FEAR IS THE KEY

Il percorso dal Pub a casa fu un caleidoscopio di pensieri. Aver scoperto lo scopo di tutto questo, finalmente, chiuse definitivamente i dubbi su tante situazioni emerse in questa incredibile storia e forse è stato un bene scoprirlo gradualmente. 

In questa esperienza, forse per la prima volta, ho avuto il piacere di esplorare i processi dall’inizio alla fine, senza dover ricorrere a scorciatoie ed essere scelto per cercare di evitare una “fine” mi rendeva orgoglioso e bramoso da una parte ma, dall’altra, portava a galla le paure di sempre.

Sarò in grado di sistemare questa storia? Avrò la forza di reggere tutto questo peso?

Erano queste le domande che mi rimbombavano nella testa, accompagnate da quella leggera pressione sul petto che si presenta sempre quando non sono sicuro di quello che devo fare e che cercavo di eliminare con il massaggio con il medio e l’anulare che pratico sempre in questi casi, sdraiato sul letto. Dopo un pò, mi calmai e riuscii a prendere sonno.

Il mattino seguente mi svegliai stordito. Dormii malissimo, con quel cerchio alla testa dato dai pensieri. Cercai di pianificare al meglio le cose. Chiamai a lavoro dandomi malato e, in questo periodo di Pandemia, valeva la legge del capo: “Se senti anche un leggero raffreddore, stai a casa!”. Preparai la borsa con le cose necessarie. Misi vestiti comodi, una camicia termica, degli scarponi da trekking e cercai la mia torcia. La cercai come un matto ma non era nel posto giusto. 

Sentii miagolare dal bagno: trovai Tyrion con una lanterna accesa in bocca, la stessa che trovai tempo fa piena di fango. 

Appena la presi, vi trovai un biglietto: “Questa ti servirà per entrare nelle Nebbie. Ereshkigal”. Sorrisi e la sistemai alacremente. Terminata la borsa, iniziai a studiare il percorso che mi avrebbe accompagnato in questo viaggio; non dovevo percorrere tantissimi chilometri, ma la parte della salita da Guardiaregia alle pendici del Mutria era la parte più dura, soprattutto per un trekker principiante come me.  

Dovevo tirare fuori il meglio per arrivare in cima, dove era segnato il rifugio di Māra. 

Sistemai tutto in macchina e mi avviai. Per arrivare nel punto esatto, dovevo andare direttamente a Sepino ma, visto il tempo favorevole, feci una deviazione per San Giuliano del Sannio, un comune situato a pochissimi chilometri dal centro Sannita. 

Lì avrei incontrato per un caffè Nicola, un mio caro amico archeologo, per chiedergli informazioni sulla montagna. 

Mentre percorrevo la strada, notai dei corvi appollaiati sui Guard Rail, starnazzanti; in Molise non è raro trovarli sui bordi delle strade, soprattutto nei mesi freddi, di primo mattino. La cosa davvero strana, fu vederne un paio picchiettare col becco i blocchi di pietra antichi utilizzati in precedenza come cartelli stradali. 

Accostai e mi fermai per osservarli meglio. 

Il loro ticchettare sincronizzato sembrava quasi scolpire la pietra lasciando un liquido voluminoso. Si accorsero del loro curioso osservatore e, improvvisamente, sì fermarono lanciando al cielo un latrato gutturale dai loro becchi. 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena ma riimasi sospeso a guardarli per un pò, immobilizzato dalla curiosità per quell’evento del tutto insolito finchè vidi che gli altri corvi cominciavano ad avvicinarsi.

 Preso dell’istinto, tornai in auto e scappai velocemente da quel posto mentre avevo l’impressione che lo stormo mi deridesse. 

Arrivai a San Giuliano cercando di calmare quel leggero spavento. Parcheggiai e trovai Nicola all’inizio della discesa che porta alla Piazza Principale.

“Ogni volta che ti vedo stai sempre più scoppiato!” disse salutandomi.

“Non potrai mai immaginare cosa ho visto arrivando!”

” Ahahah, Giusè, prendi fiato e me lo dici al bar, che ho bisogno di un altro caffè.”

Arrivammo al bar, salutai alcuni amici autisti che erano lì davanti e ci sedemmo al tavolo. La signora ci portò i caffè e un cornetto alla Crema ordinato da Nicola.

“Questo è per te che hai bisogno di dolcezza stamattina!” disse, ridendo con la sua solita ironia.

“E’ che mentre stavo arrivando ho visto dei corvi sul Guard Rail. Nulla di strano all’inizio, anche dalle mie parti se ne vedono spesso… ma non che picchiettino le pietre lasciandvi un liquido scuro. Quando si sono accorti che li stavo osservando, hanno richiamato gli altri con un grido fortissimo, quasi come quelli che piacciono a noi metallari. Sono arrivati tutti insieme e sono scappato correndo. Tutto qua.”

Lui cominciò a ridere, per poi spegnere  lentamente la risata in un ghigno serafico:

 “E’ da un pò di tempo che succedono cose strane nella zona. Scompaiono persone di colpo, ci sono stati ritrovamenti di alcune persone senza vita, sventrate nelle valli, senza occhi, con questi segni di picchiettamento continuo sui loro corpi. E, cosa ancora più strana, è trovare nello stesso posto, alberi che prima non c’erano.”

 E qui cambiò completamente la sua espressione. La mia, invece, si corrucciò sempre di più, ma mi sembrava di aver trovato una risposta. Non sapevo come Nicola avrebbe potuto reagire.

“Sono qui anche per questo. So che di te posso fidarmi e che potrai aiutarmi a trovare un senso a tutto questo. Ma devi ascoltarmi. Stanno succedendo cose perchè un nuovo ordine sta cercando di schiacciare l’ordine  naturale delle cose. Ti sembrerà strano tutto questo ma esistono veramente forze antiche che hanno vissuto nel corso della Storia a contatto con la nostra società, cercando di trovare gli adepti adatti a custodire i Cinque Tesori della Forza, nascosti secondo lo schema del pentacolo rovesciato. Loro vivono a contatto con noi in un sistema bi-dimensionale, dove il nostro terreno è uguale al mondo che è sotto di noi. Non è né Paradiso né Inferno ma un mondo al contrario, con le nostre stesse realtà, ma vissuto da creature orripilanti create da noi nel nostro quotidiano. Sono le nostre Futilità: vivono in un bosco, nel limbo tra questo e l’altro mondo. Ora la nostra esistenza è messa a dura prova dal Nulla, che vuole rubare l’energia della Terra e trasformare tutto in cenere e… Alberi.”

“Seguimi”

Così interruppe il mio discorso chiedendomi di accompagnarlo. 

