocchiare” che ti fa sentire un tutt’uno con l’Universo, dove la mente si estrania dal resto.

Fu così che feci una piccola deviazione a Carpinone, un piacevole paese dove al suo interno costeggia un fiume, da cui deriva il suo nome. Le sue acque placide mi avvolsero in questa passeggiata d’incanto. E, dopo aver sognato un pò, mi fermai a comprare uno dei miei formaggi preferiti: il Caciocavallo, ne vado matto. La signora che mi servì mi guardava in continuazione e cominciò a farmi alcune domande, chiacchierammo del più e del meno, sul perché fossi in quel paese. Quando sentii “siete forestiero?” mi rise tutto il corpo. Non in senso di derisione, ma forse perché è il termine che fra tutti identifica la nostra gente. Una frase che sa di antico, di tradizione, e sentirlo ancora rende più piacevole questa pausa.

“Secondo me dovete fare due passi alle Cascate, sicuramente troverete qualcosa per Voi” mi disse la signora prima di salutare. Annuii e proseguii verso le Cascate. Non ero mai stato in quel posto ma, in quel momento, tutto mi conduceva a loro. Attraversai un ponte in pietra e dall’alto ammirai tutta la sua bellezza: sentieri selvaggi e alberi impervi costeggiavano gole rocciose profonde, che esplodevano in corsi d’acqua fluenti, mai domi, dal color verde intenso. Scesi per avvicinarmi al sentiero, non segnato completamente e ammiravo, estasiato, ogni attimo di questo incanto. In lontananza, cominciai a sentire un rumore stridulo, come quello della ritrecina di un Mulino. Mi guardai intorno ma non vidi nulla. Continuai a cercare e il rumore diventava sempre più forte, intenso, quasi fossi al suo interno. Rumori di passi si susseguivano insieme a quel suono e decisi di scendere verso una delle Cascate. Mi specchiai nell’acqua e mi sciacquai la faccia: riflessa sulla sua superficie vidi una casetta, con una macina che girava.

Mi voltai e non c’era nulla.

Dal fondo dell’insenatura una voce femminile narrò: “Non sapevi che qui sorgeva un vecchio mulino?”

Una voce inconfondibile, che era diventata quotidiana e puntuale, quando meno me l’aspettavo. Ereshkigal.

Dal fondo della cascata vidi la sua sagoma quasi umana avvicinarsi nuotando verso di me, lentamente. Potevo scorgere il suo corpo umano completamente nudo, avvolto dagli scorpioni, con la sua chioma rossa inconfondibile. Continuò il suo discorso:

“I contadini scendevano qui dalle loro campagne per portare a macinare i loro raccolti. Era un luogo di lavoro, ma anche di festa e tradizione. Ogni raccolto macinato voleva dire “possedere qualcosa”, essere “ricco”, ma non nel senso che voi umani del XX secolo intendete. Essere ricco di qualcosa essenziale per il proprio sostentamento. Un sacco di farina equivaleva a dare da mangiare a famiglie intere. Quindi, alla fine del lavoro, diventava una festa, aggregazione di una comunità. Poi il progresso e la nuova tecnologia cancellarono questo modo di fare e alla morte dei proprietari finì la favola del Mulino. Rimase solo qualche rudere. Ora, quel rumore, risuona solo per chi ha il potere di vedere al di là dei suoi occhi. Quello che hai visto non è il frutto di fantasmi, ma di quello che vive intorno a te”.

Alzò la mano e sentii dei passi sostenuti dentro di me. Erano i contadini, con gli occhi ricoperti di nero, vuoti, con delle torce in mano. Mi ritrovai circondato da loro, ma non avevano intenzioni bellicose. Uno di loro prese la parola:

“Tu sei un nuovo guardiano e noi ti rendiamo visita. I nostri occhi sono i tuoi occhi e solo quelli come te possono vederci. Prendi in dono il segno della Nostra riverenza!” Mi fece aprire la mano sinistra e posò la fiamma della sua torcia sul mio palmo. Sentii per un attimo un dolore atroce, che poi scomparve. Assieme a loro.

Non vi era alcuna traccia di quella azione sulla mia mano, ma sentii solo un forte stimolo a cancellare via ogni controllo.

