FEAR IS THE KEY

Il percorso dal Pub a casa fu un caleidoscopio di pensieri. Aver scoperto lo scopo di tutto questo, finalmente, chiuse definitivamente i dubbi su tante situazioni emerse in questa incredibile storia e forse è stato un bene scoprirlo gradualmente. 

In questa esperienza, forse per la prima volta, ho avuto il piacere di esplorare i processi dall’inizio alla fine, senza dover ricorrere a scorciatoie ed essere scelto per cercare di evitare una “fine” mi rendeva orgoglioso e bramoso da una parte ma, dall’altra, portava a galla le paure di sempre.

Sarò in grado di sistemare questa storia? Avrò la forza di reggere tutto questo peso?

Erano queste le domande che mi rimbombavano nella testa, accompagnate da quella leggera pressione sul petto che si presenta sempre quando non sono sicuro di quello che devo fare e che cercavo di eliminare con il massaggio con il medio e l’anulare che pratico sempre in questi casi, sdraiato sul letto. Dopo un pò, mi calmai e riuscii a prendere sonno.

Il mattino seguente mi svegliai stordito. Dormii malissimo, con quel cerchio alla testa dato dai pensieri. Cercai di pianificare al meglio le cose. Chiamai a lavoro dandomi malato e, in questo periodo di Pandemia, valeva la legge del capo: “Se senti anche un leggero raffreddore, stai a casa!”. Preparai la borsa con le cose necessarie. Misi vestiti comodi, una camicia termica, degli scarponi da trekking e cercai la mia torcia. La cercai come un matto ma non era nel posto giusto. 

Sentii miagolare dal bagno: trovai Tyrion con una lanterna accesa in bocca, la stessa che trovai tempo fa piena di fango. 

Appena la presi, vi trovai un biglietto: “Questa ti servirà per entrare nelle Nebbie. Ereshkigal”. Sorrisi e la sistemai alacremente. Terminata la borsa, iniziai a studiare il percorso che mi avrebbe accompagnato in questo viaggio; non dovevo percorrere tantissimi chilometri, ma la parte della salita da Guardiaregia alle pendici del Mutria era la parte più dura, soprattutto per un trekker principiante come me.  

Dovevo tirare fuori il meglio per arrivare in cima, dove era segnato il rifugio di Māra. 

Sistemai tutto in macchina e mi avviai. Per arrivare nel punto esatto, dovevo andare direttamente a Sepino ma, visto il tempo favorevole, feci una deviazione per San Giuliano del Sannio, un comune situato a pochissimi chilometri dal centro Sannita. 

Lì avrei incontrato per un caffè Nicola, un mio caro amico archeologo, per chiedergli informazioni sulla montagna. 

Mentre percorrevo la strada, notai dei corvi appollaiati sui Guard Rail, starnazzanti; in Molise non è raro trovarli sui bordi delle strade, soprattutto nei mesi freddi, di primo mattino. La cosa davvero strana, fu vederne un paio picchiettare col becco i blocchi di pietra antichi utilizzati in precedenza come cartelli stradali. 

Accostai e mi fermai per osservarli meglio. 

Il loro ticchettare sincronizzato sembrava quasi scolpire la pietra lasciando un liquido voluminoso. Si accorsero del loro curioso osservatore e, improvvisamente, sì fermarono lanciando al cielo un latrato gutturale dai loro becchi. 

Sentii un brivido gelido lungo la schiena ma riimasi sospeso a guardarli per un pò, immobilizzato dalla curiosità per quell’evento del tutto insolito finchè vidi che gli altri corvi cominciavano ad avvicinarsi.

 Preso dell’istinto, tornai in auto e scappai velocemente da quel posto mentre avevo l’impressione che lo stormo mi deridesse. 

Arrivai a San Giuliano cercando di calmare quel leggero spavento. Parcheggiai e trovai Nicola all’inizio della discesa che porta alla Piazza Principale.

“Ogni volta che ti vedo stai sempre più scoppiato!” disse salutandomi.

“Non potrai mai immaginare cosa ho visto arrivando!”

” Ahahah, Giusè, prendi fiato e me lo dici al bar, che ho bisogno di un altro caffè.”

Arrivammo al bar, salutai alcuni amici autisti che erano lì davanti e ci sedemmo al tavolo. La signora ci portò i caffè e un cornetto alla Crema ordinato da Nicola.