Pagammo e mi portò allo scavo archeologico di una Villa Romana ritrovata in paese qualche anno prima e che, grazie all’Università, negli ultimi anni erano riusciti ad avere risultati importanti dal punto di vista dei reperti ritrovati.

“La Villa de Neratii

E proprio mentre ci trovavamo all’interno di un vecchia costruzione di pietre, cominciò a raccontarmi una storia:

“Quello che tu racconti è tutto vero. Incontrai delle persone straniere, le vedevo muoversi per il paese da qualche anno a questa parte, in periodo di scavo. Vennero a chiedere informazioni una mattina dicendo che erano studenti di Archeologia di Milano. La nostra professoressa, nonché direttrice degli Scavi, si accostò a parlare con loro quando le chiesero se fosse stata trovata una pietra preziosa negli scavi e dove si trovasse il Monte Mutria. Ad una risposta negativa, questi diedero in escandescenze asserendo con forza che lei sapesse. Mi avvicinai per separarli e li strattonai. Si allontanarono e notai come, nonostante ci fosse un sole cocente, non c’era ombra dietro di loro. Questa cosa mi fece riflettere tantissimo sul momento ma poi, preso dal lavoro, pensai ad altro. Quella sera, come era solito fare, rimasi per ultimo a sistemare gli attrezzi dicendo agli altri di trovarci al bar per una birra un’oretta più tardi. Fu lì che venni attaccato dagli individui della mattina, uniti ad un Essere pelato che aveva un occhio di rettile sul lato sinistro. Mi disse che sapevo dove fosse la pietra e che per la mia insolenza sarei stato punito. Dalle sue unghia sporgenti uscì un liquido nero che si posò sulle mie scarpe, nella zona delle dita. Successivamente, si insinuò dentro di me e sentii un forte dolore.”

Si tolse le scarpe e vidi le sue dita dei piedi: trasformate in pezzi di legno, quasi come radici di un albero!

Rimasi scioccato. “Mi disse -continuò- che ogni giorno pari i miei piedi si sarebbero trasformati in radici e, col passare del tempo, questa maledizione si sarebbe estesa su tutto il corpo. Ogni luna piena sarebbe cresciuta.” 

“Bastardi! Devono pagare per questo!”

“Devono pagarla, ho sete di vendetta per tutto questo! Anche se so che rimarrò come gli altri, devo riuscire a fermarli. Ho bisogno del tuo aiuto Pep.”

“E io del tuo! Abbiamo bisogno di trovare Māra alle Pendici del Mutria. Lei ci aiuterà e insieme proteggeremo il Lapis Lazulo Viola”

“Māra? Lapis Lazulo viola? Pensavo fossero leggende…”

“Ora, per quello che hai vissuto, puoi capire che non sono così… e il tuo bagaglio di conoscenza può servirci per salvare questo angolo di Terra dal Nulla!”

Fu così che ci preparammo per incamminarci lungo le pendici del Mutria, prendendo dal magazzino dello scavo alcune attrezzature: corde, moschetti, elmetti da minatore. Sapere di poter puntare su Nicola mi rese più sicuro sull’obiettivo di questa avventura ma, allo stesso tempo, era forte in me il desiderio di proteggerlo dalla maledizione che aveva subìto. Il nostro viaggio all’interno del Mutria stava per iniziare: arrivammo alle pendici del Massiccio, dove finiva la strada e cominciammo a prepararci per la scalata. In quel momento, uno stormo di uccelli neri ci volò intorno, a bassa quota, per poi tornare a salire. 

Li schivammo ed emisero un suono fortissimo dai loro becchi. Notai che non lasciavano ombre dietro di loro e ricordai le parole di Nicola.

Ci guardammo e cominciammo a salire, senza paura.

SPECTRE AT THE FEAST

Il Vuoto. 

Vivere pensando di non poter vedere mi stava logorando. Questa parte di “addestramento ” non mi stava appassionando, più passava il tempo e più mi saliva l’ansia. 

“Smettila di frignare discepolo! Non è questo il momento di avere paura. Sei al sicuro e tutto questo, come sai, è necessario. Hai tanto da imparare, soprattutto per trovare la calma in questi momenti. Eppure, nella vita lavorativa sei principalmente un problem solver, nei momenti più difficili trovi la calma per prendere la decisione più giusta e ora non riesci a stare senza gli occhi per un pò di tempo! Basta lamentarti e segui ciò che ti dico, altrimenti sarò costretta a farti rimanere così!”

“Come posso rimanere calmo se non riesco a vedere?” risposi. 

“È quella la Bellezza! Ti sei mai chiesto come Giulio riusciva a capire cosa lo circondasse? Grazie all’utilizzo degli altri sensi. Grazie alla mente, puoi riuscire ad orientarti senza aver bisogno della vista. Ora calmati e seguimi.”

“Ci provo, anche se mi sembra impossibile farlo”

“Non sarà una cosa di un giorno. In questi giorni, avrai la fortuna di farlo senza i tuoi organi, ma nella vita reale dovrai essere capace di farlo senza aprirli.”

“E come si fa?”

“Usando la memoria fotografica e buon senso di orientamento. Ora prova a camminare da solo, senza appoggiarti. Asmodeus ti aiuterà per un breve tratto, poi dovrai essere in grado di farlo da solo. Non importa se cadrai, questo è essenziale: fallire per rialzarsi. 

Prima di iniziare: cosa ti ricordi di questo posto?”

Cercai di concentrarmi e trovare una risposta veloce a questa domanda, poi risposi: 

“Ricordo un viale alberato, su entrambi i lati. Un sentiero che sembra la navata di una cattedrale per quanto lungo, un altare in fondo dove sei tu. Dietro l’altare, un piano rialzato come un grande albero. Non ricordo nient’altro.”

“Notevole discepolo! Hai una memoria fotografica rara! Ora, visti i tuoi ricordi, puoi cercare di camminare e arrivare fin qui? Concentrati sul percorso che hai appena raccontato, Asmodeus ti accompagnerà per un tratto, poi non lo sentirai più. Sarà allora che il tuo percorso avrà un senso.”

Asmodeus, con il suo fare gentile, mi mise una mano sul fianco e cominciammo a camminare lentamente. Ogni due passi, mi ripeteva nell’orecchio: 

“Pensa ai tuoi occhi, a quanto sono importanti… ricorda cosa c’è qui e arriverai dove vuoi.” 

Sentii il suo braccio sfilarsi e provai a camminare da solo. Era tutto nero intorno a me, non sapevo dove appoggiarmi e cosa fare ma, seguendo solo le mie immagini fotografiche, continuai finché caddi. Al momento di rialzarmi, Ereshkigal esclamò: 

“Cerca dentro te il modo di rimetterti in piedi, sai quello che c’è intorno a te!” 