Mi immersi sulla riva dell’acqua sedendomi come se fossi in meditazione , chiusi gli occhi e lasciai andare i pensieri. Il fruscìo dell’acqua accarezzata dal vento mi avvolgeva in questo moto perpetuo con la Natura. Mi persi nel profondo dei miei pensieri: vidi una luce lontana per un secondo fugace per poi guardare qualcosa di familiare: le mie sconfitte, i miei silenzi, le mie percezioni diventate realtà, la tristezza, episodi di vita apparente in cui dimostravo di essere qualcosa. Qualcosa che non era Me. Mi ritrovai con il corpo immerso nell’acqua, quasi come stessi facendo il morto “. Vidi una torcia splendere nel fondo della sorgente.Fui risucchiato da quelle immagini e scaraventato sulla riva.

Successivamente Ereshkigal cominciò a parlare:

“Quando ti portai la prima volta nel bosco non avevi volto ed eri così spaventato da tutte le creature che ti guardavano bramose con la tua faccia. Sei così perché nell’Universo sei un passaggio nel Vuoto. Tutti gli umani lo sono, ma pochi sanno goderne l’Essenza. Quello che hai visto in quegli attimi di meditazione non è altro che lo specchio della tua Vita fino ad ora. La consapevolezza del Marcio. Ma allo stesso tempo hai il dono di poter guardare al di là del terreno, di percepirlo, di viverlo. Un Furor Divinus che ti rende sensibile ai nostri occhi. Quel passaggio nell’Abisso dentro te è la tua salvezza per poter vivere con quello che hai e non per quello che vorresti essere. Ora non c’è più spazio per le parole, ma solo per il silenzio. Sfruttalo.”

Scomparve alla mia vista.

Rimasi lì ore a guardare fisso quella Cascata. In silenzio, in totale solitudine col mondo esterno.

Quando ormai il Tramonto passò, tornai verso la mia auto per ripartire. La signora dei formaggi mi salutò da lontano con gioia.

Mi girai verso il sedile posteriore e notai qualcosa di nuovo: il Quadro della bottiglia nel Fiume.

Con la luce sempre più fioca.

SILENCE TEACHES YOU HOW TO SING

Di colpo caddi in un sonno profondo. Non ricordai nulla di quella notte macabra. Fu una di quelle notti in cui dormii tantissimo, come non succedeva da tempo.

Quando aprii gli occhi, avevo addosso la sensazione di aver vissuto qualcosa di abominevole, sanguinolento, un sapore di sangue in bocca da far schifo.

Corsi a vomitare in bagno, e restai a farlo per diverso tempo. Tutto quello che avevo vissuto, stava ritornando alla mente in maniera veloce e non potevo far altro che rigettare quello che c’era dentro di me.

Alzai lo sguardo verso lo specchio e mi vidi insanguinato, ovunque. Sul viso, sulle braccia, sulle mani. Mentre mi specchiavo, una scritta sullo specchio insanguinata si creava: MURDERER.

Abbassai lo sguardo e mi guardai: il sangue era sparito. Guardai di nuovo verso lo specchio e non c’era nulla. Una risata serafica accompagnò l’ultimo sguardo.

Uscii dalla casa per andare a vedere il Bosco in che condizioni fosse. Sembrava che nulla fosse successo. Nessun odore di zolfo, nessuna traccia di sangue. Continuai a perlustrare e trovai Francesca dall’altra parte del sentiero ferma, come se mi stesse aspettando. Credo che notò la mia agitazione da lontano.

“Buongiorno!cosa succede? Hai una faccia… vieni dentro che preparo la colazione!”

La seguii nella grande casa e mi posizionai vicino al camino. Tremavo come una foglia. Si avvicinò e mi posò la mano sulla spalla, dicendo: “Lo so, quello che hai visto stanotte è forte. Ma non credo che tu non abbia già vissuto cose così dannatamente “strane”. Hai visto i miei genitori su un altare sacrificale, con una Dea guardiano, attuare un sacrificio per farti entrare nel rito di iniziazione per poi scoprire, il mattino dopo, che tutto è stato ripulito, come se nulla fosse accaduto. E’ decisamente strano. Soprattutto sapere, adesso, che non tutto ciò che hai vissuto stanotte è vero fino in fondo”.