“Questo è per te che hai bisogno di dolcezza stamattina!” disse, ridendo con la sua solita ironia.

“E’ che mentre stavo arrivando ho visto dei corvi sul Guard Rail. Nulla di strano all’inizio, anche dalle mie parti se ne vedono spesso… ma non che picchiettino le pietre lasciandvi un liquido scuro. Quando si sono accorti che li stavo osservando, hanno richiamato gli altri con un grido fortissimo, quasi come quelli che piacciono a noi metallari. Sono arrivati tutti insieme e sono scappato correndo. Tutto qua.”

Lui cominciò a ridere, per poi spegnere  lentamente la risata in un ghigno serafico:

 “E’ da un pò di tempo che succedono cose strane nella zona. Scompaiono persone di colpo, ci sono stati ritrovamenti di alcune persone senza vita, sventrate nelle valli, senza occhi, con questi segni di picchiettamento continuo sui loro corpi. E, cosa ancora più strana, è trovare nello stesso posto, alberi che prima non c’erano.”

 E qui cambiò completamente la sua espressione. La mia, invece, si corrucciò sempre di più, ma mi sembrava di aver trovato una risposta. Non sapevo come Nicola avrebbe potuto reagire.

“Sono qui anche per questo. So che di te posso fidarmi e che potrai aiutarmi a trovare un senso a tutto questo. Ma devi ascoltarmi. Stanno succedendo cose perchè un nuovo ordine sta cercando di schiacciare l’ordine  naturale delle cose. Ti sembrerà strano tutto questo ma esistono veramente forze antiche che hanno vissuto nel corso della Storia a contatto con la nostra società, cercando di trovare gli adepti adatti a custodire i Cinque Tesori della Forza, nascosti secondo lo schema del pentacolo rovesciato. Loro vivono a contatto con noi in un sistema bi-dimensionale, dove il nostro terreno è uguale al mondo che è sotto di noi. Non è né Paradiso né Inferno ma un mondo al contrario, con le nostre stesse realtà, ma vissuto da creature orripilanti create da noi nel nostro quotidiano. Sono le nostre Futilità: vivono in un bosco, nel limbo tra questo e l’altro mondo. Ora la nostra esistenza è messa a dura prova dal Nulla, che vuole rubare l’energia della Terra e trasformare tutto in cenere e… Alberi.”

“Seguimi”

Così interruppe il mio discorso chiedendomi di accompagnarlo. 

Pagammo e mi portò allo scavo archeologico di una Villa Romana ritrovata in paese qualche anno prima e che, grazie all’Università, negli ultimi anni erano riusciti ad avere risultati importanti dal punto di vista dei reperti ritrovati.

“La Villa de Neratii

E proprio mentre ci trovavamo all’interno di un vecchia costruzione di pietre, cominciò a raccontarmi una storia:

“Quello che tu racconti è tutto vero. Incontrai delle persone straniere, le vedevo muoversi per il paese da qualche anno a questa parte, in periodo di scavo. Vennero a chiedere informazioni una mattina dicendo che erano studenti di Archeologia di Milano. La nostra professoressa, nonché direttrice degli Scavi, si accostò a parlare con loro quando le chiesero se fosse stata trovata una pietra preziosa negli scavi e dove si trovasse il Monte Mutria. Ad una risposta negativa, questi diedero in escandescenze asserendo con forza che lei sapesse. Mi avvicinai per separarli e li strattonai. Si allontanarono e notai come, nonostante ci fosse un sole cocente, non c’era ombra dietro di loro. Questa cosa mi fece riflettere tantissimo sul momento ma poi, preso dal lavoro, pensai ad altro. Quella sera, come era solito fare, rimasi per ultimo a sistemare gli attrezzi dicendo agli altri di trovarci al bar per una birra un’oretta più tardi. Fu lì che venni attaccato dagli individui della mattina, uniti ad un Essere pelato che aveva un occhio di rettile sul lato sinistro. Mi disse che sapevo dove fosse la pietra e che per la mia insolenza sarei stato punito. Dalle sue unghia sporgenti uscì un liquido nero che si posò sulle mie scarpe, nella zona delle dita. Successivamente, si insinuò dentro di me e sentii un forte dolore.”

Si tolse le scarpe e vidi le sue dita dei piedi: trasformate in pezzi di legno, quasi come radici di un albero!