Ma, nel momento in cui provai a farlo, notai che qualcosa era cambiato.

Aprii le braccia e sentii qualcosa di solido su cui si appoggiavano: legno. 

Non c’era più solo un sentiero ma sembrava che gli alberi si fossero spostati. 

Mi sentii rassicurato e sorrisi.

 In quel momento la voce della Guardiana si fece cupa: “So che stai pensando di aver trovato, grazie agli alberi, un modo più semplice di uscirne ma, loro, non sono in questo posto per darti una scorciatoia, anzi. Continua e lo vedrai.”

Continuai ad appoggiarmi finché i loro rami diventarono mobili, stringendomi al tronco, bloccandomi braccia e gambe. Dallo stesso albero che mi stava imprigionando, un sussurro: 

“Diventerai uno di noi. Tutti quelli che scappano dalle proprie responsabilità diventano alberi. Prova ad uscire.”

Cominciai ad urlare, cercando, invano, di divincolarmi. La sola forza non bastava.

“Non usare la forza, ma quello che ti ho insegnato alle Cascate. Usa il tuo sentiero interiore per andare oltre l’albero. Prova a concentrarti e a violare quel vincolo, altrimenti rimarrai bloccato. Gli alberi sentono la tua ansia e, più aumenta, più più stringono. Abbiamo tutto il tempo per farlo e sei a buon punto. Ricorda: vai oltre i tuoi sensi!”

Cercai di trovare in me un punto sereno dal quale uscirne, ma non riuscivo a vedere al di là del pericolo che stavo vivendo. La paura diventò sempre più forte e sentii, di fronte a me, il fiato sul collo delle creature del bosco che si stavano nutrendo di quell’evento. Karelis, il più affamato, esclamò: ” E’ davvero un piacere mangiare la tua carne mentre hai paura di guardarti dentro!”

 E mi afferrò, con la bocca, il ventre. 

In quel momento mi abbandonai totalmente e la mia mente si rifugiò in un pensiero dolce, quasi per caso. Una passeggiata sulla spiaggia, abbracciati, con il rumore delle onde che si infrangevano. 

Mi rilassò. 

Nonostante vedessi solo uno spazio nero, riuscivo a sentire le vibrazioni di chi avevo intorno e, con una mano, accarezzai Karelis sulla testa. In quel momento esatto, smise di mordermi e mi disse:

 “Hai capito dove sono e hai trovato il tuo punto focale interiore.” lasciando la presa del tutto.

 Lo stesso fece l’albero, accarezzandomi il volto con il ramo.

“Nella difficoltà di non vedere, hai trovato il modo per farlo senza gli occhi. Grazie ad un pensiero positivo sei riuscito ad avere un processo decisionale veloce.”

Ero fortemente contrariato: “Mi stavate ammazzando!”

Ereshkigal tuonò: 

“Ti stavi ammazzando da solo! La paura nutre le creature, ciò che loro e gli alberi ti hanno fatto, vive delle vibrazioni basse. Dare un cambio al percorso è ciò che succede quando trovi un imprevisto. Ora vieni da me.” 

In quel momento sentii la pioggia scendere a tamburo battente, ma avevo capito come fare. 

O meglio, pensavo di aver capito.

Cominciai a camminare ma caddi ancora. E ancora. Non avendo più la forza di rialzarmi cominciai, a strisciare finché non arrivai a sentire il tocco di una forma umana. Una gamba.

Sentii una forza enorme che mi alzò di peso e mi fece levitare, stavo fluttuando nell’aria e non capivo come. In quel momento, vidi un forte flash di luci, toccai i miei occhi e li sentii finalmente al loro posto.

Li aprii e… ero avvolto dalla nebbia, fluttuavo in essa. 

All’improvviso, questa forza mi abbandonò e caddi ai piedi di Ereshkigal.

Tutto intorno a me cominciò a ridere a crepapelle, con il mio corpo immerso nel fango.

“Scusa per l’atterraggio, la Nebbia non ha modi gentili per andare via. Ora segui le creature che ti faranno cambiare e ristorare un poco, ne hai bisogno.”

Seguii Karelis e gli altri due mostri in una casa di legno. Aveva la classica sembianza delle casette di montagna con il muschio sul tetto. Mi lavai e mi diedero un cambio. 

Intanto, continuavo a guardarmi allo specchio e rivedevo i miei occhi al loro posto. 

Li toccai. 

Ebbi un improvviso flashback e, per un attimo,  cambiò ciò che vedevo.

Mi fermai un istante, poi mi sistemai e andai via.

Karelis mi aspettava fuori dalla porta e mi riaccompagnò. 

“Dopo una giornata così impegnativa è il momento di mangiare tutti insieme. Sei stato bravo, e lo sarai sempre di più.”

Mentre parlava,lo guardai ancora in faccia e gli dissi: 

“Io ti ho visto, in un’altra forma.” 

Lui sogghignò, e rispose: 

“Se ci vedi nella realtà che siamo è perchè hai appreso l’insegnamento di oggi. Anche io ho visto te nella tua vera forma…” 

Mi lasciò basito, perplesso.

Arrivammo al momento conviviale.

Tavola imbandita e tutti in preda alla condivisione e alla voglia di festeggiare.

Mi sembrò un Dèja Vu.

Dopo il brindisi, arrivarono le portate. 

Mi fu spiegato che, in mio onore, era stato sacrificato un capretto, cotto alla brace, come da antica tradizione. 

Mangiammo, tutto mi sembrava naturale, nonostante avessi ancora in testa quelle immagini della prova.

Ereshkigal prese la parola: 

“Oggi hai potuto sperimentare sulla tua pelle cosa significa vivere senza la vista. Uno spazio dell’oblio in cui è fondamentale rimanere, cercare di guardare con gli occhi che sono dentro di noi. Hai avuto difficoltà ma, come tutte le prime volte, dovrai abituarti a guardare al di là dei tuoi sensi e fidarti di quello che vedi nel tuo interno. Ora, però, siamo curiosi di chiederti cosa hai visto in quei momenti in cui hai trovato il tuo focus.” 

Mi alzai e presi a raccontare: 

“Vi ho visti nelle vostre forme umane. Eravate umani pronti a mangiarmi. Solo l’albero è rimasto nella sua forma classica. Tu, Karelis, eri una donna pronta ad addentarmi e tu, Asmodeus, un uomo con la barba che godeva nel vedermi soffrire. Ho visto questo, e, subito dopo il ritorno della vista, non eravate più così.” 