Inarcai il sopracciglio destro e chiesi con fervore cosa stesse dicendo.

“Vedi – continuò – il sacrificio in sé è stato perpetuato, ma nessuno dei tre è morto realmente. Siamo entrati nel loro sogno come abbiamo fatto con te in precedenza e lì abbiamo preso una parte della loro essenza. Facendo del male, questo sì. Si troveranno ferite ovunque, che non potranno mai spiegare, perché non ricorderanno come se le sono procurate, e, soprattutto, non potranno raccontare di essere finiti in un bosco. E ora, credo, smetteranno i loro loschi affari. E senza la loro Grazia. Cammineranno come spiriti nulli nello spazio terreno”.

“Quindi non sono morti? Cosa avete voluto indicarmi con questa scena?”

“Quello che è successo stanotte ti ha iniziato come Guardiano dell’Oblio. Da adesso in poi, in qualunque posto ti troverai, ti verrà indicato un processo da fare per ripulire la tua Essenza. Non tornerai perfetto perchè nessuno lo è né lo sarà mai ma sarai in grado di sviluppare arti sconosciute alla maggior parte delle persone. Magari anche soffrendo come è successo a me, a tutti noi, ma tutto questo ti servirà tanto”.

Le sue parole rimbombavano come la musica a tutto spiano in un rave. Ora era tutto chiaro: quello che avevo vissuto era il modo per indicarmi cosa avrebbe potuto accadermi in caso avessi sfruttato tutto questo secondo altri fini. In più, tutto questo mi stava portando a un percorso di crescita in cui forze oscure mi avrebbero donato i loro insegnamenti. Se, da una parte, continuava a essere surreale, dall’altra ammetto che questa cosa iniziava a stimolarmi. Ma, soprattutto, cominciavo a chiedermi: quali saranno questi insegnamenti così importanti?

“Da quanto lo hai scoperto, tu?” chiesi

“Lo so da sempre, da quando eravamo bambini. Una notte, trovai i miei genitori nel Bosco a bere sangue di animale, inginocchiati. Mi spaventai e non chiesi nulla per anni… Divenuta maggiorenne, fu proprio mia madre a raccontarmi tutto. Mi disse anche che le avevano raccontato di una bimba che li aveva visti. Da lì, iniziai questo percorso intenso, che non potevo raccontare a nessuno se non alle persone con cui avevo un legame forte. Alcune sono sparite poco dopo dalla mia vita e hanno continuato nella propria, altre sono sparite del tutto… e non chiedermi perché. Quello che posso dirti ora è che, questo processo, ha cambiato le nostre vite: ci ha permesso di vedere ciò che di malsano e apparente stava attanagliando il nostro quotidiano per renderlo più genuino. Si impara ad amarsi davvero senza aver bisogno di effetti speciali, né dogmi, né catene. E anche la vita di chi ti gira attorno ne beneficia.”

“Quindi è una via motivazionale?”

“Non posso dirti più di tanto perché lo scoprirai. Ma, sicuramente, imparerai ad avere un rapporto con te stesso quasi ancestrale, basato su quel che hai. E che sicuramente oggi, non conosci. I doni che ti verranno dati, amplificheranno la tua consapevolezza, permettendoti di trovare un percorso interiore nel quale “scavare”, aiutandoti a vivere meglio e, soprattutto, a trovare persone che sono nella tua stessa situazione. Ora va verso il fiume, c’è qualcuno che ti aspetta.”

Mi abbracciò forte e mi incamminai verso il fiume.

Trovai sulla riva, di spalle, una giovane fanciulla che dipingeva su una tela. La sua chioma rossa fluente era coperta da una bombetta di colore nero. Si girò e la riconobbi. Ereshkigal.