Rimasi scioccato. “Mi disse -continuò- che ogni giorno pari i miei piedi si sarebbero trasformati in radici e, col passare del tempo, questa maledizione si sarebbe estesa su tutto il corpo. Ogni luna piena sarebbe cresciuta.” 

“Bastardi! Devono pagare per questo!”

“Devono pagarla, ho sete di vendetta per tutto questo! Anche se so che rimarrò come gli altri, devo riuscire a fermarli. Ho bisogno del tuo aiuto Pep.”

“E io del tuo! Abbiamo bisogno di trovare Māra alle Pendici del Mutria. Lei ci aiuterà e insieme proteggeremo il Lapis Lazulo Viola”

“Māra? Lapis Lazulo viola? Pensavo fossero leggende…”

“Ora, per quello che hai vissuto, puoi capire che non sono così… e il tuo bagaglio di conoscenza può servirci per salvare questo angolo di Terra dal Nulla!”

Fu così che ci preparammo per incamminarci lungo le pendici del Mutria, prendendo dal magazzino dello scavo alcune attrezzature: corde, moschetti, elmetti da minatore. Sapere di poter puntare su Nicola mi rese più sicuro sull’obiettivo di questa avventura ma, allo stesso tempo, era forte in me il desiderio di proteggerlo dalla maledizione che aveva subìto. Il nostro viaggio all’interno del Mutria stava per iniziare: arrivammo alle pendici del Massiccio, dove finiva la strada e cominciammo a prepararci per la scalata. In quel momento, uno stormo di uccelli neri ci volò intorno, a bassa quota, per poi tornare a salire. 

Li schivammo ed emisero un suono fortissimo dai loro becchi. Notai che non lasciavano ombre dietro di loro e ricordai le parole di Nicola.

Ci guardammo e cominciammo a salire, senza paura.

ALL IS VIOLENT, ALL IS BRIGHT

La notte sembrava non finire mai ma non avvertivo stanchezza. Continuavo a danzare senza un perché, in preda a quella isteria, con delle creature che oramai sentivo vicine, mie. Chi avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato, un giorno, a condividere il quotidiano con qualcosa che credevo non esistesse. Nella mia vita, il sovrannaturale ha sempre avuto il suo fascino ma mai avrei pensato che diventasse realtà. La maggior parte delle persone sarebbe scappata a gambe levate o avrebbe chiamato un esorcista. Io, invece, dopo un inizio faticoso da digerire, sembravo oramai abituato a vivere con i miei nuovi ‘amici’.

Eravamo ubriachi di Idromele, le creature sembravano godere di questa situazione di non controllo e anch’io sembravo non disdegnarla.

Mi appoggiai ad un albero e mi sentii accarezzare. Per la sbronza che avevo, avrei detto di averlo immaginato fino a che sentii abbracciarmi calorosamente. Mi girai e vidi che l’Albero aveva forma metà umana metà legnosa. Il suo viso era sorridente e genuino. Prima di lasciare la presa, mi sussurrò qualcosa nell’orecchio: “Cerca la tua sorgente. Cerca Māra.”

Rimasi un pò a pensare, poi, arrivarono le creature e mi riportarono a bere . Credo sia l’ultimo ricordo lucido di quella giornata, tanto che, al mio risveglio, mi ritrovai nel mio letto, con una profondo mal di testa e la bocca impastata, come se avessi il cemento a presa rapida. Il mio aspetto non era dei migliori e il caldo esagerato di questi giorni di Agosto accentuava questo mio senso di sofferenza. Non feci in tempo ad alzarmi che dovetti correre di corsa in bagno a vomitare. Una, due, tre volte di seguito. Come ogni altra volta, dai 18 ad oggi, dissi a me stesso che non avrei più bevuto, ma sapevo già che sarebbe stata l’ennesima illusione personale fatta parola. Cercai di darmi un tono e mi vestii velocemente per andare a lavoro. Non ero in ritardo ma nello stato di scombussolamento in cui versavo era meglio anticipare le cose. Cosa avrei raccontato ai miei colleghi quando mi avrebbero chiesto della mia riconoscibilissima faccia post-sbronza? Di certo, non che avevo trascorso la mia giornata di riposo senza gli occhi, trasportato da un vortice d’aria e poi ubriaco fradicio con delle creature sovrannaturali ahahah.