Erehskigal si alzò e rispose: 

“L’obiettivo di questa prova non solo era di orientarti ma, soprattutto, era quello di vedere al di là delle apparenze. Tu ci hai visto per quello che dentro di noi siamo perchè dietro la corazza di ‘mostro’ siamo umani come te. Ci hai visto nelle nostre debolezze e perversioni. Come abbiamo visto te.”

“E cosa avete visto?”

“Un demone nel corpo di uomo.”

Come noi.

In quel momento, prese uno specchio e mi mostrò i miei occhi color nero pece formarsi. 

“Non aver paura, è la tua realtà.”

In quel momento, una delle creature portò a tavola un calice pieno di sangue.

“Bevi questo nettare animale, è in tuo onore. La tua natura non può essere cambiata. Non esorcizzarla, valorizzala assieme a noi!”

Bevvi.

In quel momento sentii una musica tribale venire da lontano. Si aprirono le danze e mi unii a loro a festeggiare, senza limiti.

SILENCE TEACHES YOU HOW TO SING

Di colpo caddi in un sonno profondo. Non ricordai nulla di quella notte macabra. Fu una di quelle notti in cui dormii tantissimo, come non succedeva da tempo.

Quando aprii gli occhi, avevo addosso la sensazione di aver vissuto qualcosa di abominevole, sanguinolento, un sapore di sangue in bocca da far schifo.

Corsi a vomitare in bagno, e restai a farlo per diverso tempo. Tutto quello che avevo vissuto, stava ritornando alla mente in maniera veloce e non potevo far altro che rigettare quello che c’era dentro di me.

Alzai lo sguardo verso lo specchio e mi vidi insanguinato, ovunque. Sul viso, sulle braccia, sulle mani. Mentre mi specchiavo, una scritta sullo specchio insanguinata si creava: MURDERER.

Abbassai lo sguardo e mi guardai: il sangue era sparito. Guardai di nuovo verso lo specchio e non c’era nulla. Una risata serafica accompagnò l’ultimo sguardo.

Uscii dalla casa per andare a vedere il Bosco in che condizioni fosse. Sembrava che nulla fosse successo. Nessun odore di zolfo, nessuna traccia di sangue. Continuai a perlustrare e trovai Francesca dall’altra parte del sentiero ferma, come se mi stesse aspettando. Credo che notò la mia agitazione da lontano.

“Buongiorno!cosa succede? Hai una faccia… vieni dentro che preparo la colazione!”

La seguii nella grande casa e mi posizionai vicino al camino. Tremavo come una foglia. Si avvicinò e mi posò la mano sulla spalla, dicendo: “Lo so, quello che hai visto stanotte è forte. Ma non credo che tu non abbia già vissuto cose così dannatamente “strane”. Hai visto i miei genitori su un altare sacrificale, con una Dea guardiano, attuare un sacrificio per farti entrare nel rito di iniziazione per poi scoprire, il mattino dopo, che tutto è stato ripulito, come se nulla fosse accaduto. E’ decisamente strano. Soprattutto sapere, adesso, che non tutto ciò che hai vissuto stanotte è vero fino in fondo”.

Inarcai il sopracciglio destro e chiesi con fervore cosa stesse dicendo.

“Vedi – continuò – il sacrificio in sé è stato perpetuato, ma nessuno dei tre è morto realmente. Siamo entrati nel loro sogno come abbiamo fatto con te in precedenza e lì abbiamo preso una parte della loro essenza. Facendo del male, questo sì. Si troveranno ferite ovunque, che non potranno mai spiegare, perché non ricorderanno come se le sono procurate, e, soprattutto, non potranno raccontare di essere finiti in un bosco. E ora, credo, smetteranno i loro loschi affari. E senza la loro Grazia. Cammineranno come spiriti nulli nello spazio terreno”.

“Quindi non sono morti? Cosa avete voluto indicarmi con questa scena?”

“Quello che è successo stanotte ti ha iniziato come Guardiano dell’Oblio. Da adesso in poi, in qualunque posto ti troverai, ti verrà indicato un processo da fare per ripulire la tua Essenza. Non tornerai perfetto perchè nessuno lo è né lo sarà mai ma sarai in grado di sviluppare arti sconosciute alla maggior parte delle persone. Magari anche soffrendo come è successo a me, a tutti noi, ma tutto questo ti servirà tanto”.

Le sue parole rimbombavano come la musica a tutto spiano in un rave. Ora era tutto chiaro: quello che avevo vissuto era il modo per indicarmi cosa avrebbe potuto accadermi in caso avessi sfruttato tutto questo secondo altri fini. In più, tutto questo mi stava portando a un percorso di crescita in cui forze oscure mi avrebbero donato i loro insegnamenti. Se, da una parte, continuava a essere surreale, dall’altra ammetto che questa cosa iniziava a stimolarmi. Ma, soprattutto, cominciavo a chiedermi: quali saranno questi insegnamenti così importanti?

“Da quanto lo hai scoperto, tu?” chiesi

“Lo so da sempre, da quando eravamo bambini. Una notte, trovai i miei genitori nel Bosco a bere sangue di animale, inginocchiati. Mi spaventai e non chiesi nulla per anni… Divenuta maggiorenne, fu proprio mia madre a raccontarmi tutto. Mi disse anche che le avevano raccontato di una bimba che li aveva visti. Da lì, iniziai questo percorso intenso, che non potevo raccontare a nessuno se non alle persone con cui avevo un legame forte. Alcune sono sparite poco dopo dalla mia vita e hanno continuato nella propria, altre sono sparite del tutto… e non chiedermi perché. Quello che posso dirti ora è che, questo processo, ha cambiato le nostre vite: ci ha permesso di vedere ciò che di malsano e apparente stava attanagliando il nostro quotidiano per renderlo più genuino. Si impara ad amarsi davvero senza aver bisogno di effetti speciali, né dogmi, né catene. E anche la vita di chi ti gira attorno ne beneficia.”

“Quindi è una via motivazionale?”

“Non posso dirti più di tanto perché lo scoprirai. Ma, sicuramente, imparerai ad avere un rapporto con te stesso quasi ancestrale, basato su quel che hai. E che sicuramente oggi, non conosci. I doni che ti verranno dati, amplificheranno la tua consapevolezza, permettendoti di trovare un percorso interiore nel quale “scavare”, aiutandoti a vivere meglio e, soprattutto, a trovare persone che sono nella tua stessa situazione. Ora va verso il fiume, c’è qualcuno che ti aspetta.”

Mi abbracciò forte e mi incamminai verso il fiume.

Trovai sulla riva, di spalle, una giovane fanciulla che dipingeva su una tela. La sua chioma rossa fluente era coperta da una bombetta di colore nero. Si girò e la riconobbi. Ereshkigal.