“Ora conosci la mia forma umana. Ti aspettavo. Ho seguito da lontano le tue domande a Francesca. Stanotte sei diventato ufficialmente uno di noi. Questo vuol dire che potrai trasportarti nella notte ovunque noi ti diremo di andare. Nel Bosco delle Futilità, su una montagna, in una grotta, sott’acqua… tutto questo lo capirai durante il tuo percorso. Quello che ti ho detto ieri sera, è tutto vero: ad ogni luna calante, alle 3:33 perderai qualcosa di te stesso e dovrai essere capace di “recuperarlo” attraverso l’uso della tua mente. Dovrai essere attento e capace di farlo. Non si impara in un giorno. Ma sono certa che sarai in grado di farlo. Per riuscirci, dovrai iniziare a trovare il silenzio dentro di te. Qual’è l’ultima volta che lo hai sentito veramente?”

A questa domanda, non riuscii a dare una risposta. Mi guardavo attorno continuamente, come se fossi in cerca di un suggerimento. Mi bloccò e girò la sua tela: c’era una bottiglia in fondo al mare e, al suo interno, c’era una lucina, come una lucciola attorniata da una coltre nera, come immersa nella nebbia.

“Quella che stai vedendo, è la tua Essenza: una luce fioca in una bottiglia gettata dal mare, circondata da una nebbia scura. E’ come il tuo Spirito: messo all’angolo dalle tue insicurezze, la voglia di ambire a qualsiasi cosa, di possedere quello che non hai. Tutto questo ha fatto diventare te stesso un pugile suonato all’angolo. Le Anime ti stanno mangiando, non riesci a guardare nemmeno che c’è in Te. E ti assicuro, c’è tanto. Quello che dovrai fare adesso è semplice: trovare il tuo silenzio. Ora farai questo per me: immergiti nel fiume, chiudi gli occhi, estraniati da questo mondo, entra in contatto con la Natura e trova un pensiero fisso nella mente. Una volta fatto, ripeterai: <<Io sono il mio silenzio, il mio silenzio imperfetto, la mia essenza. Il silenzio mi insegna a far cantare la mia Anima>>.”

La guardai un pò stranito, ma poi, decisi di fare un tentativo. Mi immersi nel letto del fiume, chiusi gli occhi e provai a cercare il mio silenzio. Ma continuavo a non trovarlo. La mente ronzava troppo, piena di pensieri futili. Notai che appena provavo a fare dei pensieri deleteri, nonostante l’acqua fosse bassissima, piano piano scendevo all’interno del suo fango. Questo mi preoccupava sempre di più, e la guardai Ereshkigal in cerca di risposte.

“Ogni volta che la tua attenzione non sarà focalizzata, continuerai a sprofondare, fino a che non troverai un equilibrio. Cerca in te, impegnati a trovare qualcosa che ti porti al silenzio! Cerca nel tuo piccolo Io!”

Continuai a chiudere gli occhi e, piano piano, cominciai a cercare un pensiero soffice al quale aggrapparmi, che fosse più forte della paura. Scendevo sempre di più, arrivai ad essere coperto di fango fino al collo, cominciai a non respirare più. La mente entrò in un mix di paura e continua ricerca. Aprii gli occhi e vidi il mio corpo innalzato da quella situazione e portato a riva.

“Non devi preoccuparti se non stai riuscendo, sono situazioni difficili da attuare la prima volta -disse- ma ti insegnano a trovare la calma e la decisione in momenti in cui la pressione ti colpisce ovunque: a lavoro, nella quotidianità ,in famiglia e tu devi essere in grado di saper gestire tutto trovando un appiglio, il silenzio dentro. Si cresce trovandosi con la merda fino al collo, e questo è il primo insegnamento che applicherai: trovare il tuo silenzio. Ora riprova seduto sulla riva!”

Richiusi gli occhi e adesso sembrava di essere nella mia dimensione più naturale: passata la paura, mi persi alla ricerca. Trovai un punto lontano da me e mi abbandonai a quel vuoto. Cominciai a ripetere il mantra, Ereshkigal con me. Si creò un cerchio di fuoco attorno a noi, tutte le Anime del bosco uscirono e ripetevano con noi.

Di colpo, aprii gli occhi e trovai la tela finita di fianco a me: la luce fioca era sempre attorniata dalla nebbia. Ma emanava fuoco.

Sulla cornice un bigliettino: “Sei pronto per tornare a casa”.