Alla fine, tutti questi pensieri vennero cancellati dal ritmo lavorativo pieno, con il mio essere che arrancava. Tutto questo continuo correre, senza avere quasi neanche il tempo per pisciare, mi metteva alle strette.

Andai in pausa pranzo, cercai di mangiare il più leggero possibile e andai in bagno. Mi sciacquai la faccia e, mentre alzavo la testa verso lo specchio, notai un post-it attaccato. C’era scritto: “Sei sicuro che sia questo che vuoi per la tua vita? Cerca la tua Sorgente.” E i miei occhi riflessi sul vetro tornarono ad essere neri.

Era la seconda volta, in poco tempo, che quelle parole facevano capolino ed ero intenzionato a comprendere cosa stesse succedendo.

Continuai il mio lavoro quotidiano finché arrivò un collega con un pacco consegnato per me. Aprii la confezione e trovai una collana con una pietra nera, sotto di essa, un bigliettino: “Ore 22.30, Zeppelin.”

Un appuntamento al buio… oppure, sapevo già chi sarei andato a trovare?

Per i miei colleghi, questa scena in cui leggevo un bigliettino era sinonimo di qualche incontro che sarebbe finito in alcool &perversione, mentre io cercavo di tergiversare con un pò di pseudo imbarazzo addosso.

Finii di lavorare alle 20.30 e mi preparai per l’appuntamento. Uscii in anticipo come mio solito e mi recai in questo locale, conosco i proprietari oramai da una vita, grazie alla passione reciproca per il Metal e per i concerti. Approfittai dell’anticipo di mezz’ora per fermarmi a parlare con Roberto che, nonostante sia sopra i 40 da tempo, conserva questa immagine da metalhead mista a vichingo, con il pizzetto folto oramai bicolore tra il castano e i grigio e la pancia rotonda figlia di tante Forst.

“Ehi ragazzo! Da quanto tempo! Che ci fai qua?”, mi salutò con la sua solita tonalità gioviale. Cominciammo a parlare del più e del meno, delle nuove uscite di dischi e dell’attività live che svolgeva assieme ad altri vecchi conoscenti della scena Metal Molisana, i Blacksters con scorci Sanniti Sakahiter. Nel frattempo arrivò anche Danilo, l’altro proprietario del bar, a salutarmi. Dopo i convenevoli, si avvicinò e mi disse all’orecchio: “C’ è una ragazza nella sala che ti sta aspettando.” Li salutai, presi la mia birra e scesi in sala.

Non mi aspettavo altro che lei, Ereshkigal, nel suo aspetto ‘umano’ e riconoscibile. Portava una bombetta nera che copriva in parte la sua folta chioma rossa, tubino scuro e Dr.Martens ai piedi.

“Puntuale come sempre !” mi disse, avvicinandosi per salutarmi.

“Comportiamoci come il resto degli umani!” disse, con il suo tono sempre molto formale, quasi regale.

“Allora, per una volta scendiamo allo stesso livello, ci stai? Per questa sera niente diktat , solo discorsi in libertà “y a vivir“, come fanno veramente gli ‘umani’, ok?”

Sorrise e, da questo momento, la tensione si allentò.

Ordinammo da mangiare, e le consigliai l’hamburger con scaglie di tartufo e pecorino di grotta, uno dei miei preferiti fatti in questo locale. Mi sembrava davvero di non avere di fronte a me una divinità-mostro esistente dall’alba dei tempi nell’Universo, ma una persona dotata di profondo senso critico e saggezza. Cominciammo a parlare di questa terra, il Molise, tra un bicchiere di vino rosso e un altro versato, e nacque una profonda digressione:

“Sai, ho scoperto questa Terra tantissimo tempo fa, quando seguivo la popolazione locale durante il VerSacrum, nei pressi del monte Mutria. Rimasi colpita dalla sua energia spirituale e magica e quei rituali animali li sentivo miei, figli della nostra tradizione tramandata attraverso il sangue. Qui trovai la mia casa, travestita da umana. Mi feci notare per le mie doti ‘magiche’ e di guaritrice e restai con loro. Assistei alle guerre con i Romani e dalla corruzione che si insinuò nella popolazione nonostante intimassi loro ciò che stava per accadere. Da lì, i trattati di “pace” e la desannitizzazione. Mi trasferii come eremita sul Monte Matese e vissi lì, in solitudine. Diventò il mio faro nel mondo, il mio aspetto si tramutò nella mia forma divinatoria che voleva tentare di indirizzare l’Universo ma, alla fine, ne sono solo guardiano e messaggero .”