“Ora conosci la mia forma umana. Ti aspettavo. Ho seguito da lontano le tue domande a Francesca. Stanotte sei diventato ufficialmente uno di noi. Questo vuol dire che potrai trasportarti nella notte ovunque noi ti diremo di andare. Nel Bosco delle Futilità, su una montagna, in una grotta, sott’acqua… tutto questo lo capirai durante il tuo percorso. Quello che ti ho detto ieri sera, è tutto vero: ad ogni luna calante, alle 3:33 perderai qualcosa di te stesso e dovrai essere capace di “recuperarlo” attraverso l’uso della tua mente. Dovrai essere attento e capace di farlo. Non si impara in un giorno. Ma sono certa che sarai in grado di farlo. Per riuscirci, dovrai iniziare a trovare il silenzio dentro di te. Qual’è l’ultima volta che lo hai sentito veramente?”

A questa domanda, non riuscii a dare una risposta. Mi guardavo attorno continuamente, come se fossi in cerca di un suggerimento. Mi bloccò e girò la sua tela: c’era una bottiglia in fondo al mare e, al suo interno, c’era una lucina, come una lucciola attorniata da una coltre nera, come immersa nella nebbia.

“Quella che stai vedendo, è la tua Essenza: una luce fioca in una bottiglia gettata dal mare, circondata da una nebbia scura. E’ come il tuo Spirito: messo all’angolo dalle tue insicurezze, la voglia di ambire a qualsiasi cosa, di possedere quello che non hai. Tutto questo ha fatto diventare te stesso un pugile suonato all’angolo. Le Anime ti stanno mangiando, non riesci a guardare nemmeno che c’è in Te. E ti assicuro, c’è tanto. Quello che dovrai fare adesso è semplice: trovare il tuo silenzio. Ora farai questo per me: immergiti nel fiume, chiudi gli occhi, estraniati da questo mondo, entra in contatto con la Natura e trova un pensiero fisso nella mente. Una volta fatto, ripeterai: <<Io sono il mio silenzio, il mio silenzio imperfetto, la mia essenza. Il silenzio mi insegna a far cantare la mia Anima>>.”

La guardai un pò stranito, ma poi, decisi di fare un tentativo. Mi immersi nel letto del fiume, chiusi gli occhi e provai a cercare il mio silenzio. Ma continuavo a non trovarlo. La mente ronzava troppo, piena di pensieri futili. Notai che appena provavo a fare dei pensieri deleteri, nonostante l’acqua fosse bassissima, piano piano scendevo all’interno del suo fango. Questo mi preoccupava sempre di più, e la guardai Ereshkigal in cerca di risposte.

“Ogni volta che la tua attenzione non sarà focalizzata, continuerai a sprofondare, fino a che non troverai un equilibrio. Cerca in te, impegnati a trovare qualcosa che ti porti al silenzio! Cerca nel tuo piccolo Io!”

Continuai a chiudere gli occhi e, piano piano, cominciai a cercare un pensiero soffice al quale aggrapparmi, che fosse più forte della paura. Scendevo sempre di più, arrivai ad essere coperto di fango fino al collo, cominciai a non respirare più. La mente entrò in un mix di paura e continua ricerca. Aprii gli occhi e vidi il mio corpo innalzato da quella situazione e portato a riva.

“Non devi preoccuparti se non stai riuscendo, sono situazioni difficili da attuare la prima volta -disse- ma ti insegnano a trovare la calma e la decisione in momenti in cui la pressione ti colpisce ovunque: a lavoro, nella quotidianità ,in famiglia e tu devi essere in grado di saper gestire tutto trovando un appiglio, il silenzio dentro. Si cresce trovandosi con la merda fino al collo, e questo è il primo insegnamento che applicherai: trovare il tuo silenzio. Ora riprova seduto sulla riva!”

Richiusi gli occhi e adesso sembrava di essere nella mia dimensione più naturale: passata la paura, mi persi alla ricerca. Trovai un punto lontano da me e mi abbandonai a quel vuoto. Cominciai a ripetere il mantra, Ereshkigal con me. Si creò un cerchio di fuoco attorno a noi, tutte le Anime del bosco uscirono e ripetevano con noi.

Di colpo, aprii gli occhi e trovai la tela finita di fianco a me: la luce fioca era sempre attorniata dalla nebbia. Ma emanava fuoco.

Sulla cornice un bigliettino: “Sei pronto per tornare a casa”.

EATEN

Il messaggio lasciatomi da Ereshkigal e dalle Creature della Futilità mi convinse a entrare finalmente in questo percorso strano e al tempo stesso stimolante. Non per le minacce ricevute: tutte queste visite fantastiche, tutte queste entità che sono entrate nella mia vita come un fulmine a cielo sereno stavano lentamente aprendo una consapevolezza nuova. Anni di ascolti di dischi maleodoranti di zolfo, sporchi, con quei testi così filosofici ma allo stesso tempo nichilisti, avevano creato in me una sorta di dimensione onirica platonica, dove rifiugiarmi nei momenti più cupi. La mia Attitudine nell’Oscurità era tutta qui: lavorare su me stesso chiudendomi in un bunker fantastico ma pieno di tanto realismo. Questo modo di fare mi ha aiutato tantissimo in questi giorni di vuoto e di blocco totale di questa Quarantena, come se quei dischi che ne parlavano trent’anni fa fossero diventati realtà. Non ho sentito il bisogno di piagnistei inutili per attivare la mia attenzione, anzi, questa realtà ha posto in me notevoli stimoli a realizzare le cose più disparate. Tutto ciò che era accaduto, però, era veramente troppo. Ho avuto la conferma che parte di quello che avevo sempre letto o immaginato esiste veramente. Anche se non li vediamo ci camminano accanto come sentinelle guardinghe. Ci mandano segnali, anche bruschi, che il più delle volte non riusciamo a captare troppo presi dalle nostre vite, troppo presi a tentare di impressionare, ad usare gli “effetti speciali”. Perdiamo di vista la nostra Essenza per cercare, alle volte, relazioni forzate, nelle quali si cerca di essere qualunque cosa.

Ma realmente siamo tutto questo?

Questi pensieri attanagliavano la mia mente mentre cominciavo a preparare i bagagli per questo viaggio tanto inatteso. Dvevo capire dove Ereshkigal mi stava portando ma, soprattutto, si stava generando in me una battaglia interiore senza pari. Sapete quel ronzio ossessivo tra il cuore e lo stomaco che si manifesta quando non siete sicuri di qualcosa e cominciate ad aver paura?