DO THE EVOLUTION

Il ritorno dal Bosco fu abbastanza traumatico: cercai di capire se ancora una volta stavo sognando, ma i segni sul corpo erano abbastanza evidenti. I graffi sulle braccia, sul collo, erano vivi e sapevano di recente collocazione. Non di meno, quel sapore familiare di idromele mi riconduceva a quella cena recente, dove tutto era strano e decisamente fuori luogo. Fortunatamente, riuscivo di nuovo a toccare e guardare il mio viso, come se nulla fosse successo.

Cercai di dormire ma fu impossibile: le parole di Ereshkigal erano diventate come “Jesu Tod” di Burzum nella mia mente : ossessive, angoscianti , in loop.

Essere lì per uno scopo di cura, per ritrovare la Grazia perduta… cercavo di trovare un senso alle sue parole ma non ne venivo a capo. Cercai di chiudere gli occhi, stravolto, ed entrai in un sonno profondo, di quelli così rilassanti in cui nemmeno si sogna.

Di colpo la situazione cambiò: nel cuore della notte la TV si accese da sola, a volume altissimo! Mi svegliai di soprassalto e la spensi. Mi riaddormentai fino alla sveglia, che, in quel contesto, era diventata inesorabile, segnante. Come una condanna. Il risveglio sembrò tranquillo, feci una doccia e preparai i miei pancakes da lockdown, quelli un pò fit e un pò golosi, fatti con banana e farina di avena, con diverse guarnizioni: una con lo yogurt, una con il miele e una con la Nutella, per dare uno sprint dolce alla giornata. Il tutto accompagnato da un vinile senza tempo: “Somewhere in Time ” degli Iron Maiden, per dare un senso di carica e possenza al momento. Il Metal mi ha sempre aiutato a catalizzare i momenti di panico in cui non sapevo dove e cosa fare, dandomi uno scopo, un percorso, una carezza. E’ una di quelle cose che dentro me ci è sempre stata, anche quando cercavo di non ascoltarlo. E soprattutto, è sempre riuscito a calmare quella parte di me che vorrebbe solo esplodere, e che, quando lo fa, salta in aria ogni quieto vivere. La puntina entrò a solcare “Loneliness of the Long Distance Runner” e la sua lunga intro arpeggiante si insinuò nell’aria, la testa e il piede sinistro cominciarono a muoversi come sempre quando ascolto questo pezzo e, d’un tratto, si sentì “scratchare” il giradischi, come se ci fosse Dj Gruff a muoverla e, dopo lo scratch partì un riff familiare per qualche secondo. Qualcosa nel mio addome, in quel momento, cominciò a muoversi. La puntina tornò sul pezzo dei Maiden per poi ripetere lo stesso riff di prima. Questo gioco maldestro si ripeté per diversi secondi, la pancia che continuava a muoversi come se ci fosse qualcosa dentro. Cominciai a sudare quando il pezzo dei Maiden sparì lasciando solo quel riff strano e duro nell’aria… non riuscivo a capire, finchè mi non mi fu chiaro quale fosse la voce che usciva da quel pezzo non richiesto: Eddie Vedder.

La canzone si diffuse nell’aria e il movimento nel mio addome aumentò. Mi alzai , mi tolsi la maglia e guardai verso lo specchio.

Diverse figure si muovevano in essa a ritmo a di musica, avanti e indietro. Riuscivo a scorgere solo i loro occhi scuri che si riflettevano quando rimbalzavano sulla superficie della pelle.

Il dolore si face sempre più lancinante, al punto di dovermi sdraiare a terra. Le ferite della notte si riempirono di lentamente di sangue creando dei piccoli corsi lungo i miei arti.

Sentii una deflagrazione lungo il mio ventre, qualcosa stava per uscire: Tyrion era diventato spettatore di tutto questo, ma non sembrava aver paura, guardava con gli occhioni dilatati di quando ha voglia di mangiare, quasi interessato a quello che stava accadendo.

Una luce potentissima illuminò la stanza.