Ero così assorto in questo racconto che non riuscivo ad avere reazioni. Avrei ascoltato questo discorso tutta la notte.

“Che vuol dire che sei solo ‘messaggero’ ?”

“Che tutti serviamo qualcuno. Lilith, che ha ‘salvato’ la tua vita terrena, è la nostra Stella del Sud. Il nostro Smeraldo protettore, la Saggezza e il nostro Spirito Guerriero. Io, lei e Māra siamo, come dite voi umani, quasi sorelle, legate a questa dimensione per proteggerla e servirla, per mantenere l’ordine naturale delle cose.”

“Difendere da cosa?” risposi.

“Dal Nulla. “

“Cos ‘è il Nulla ?”

“Il Nulla è attorno a te, è anche dentro di te. Nelle parole, opere, pensieri. E’ qualcosa che ha distrutto l’opera che Noi antichi avevamo costruito nel tempo, con la magia, i rituali, i nostri Templi. Tutto sparito. Per rimanere ‘in piedi’, abbiamo dovuto stringere patti con loro, creando quello che vedi, il Bosco delle Futilità e altri luoghi in questa regione che ci ospita e che cerchiamo di servire. Ora, il nostro ‘esercito’ sta lentamente cadendo, trasformato in alberi. Il prezzo da pagare per le creature che si fanno ammaliare da questo canto di sirene è rimanere per l’eternità fermi, immobili, senza poter avere un senso di vita, condannati all’immobilismo eterno. Questo perché il Nulla ha deciso di rompere il patto e fare di noi sacrificio per il suo popolo. Noi siamo il ‘Male’ e, come ogni azione di propaganda, esso ha bisogno di un ‘nemico immaginario’ da combattere.”

“E io cosa posso fare?”

“Tu, discepolo, devi proteggere la nostra fonte vitale, il Lapis Lazulo Viola. Esso è situato dove ebbe inizio la Nostra Storia, sulle pendici del Monte Mutria. Per far questo, hai bisogno di partire e trovare la tua Sorgente. “

“Ma non posso lasciare tutto questo! Cos’è la Sorgente?”

“Tutto questo non ti appartiene, è solo frutto del tuo bisogno primario di sopravvivere. Sei tu che dai importanza a tutto questo ma, ora, hai bisogno di trovare quello che c’è in te come Bene Maximo. Solo questo rimetterà in equilibrio tutto.”

Tirò fuori una mappa con alcuni luoghi segnati come tappe. Avevo la faccia persa e perplessa di chi non stava capendo nulla di tutto ciò. Pagai e uscimmo.

Mi abbracciò e mi sussurrò: “Ora sai cosa fare. Cerca la Sorgente, cerca Māra che ti darà ristoro e aiuterà . Io sarò con te. Confido in te.”

Poi, sparì nel nulla, mentre dallo Zeppelin partirono i God is an Astronaut.

Era proprio come quella canzone nell’aria, tutto Violento e tutto Luminoso.

SPECTRE AT THE FEAST

Il Vuoto. 

Vivere pensando di non poter vedere mi stava logorando. Questa parte di “addestramento ” non mi stava appassionando, più passava il tempo e più mi saliva l’ansia. 

“Smettila di frignare discepolo! Non è questo il momento di avere paura. Sei al sicuro e tutto questo, come sai, è necessario. Hai tanto da imparare, soprattutto per trovare la calma in questi momenti. Eppure, nella vita lavorativa sei principalmente un problem solver, nei momenti più difficili trovi la calma per prendere la decisione più giusta e ora non riesci a stare senza gli occhi per un pò di tempo! Basta lamentarti e segui ciò che ti dico, altrimenti sarò costretta a farti rimanere così!”

“Come posso rimanere calmo se non riesco a vedere?” risposi. 

“È quella la Bellezza! Ti sei mai chiesto come Giulio riusciva a capire cosa lo circondasse? Grazie all’utilizzo degli altri sensi. Grazie alla mente, puoi riuscire ad orientarti senza aver bisogno della vista. Ora calmati e seguimi.”