E questa mattinata di Maggio, con la Quarantena ancora via e questi pensieri premevano ancora di più in me la necessità di andare a fondo alla questione.

Già, proprio quello.

La sera prima sentii Francesca, una delle figlie minori della proprietaria della Country House per prenotare il mio soggiorno. Sinceramente, non ricordava chi fossi, finché non gli raccontai di quello stage universatario dei primi anni 2000. Da lì cominciammo a parlare del più del meno, dei genitori (a me tanto cari) scomparsi e ci aggiornammo per risentirci durante il tragitto. Era piacevole tornare a guidare lungo le strade della mia regione, tanto bistrattata quanto selvaggia. La diga del Liscione, la serpentina iconica della strada sospesa sul lago, il verde incontaminato, il profumo dell’erba mattutina… quanto mi erano mancati!

Questi mesi lontano da tutto avevano ovattato ogni pensiero sensitivo verso la Natura.

Sentire l’odore dell’aria e dei primi caldi di fine Primavera stava risvegliando in me una sorta di apparente serenità. Più ci si addentra nel mio caro Molise, più si ha la sensazione di vivere una delle massime più importanti di Francesco Jovine, uno dei maggiori pensatori regionali:

“Il Molise è per me un sogno. E’ un mito tramandato dai padri e rimasto nel mio sangue e nella mia fantasia.”

Quelle sensazioni di vivere una terra dimenticata quanto incontaminata, di un territorio drammaticamente quasi spoglio da quel progresso ossessivo e ostentato praticato ovunque, sa di qualcosa di unico e riconoscibile, al di là dell’aspetto fortemente campanilistico. Quando attraversi la strada che porta all’Alto Molise, con quelle colline e paesaggi aspri, sembra di vivere una Fiaba di Andersen, di quelle che il piacere di quello che vivi è senza tempo, esclusivo, ma che nasconde sempre un amaro finale. Quello che ho sempre creduto è che ogni cosa ha il suo prezzo da pagare, e, questo viaggio, per me, stava diventando un mix tra domande esistenziali e piacevole goduria di tutto questo ben di Dio.

Gli ultimi chilometri prima di arrivare sono quasi tutti tornanti di montagna con una parte finale in sterrato, prima di entrare nel bosco. Dopo aver iniziato a salire, notai sul bordo della strada luci intermittenti che sembravano avvisarmi. Una volta passate, assumevano le forme di esseri ghignanti, con occhi di fuoco. Il pensiero non fu spaventoso, forse per la prima volta dall’inizio di questa storia… solo che erano profondamente diverse da tutto ciò che avevo incontrato fino ad ora!Continuai per la mia strada, le luci intorno a me, pian piano scomparvero e tutto mi sembrava il segnale che ero sulla strada giusta. Entrai nel bosco e lentamente scesi verso quella casa, e tutto sembrava intensamente placido e tranquillo. Come quasi vent’anni fa.

Francesca mi accolse dolcemente e, tutto questo tempo sembrava non essere passato per lei, era semplicemente uguale per lei. Mentre parlavamo mi fece vedere la stanza, la stessa di quando restavo lì in estate.

La prima battuta che mi uscì dalla bocca verso di lei fu molto eloquente: “Scommetto che dietro la finestra passano gli stessi cinghiali del 2001! ” esclama, ridendo fragorosamente. Lei, comprendendo quello che volevo dire rise, ma non rispose.

Dopo essermi sistemato scesi nella casa più grande per prendere un caffè in sua compagnia. Questo stabile è formato da due case in due porzioni di terreno differenti. La prima è la casa dei proprietari, all’interno del bosco. Rustica, in pietra, resistente, con due piani abitativi e lo studio del miele del signor Nicola, padre e proprietario della country house. La seconda, invece, è la “casa maggiore”, quella delle stanze riservate agli ospiti, del salone da pranzo enorme con il suo camino grandissimo intarsiato in legno e il soppalco dello studio, dove c’è il centro prenotazioni. Al suo interno, la cucina professionale semplice, tipica dei posti di montagna. Io soggiornavo nella parte superiore, quella della famiglia e mi riempì di orgoglio avere ancora questo onore, dopo tutto questo tempo.

Francesca sembrava radiosa e felice di questa visita, e, mentre preparava il caffè, mi raccontò un particolare: “Quando hai chiamato non riuscivo a capire chi fossi, poi, piano piano, ho focalizzato… alla fine sei stato l’unico stagista che abbiamo avuto ahaha. Quando pensavo dove sistemarti mi sono ricordato le parole di mamma Ester: un giorno saresti tornato e avresti avuto il tuo posto di sempre. La stanza viene da questo. Cosa ci fai di nuovo qui, in questa landa desolata ?”. Il discorso mi inorgogliva ancora di più, soprattutto questa parte di ricordo della signora Ester, tanto cara, come una seconda mamma. “Cerco un pò di silenzio e di quiete. Questo periodo di quarantena ha portato in me tante soluzioni nuove ma allo stesso tempo tante domande a cui trovare una risposta. Questo mi sembra il posto giusto per cercarle.”. Il suo viso diventò sorridente e disse: “Può darsi che quello che cerchi sia già in fondo al tuo cuore, questo silenzio può rigenerarti per ricominciare al massimo tutto il resto!”. Nel frattempo, arrivò suo figlio Daniele, oramai sposato e con figli. La sua immagine di funghetto di vent’anni era sparita totalment, nascosta in una barba seriosa e dall’aspetto saggio. “Nonno Nicola e nonna Ester sarebbero stati felici di vederti qui. O, forse, lo sono anche adesso.”

Cominciammo a ricordare gli aspetti più buffi e piacevoli di quelle estati, di quello che accadde dopo, finché Francesca cominciò a parlare della loro morte. “Sai che papà aveva una forte passione per la pesca. In quell’inverno andava al fiume ogni domenica e vi restava tutta la giornata. Anche quando nevicava. Un giorno, decise di andare anche se il tempo era brutto. La tormenta aumentò la sua intensità e non lo vedemmo tornare. Andammo a cercarlo nel fiume e non lo trovammo. Perlustrammo il bosco e niente ci dava adito della sua presenza. Smise di nevicare ma nulla. Per tre giorni proseguimmo senza sosta. Nulla. Finché una mattina, il nostro gatto iniziò stranamente a camminare davanti a noi come se volesse guidarci. Ci portò al fiume e lo trovammo lì, stramazzato al suolo, con la bocca aperta e senza occhi. Fu un’immagine terribile per noi. La mamma impazzì. Tre mesi dopo la trovammo senza vita nel bosco. Non aveva più senso per lei vivere.”. A questo raccontò rabbrividii e cominciai a riflettere su diversi aspetti dei giorni passati. La morte del signor Nicola, la sua scomparsa, il modo… mi inorridì e allo stesso tempo mi fece fare mente locale. Dopo un breve periodo di discorsi rassicuranti ci salutammo per riposare, dandoci appuntamento alla sera per la cena nel salone.