Chiusi gli occhi e, di colpo, la musica si spense. Tutto, apparentemente, sembrò tornare alla normalità, tranne me, che non accettavo tutto questo. Toccai l’addome e sentii qualcosa che non andava. Guardai nello specchio e rimasi allibito: segni di zampe incise, come se qualcuno (o qualcosa) avesse camminato su di esso. O cercato di uscire. Cercai di disinfettarmi le ferite e di cicatrizzare la lacerazione sull’addome ma, se sulle prime sembrava funzionare, il secondo rimase vivo e pulsante.

Troppe cose stavano diventando assurde ed inspiegabili. Mi piegai esausto e, rannicchiato sul pavimento, mi addormentai.

Mi risvegliai nel pomeriggio, le incisioni sembravano sparite. Lo smart working incombeva e non potevo permettermi altre distrazioni. Il senso di alienazione di questo periodo di quarantena era amplificato all’ennesimo di questi segni inequivocabili che si stavano manifestando.

Ereshkigal mi raccontò che era stata lei la fautrice dei segnali inviati nei diversi frangenti della mia vita ma, tutto questo, non sapevo decifrarlo, non ne ero capace.

E soprattutto : cosa c’entrano i Pearl Jam in tutto questo?!

Cominciai il lavoro con l’animo da un’altra parte, completamente avulso dallo stesso. La riunione online ebbe inizio, mi toccò intervenire e, mentre parlavo, ci furono delle interferenze: lo schermo iniziò ad ondulare, i colori che piano piano coprirono la schermata. Tutto diventò come un’onda, non riuscivo a vedere nient’altro fino a che lo schermo diventò completamente nero.

La TV si accese di colpo e partirono delle immagini.

Un video familiare. Con quel riff che prima aveva creato sconquassi.

Do the Evolution.

E’ sempre stato uno dei miei pezzi preferiti dei Pearl Jam ma, stavolta, lo stavo odiando come la cosa più infima che ci fosse al mondo.

“Eh, Do the Evolution, uno dei migliori spaccati della realtà.”

Sentii questa voce rimbombare nell’appartamento ma eravamo solo io e Tyrion. Mi giravo in continuazione per capire da dove provenisse e, una volta tornato in sala, vidi Tyrion accovacciato davanti alla televisione.

“Mi hai già dimenticato?”, disse, sogghignando di gusto.

Era il gatto che parlava, con quella voce che stava tormentando le mie giornate. Ma non rimasi sorpreso, almeno stavolta. Stavo cercando di dare un senso a tutto questo. “Come vedi, io posso manifestarmi in qualunque forma: persone, animali, cose… posso entrare e portare messaggi. Mi sembrava giusto ricordarti che non siamo andati via, abbiamo stretto un patto, ricordi? Il tuo lavoro può aspettare, entrare nella prospettiva della tua realtà, no.”

“Oramai sto capendo che non ho più una vita tranquilla. Solo che non sto riuscendo a comprendere i tuoi segnali. Prima ho vissuto una scena spaventosa. Cos’erano quei segni? Cosa stai cercando di dirmi?”

” Da ora in poi tante cose accadranno e non saranno solo parole o immagini dal Bosco delle Futilità. Sono lo Specchio di quello che sei. Quelle anime che si muovevano non sono altro che gli esseri con cui sei stato nel Bosco, le tue Futilità. Ti avevo detto che loro succhiano la tua Grazia e si muovono invisibili lasciandoti un senso di assuefazione piacevole. Ma, in realtà, consumano il tuo Essere riducendoti a mero spettatore. Loro, prima, ti hanno fatto comprendere che hanno voglia di uscire, che non gli basta più la tua essenza. Vogliono mangiare la tua carne e non in senso metaforico. Ma, vedi, tutto questo può divenirti “amico” se riesci ad accettare questa situazione, entrando nel meccanismo di recupero della tua Anima. Quando ho inciso il tuo polso per prendere il tuo sangue e quando, successivamente, hai bevuto dal calice, ti ho trasmesso ogni cosa del Bosco delle Futilità: anime, nebbia… anche gli esseri che non hai ancora conosciuto e che, a breve, entreranno nella tua Vita. Tu, adesso, vivi con loro. Non voglio farti del male ma, se non accetterai, il tuo destino sarà inevitabile.”

Il racconto distolse l’attenzione dalla parte più cruda della faccenda: “E qual’è il mio destino?” chiesi.