Tornai nella mia stanza, mi addormentai di sasso e una luce infuocata nel sogno mi sussurrò:

“Vai al fiume, troverai la tua luce”.

Mi svegliai di colpo. Mi guardai attorno per capire se ci fosse qualcuno e vidi che ero solo. Dopo tutti questi avvenimenti sembrava normale guardarsi alle spalle. Mi addentrai nel bosco e mi feci guidare dalla sua essenza meravigliosa. Ogni passo sembrava scandito e piacevole. Cercai di viverlo in ogni sua parte e più lo facevo più affioravano ricordi. Passati e presenti. Arrivai al fiume, mi abbassai sulla sua riva e ammirai la sua acqua limpida e cristallina. I pesci intorno sguazzavano leggiadri e felici. D’improvviso, scorsi una luce ambrata sul fondo che lampeggiava. Mi avvicinai sempre di più e vidi una canna da pesca adagiata sul suo letto. Mi allungai per prenderla, non riuscendoci cercai di addentrarmi nel fiume e, una volta entrato, vidi che quel fascio si stava trasformando in tante piccole luci, come tanti occhi infiammati. A questa vista, abbandonai ogni voglia di recuperare la canna da pesca, mi voltai e iniziai a correre. Caddi poco dopo, mi guardai indietro e il fiume sembrava placido al passaggio. Davanti a me un albero marchiato da una lettera: F. Tutto mi sembrò tornare familiare, ricominciai a correre e tornai nella mia stanza. Se, da una parte, l’aspetto sovrannaturale iniziava a prendere il sopravvento, dall’altra non volevo fermarmi qui e scappare. Se ero stato mandato qui, un motivo c’era, anzi forse, gran parte delle risposte che Ereshkigal voleva indicarmi iniziavano da qui. La canna da pesca, il fascio di luce nell’acqua, gli occhi infuocati… erano tutti segnali di qualcosa? Mi ricollegava alla morte del signor Nicola? Mentre mi domandavo mentalmente questo, mi ripulii e mi risistemai nel letto. Sentii come una carezza sul viso, ma non c’era nessuno. Mi rilassai un pò e mi preparai per la cena. Vi erano presenti tutti: Francesca, suo marito, i loro figli e un’amica di famiglia, Giada, con il suo compagno, Roberto.

Il profumo che veniva dalla cucina era inebriante, sapeva di prodotti della terra e di carne alla brace. Le pappardelle alle verdure e funghi arrivarono in tavola accompagnate dal tartufo da grattugiare sopra. Essendo una buona forchetta, non lesino di questi sapori afrodisiaci, approfittando di tale godurioso prodotto. I discorsi si intrecciavano tra ricordi e racconti del posto finché Giada mi chiese di come trovavo lì e quali sentimenti muovevano dentro di me questi posti. Il vino cominciava a farsi sentire quindi i discorsi diventavano molto enfatici: “Per tanto tempo ho riposto questo luogo nel cassetto dei ricordi. E’ stata la mia prima esperienza fuori casa, con persone che mi hanno formato e trattato come uno di famiglia. Ho appreso tanto da loro e da questo posto. Poi si sa, la vita ti fa fare giri strani e ti fa dimenticare di quello che è avvenuto. C’è sempre qualcosa che ti fa tornare e sono qui, ora. E sarà difficile staccarsi di nuovo”. “Questa è sempre stata la tua casa, e sarà sempre parte di te. Ciò che ti fa tornare qui è ciò che forse hai sempre cercato. Lo è stato anche per me.” disse Giada sorridendo. Dopo la brace e i suoi contorni, arrivò la specialità di Francesca: una torta con marmellata di fichi e crema. La stessa che la signora Ester ci preparava. La serata finì con l’Idromele versato come digestivo. Un dettaglio adorabile che, allo stesso tempo, mi fece ripensare a quello dell’ “altro” bosco. Andai a dormire felice e con uno strano sentore di euforia. Crollai poco dopo.

Nel sonno, sognai: fiaccole accese nel bosco che si accendevano ai bordi del sentiero come fosse una passerella.

Mi svegliai e sentii un odore acre fuori. Fumo. Mi affacciai alla finestra e vidi le fiaccole sistemate e rumori tribali in lontananza. Mi vestii e uscii dalla casa. Attraversai quella passerella di fiaccole e gli alberi cominciarono ad animarsi: ogni albero che superavo incendiava i suoi rami superiori. Qualcosa stava succedendo. Alcuni di loro, al mio passaggio, posarono i propri rami in segno di inchino,e, la mia faccia sorpresa, si accese di curiosità. Mi addentrai sempre di più nel bosco e notai un grosso fuoco al centro. Era il luogo dove di solito mangiavamo d’estate, in totale libertà. Ora era pieno di fiaccole e, più mi avvicinavo, più quello che vedevo diventava sempre più incredibile: decine di persone nude che danzavano intorno a un grosso falò insieme agli animali che facevano lo stesso, alberi infuocati e un altare.

Notai Giada e Francesca con un calice in mano che mi tesero. “Unisciti a noi, questa cerimonia è in tuo onore”.

Senza dire una parola ma sconvolto nell’animo, li seguii. Anche stavolta, vi erano tutti: i figli di Francesca, il compagno di Giada, persone sconosciute con una maschera di animale, tre strane figure con mantello dietro l’altare .

La prima la riconobbi quasi subito dal suo tono di voce. Ereshkigal.

Si girò e si mostro in una forma umana splendida, con capelli rossi coperti dalla corona di cervo e con i sette scorpioni che si muovevano su tutto il corpo. “Pep, hai seguito i miei consigli e ora sei qui. Durante il tragitto abbiamo voluto mandarti un segnale e, diligentemente, hai proseguito. Poi abbiamo voluto farti vedere qualcosa nel fiume ma era troppo presto per uscire allo scoperto. Ora hai tutto per capire appieno il tuo scopo qui. Prima però, voglio presentarti due persone”. Entrambe si girarono, mostrando il loro vero volto. “Siamo felici di ritrovarti ancora qui, sapevamo che un giorno ti saresti ricongiunto a noi” dissero, con tono evocativo e felice . Erano il signor Nicola e la signora Ester. Come li lasciai vent’anni fa. Il mantello nero che li rivestiva aveva un cappuccio aperto, come quello dei maestri alchimisti. Rimasi colpito da questa visione, piansi di gioia e chiesi: “Tutti questi segnali mi hanno portato a voi. In questo momento non so se sto parlando con degli spiriti che si stanno divertendo o con voi, ma sono felice di rivedervi.” “Comprendiamo che può sembrarti strano vederci così dopo che hai saputo della nostra morte, ma siamo noi in carne e ossa. Tutto quello che vedi qui non è frutto della tua immaginazione ma il nostro spirito è rimasto sempre vivo qui. Questo è il giardino delle nostre Anime, della tua Anima. Ereshkigal è sempre stata con noi, anche quando c’eri tu. Ha insegnato a noi l’arte della Magia e del risveglio interiore, ci ha aiutato a vivere meglio con i nostri “mostri”, quelli che vivono anche dentro di te e che già sai come possono comportarsi.”. Attento a quello che stava avvenendo, chiesi: “Cos’è questa cerimonia?” “E’la tua cerimoniona di iniziazione nella quale entri a far parte della Congrega del Bosco delle Futilità.” “Il Bosco delle Futilità?” “Sì. Non te lo ricordi? Il nostro bosco non è altro che la rappresentazione dell’altra dimensione. Ciò che è sopra è sotto. “As Above so Below .”. In quel momento, la trasposizione del sottosopra era netta alla vista: riuscivo a vedere il passaggio nell’altra dimensione, come se ci fosse una scala a collegarli. “Ma ora, bando alle ciance -rispose- il tuo giuramento nel sangue ti ha dato il marchio di quello che stavi per iniziare. Stanotte avrai tutti gli strumenti per cercare di salvare la tua Anima dalla tua futilità. Gli spiriti che vivono dentro te sono creature silenti e mangiano la tua Grazia piano piano. Qui imparerai come conviverci e tornare a vedere al di là della Nebbia.” In quel momento scese quello strato che mancava ai miei occhi da un pò: quella nebbia impentrabile.” “La vedi? -disse il signor Nicola- alla vista sembra invalicabile, fastidiosa, temibile. Ma alla fine può diventare la tua migliore amica. Prova a camminarci dentro.” Accettai e vidi che, una volta iniziato a oltrepassarla, il suo Spirito interno si incendiò e mi respinse. “Questo succede perchè hai dimenticato come vedere attraverso gli altri sensi. Comportandoti superficialmente, pensando come un essere apparente. La Nebbia sarà la tua barriera finché non tornerai a comprendere come vedere!” “Come posso fare ?” chiesi. “Ora devi solo ascoltare e farti guidare. Forse quel che vedrai non ti piacerà, ma sarà tutto uno specchio di quello che ti toccherà se disobbedirai ai nostri ordini. E’ un cammino duro dove il dolore ti entrerà dentro ma ti aiuterà tornare splendente e a camminare in equilibrio nella tua oscurità.”

In quel momento, dal fondo del bosco, arrivarono diverse creature con delle fiaccole. Riconobbi Karelis e alcuni che mi avevano fatto visita nel ventre la volta passata.

Con loro trasportavano, a spalla, tre persone. Gente che conoscevo, che aveva fatto del positivismo e della spiritualità a tutto spiano uno stile di… business. Furono condotti ognuno al proprio albero e legati.

“Cos’è questa storia?”dissi

“Queste persone hanno avuto, in passato, segnali per redimersi, sono entrati in contatto con il Bosco delle Futilità e le sue Anime, hanno seguito il loro percorso, appreso gli insegnamenti del circolo oscuro del Bosco ma, ad un certo punto, al posto di cercare di salvare loro stessi hanno creato un sistema su cui lucrare, mancando di rispetto al nostro Consiglio, pensando di poter fare tutto alle nostre spalle. Loro saranno il tuo piatto sacrificale per l’iniziazione!” “No,non voglio che facciate loro del male! Possono avere una seconda opportunità!” urlai di fronte a loro. La risposta della Signora Ester fu inequivocabile: “Hanno avuto miriadi di opportunità per uscire da questa storia ma hanno preferito proseguire per la loro strada ignorandoci, facendo finta che saremmo rimasti lì a guardare. Una cosa è severamente vietata in questo luogo: tramandare le nostre Arti per un fine ancora più futile, quello della Materialità. Loro hanno trasgredito, disinteressati del fatto che quello che stavano facendo non curava nessuno, solo la loro ingordigia!”

“Cosa hanno commesso?”

“Hanno venduto le nostre Arti per generare denaro, vendendo servizi ad altri che non hanno mai compiuto, spacciandosi chi per essere un essere “spirituale” capace di entrare in contatto con entità per curare gli altri, altri, invece, hanno svolto il passaggio di “guida positiva” solo per fini lucrativi. Queste sono Arti magiche che hanno un valore supremo e devono rimanere tali nell’Essere che le accoglie, senza aver bisogno di creare un circuito di divulgazione. Invece, loro hanno voluto diventare dei ciarlatani, pensando non solo di raggirare noi, ma soprattutto chi li ascoltava. Questo non si può più transigere. Tu stavi per diventare tutto questo e dentro di te bramavi per questo. Ora stai a guardare, tutto questo sarà linfa per te!”

Ereshkigal fece segno alle anime presenti di avvicinarsi a loro: ogni gruppo sceglieva la propria carneficina. Si avvicinarono e cominciarono a mordicchiare il ventre e il collo dei ciarlatani e posarono un calice ai loro piedi. Le grida delle vittime si mischiava al rumore delle Anime che mangiavano la loro carne. Arrivarono nel luogo della loro Grazia ed estirparono quel sacro nettare. Giada e Francesca raccolsero i calici pieni di sangue e le loro essenze, le portarono sull’Altare, le unirono al loro sangue e all’Idromele. Lo bevvero e mi invitarono a fare lo stesso. “Il prezzo del loro sacrificio sarà l’inizio della tua sfida contro la Nebbia. La sfida dei tuoi sensi nella Natura!”

Non ebbi la forza di fermarmi dinanzi a tale orrore, proseguii spedito ad accogliere il nettare promesso. Lo bevvi e Ereshkigal pronunziò tale anatema:

“Ogni notte, tornerai qui insieme a noi e inizierai ad apprendere le tecniche degli Alberi. Vedrai senza la vista, sentirai senza l’udito, imparerai a parlare senza la lingua, godrai senza quello che ti serve. Questa notte ti sei unito a noi, agli Spiriti della valle dell’Oblio, e, come noi, osserverai le nostre Leggi. Ora gioisci e festeggia tutta la notte!”

Tra corpi mutilati, spiriti famelici e persone festanti, un ambiente degno del peggior horror mai scritto.

Solo che, sullo schermo, c’ero io.