Salì sul divano e si sedette accanto a me dicendo:

“Non è di destino che stiamo parlando ma di Destinazione. Sono due concetti differenti. Quello che sei diventato è un’anima di plastica che ha voluto provare qualsiasi forma di persuasione. Hai abbandonato il tuo Essere in favore di una vita di apparenze che ti hanno distolto dalla tua destinazione. Hai usato la parte più nobile,quella della Conoscenza, per i fini più loschi, cercando di arrivare per vie traverse ai tuoi obiettivi. Una vita di ascensori avrà valore solo quando ricomincerai a fare le scale. Hai usato la parte più bella di te per diventare qualcosa che non sei lentamente ma inesorabilmente, solo per compiacere. Sei diventato l’esempio lampante di questo videoclip“.

Mentre parlava, le lacrime solcavano il mio viso senza remore. La mia parte consapevole fu colpita e affondata.

In quel momento salì su di me e mosse le zampe sulla mia pancia, come per massaggiarla.

“Vederti piangere è un sollievo perché è la parte consapevole di te che sta parlando. Urlando. Purificando. Perché la tua Anima è stata in grado di vivere al di là della nebbia, senza farsi intaccare dalle persone, dalle usanze, dalle mode. Non cercava di compiacere ma viveva nel profondo rispetto per sé, per le altre persone e le altre forme della Natura. E piangere è una cosa bella, risolutrice! Lo vedi questo video? Quando uscì il pezzo, più di venti anni, fu snobbato (come sempre) dal mondo della musica perché parlava di qualcosa di crudo che si stava realizzando. Quando mi impossessai di Kevin Altieri cercai di riproporre all’estremo le parole di Eddie: le visioni delle Crociate, del Medioevo , dell’Inquisizione ,del Ku Klux Klan. Sono tutte cose collegate all’ingordigia dell’essere umano che muove il suo Essere al di fuori delle sue potenzialità per conquistare tutto. Non si accorge di vivere con le catene. Prima di un essere sovrannaturale, poi dei libri, poi delle sue invenzioni. La voglia di conoscenza ha portato alla crescita delle tecnologie e non tutto è andato come doveva essere. La nascita di Internet, della tua tecnologia e dello stare “vicini nello stare lontani” da una parte ha portato il benessere e la crescita del business, delle comunicazioni, dall’altra, una catena molto più grande di tutte le altre: il vivere collegati alla macchina. Quando uscì questo video, la band fu accusata di vedere la cosa in maniera troppo pessimistica, di urtare i sentimenti delle persone. Ma tutto ciò che loro avevano creato e cantato, era reale. Gli uomini che diventavano un tutt’uno col Pc era il preludio di quello che siete ora: delle scimmie urlatrici che parlano di libertà attaccate a uno schermo. Lo vedi come tutto torna? Il mondo non è cambiato, non ha cercato di trovare risposte ma ha smesso di farsi domande. Per evitare di “urtare”, di creare consapevolezza. Vi ha reso schiavi. Siete tornati a quattro zampe e non ve ne siete accorti. Anche tu lo sei: accetti qualsiasi cosa per compiacere gli altri, per far capire che puoi stare al passo con gli altri, vivi in funzione del teatro virtuale che pratichi ogni giorno, mentre la tua Anima grida aiuto. Astarte e Djinn hanno trovato in te un piacevole pasto quotidiano da mangiare, ma ora sta a te decidere se diventare pietanza reale o ritrovare la tua Essenza ancestrale!”

Quella spiegazione riempì di tante domande la mia testa e non sapevo come controbattere. Le lacrime continuavano ad uscire fuori e chiesi ad Ereshkigal:

“Cosa posso fare per cercare la mia Essenza? Voglio capire come uscirne fuori!”

Ereshkigal rispose :

“Lasciati andare e guidare. Apri la mente e sposta gli orizzonti. Segui le tracce che ti lascerò. Io sarò con te sempre, ci rivedrai in ogni forma. Ora cerca il tuo luogo ancestrale, il Giardino della tua Anima”.

Con la zampa mi chiuse gli occhi e mi addormentai.

Al risveglio trovai un istantanea scolorita sul petto: una casa nel bosco.

Sapevo da dove iniziare.