“Ci provo, anche se mi sembra impossibile farlo”

“Non sarà una cosa di un giorno. In questi giorni, avrai la fortuna di farlo senza i tuoi organi, ma nella vita reale dovrai essere capace di farlo senza aprirli.”

“E come si fa?”

“Usando la memoria fotografica e buon senso di orientamento. Ora prova a camminare da solo, senza appoggiarti. Asmodeus ti aiuterà per un breve tratto, poi dovrai essere in grado di farlo da solo. Non importa se cadrai, questo è essenziale: fallire per rialzarsi. 

Prima di iniziare: cosa ti ricordi di questo posto?”

Cercai di concentrarmi e trovare una risposta veloce a questa domanda, poi risposi: 

“Ricordo un viale alberato, su entrambi i lati. Un sentiero che sembra la navata di una cattedrale per quanto lungo, un altare in fondo dove sei tu. Dietro l’altare, un piano rialzato come un grande albero. Non ricordo nient’altro.”

“Notevole discepolo! Hai una memoria fotografica rara! Ora, visti i tuoi ricordi, puoi cercare di camminare e arrivare fin qui? Concentrati sul percorso che hai appena raccontato, Asmodeus ti accompagnerà per un tratto, poi non lo sentirai più. Sarà allora che il tuo percorso avrà un senso.”

Asmodeus, con il suo fare gentile, mi mise una mano sul fianco e cominciammo a camminare lentamente. Ogni due passi, mi ripeteva nell’orecchio: 

“Pensa ai tuoi occhi, a quanto sono importanti… ricorda cosa c’è qui e arriverai dove vuoi.” 

Sentii il suo braccio sfilarsi e provai a camminare da solo. Era tutto nero intorno a me, non sapevo dove appoggiarmi e cosa fare ma, seguendo solo le mie immagini fotografiche, continuai finché caddi. Al momento di rialzarmi, Ereshkigal esclamò: 

“Cerca dentro te il modo di rimetterti in piedi, sai quello che c’è intorno a te!” 

Ma, nel momento in cui provai a farlo, notai che qualcosa era cambiato.

Aprii le braccia e sentii qualcosa di solido su cui si appoggiavano: legno. 

Non c’era più solo un sentiero ma sembrava che gli alberi si fossero spostati. 

Mi sentii rassicurato e sorrisi.

 In quel momento la voce della Guardiana si fece cupa: “So che stai pensando di aver trovato, grazie agli alberi, un modo più semplice di uscirne ma, loro, non sono in questo posto per darti una scorciatoia, anzi. Continua e lo vedrai.”

Continuai ad appoggiarmi finché i loro rami diventarono mobili, stringendomi al tronco, bloccandomi braccia e gambe. Dallo stesso albero che mi stava imprigionando, un sussurro: 

“Diventerai uno di noi. Tutti quelli che scappano dalle proprie responsabilità diventano alberi. Prova ad uscire.”

Cominciai ad urlare, cercando, invano, di divincolarmi. La sola forza non bastava.

“Non usare la forza, ma quello che ti ho insegnato alle Cascate. Usa il tuo sentiero interiore per andare oltre l’albero. Prova a concentrarti e a violare quel vincolo, altrimenti rimarrai bloccato. Gli alberi sentono la tua ansia e, più aumenta, più più stringono. Abbiamo tutto il tempo per farlo e sei a buon punto. Ricorda: vai oltre i tuoi sensi!”

Cercai di trovare in me un punto sereno dal quale uscirne, ma non riuscivo a vedere al di là del pericolo che stavo vivendo. La paura diventò sempre più forte e sentii, di fronte a me, il fiato sul collo delle creature del bosco che si stavano nutrendo di quell’evento. Karelis, il più affamato, esclamò: ” E’ davvero un piacere mangiare la tua carne mentre hai paura di guardarti dentro!”

 E mi afferrò, con la bocca, il ventre. 

In quel momento mi abbandonai totalmente e la mia mente si rifugiò in un pensiero dolce, quasi per caso. Una passeggiata sulla spiaggia, abbracciati, con il rumore delle onde che si infrangevano. 

Mi rilassò. 

Nonostante vedessi solo uno spazio nero, riuscivo a sentire le vibrazioni di chi avevo intorno e, con una mano, accarezzai Karelis sulla testa. In quel momento esatto, smise di mordermi e mi disse:

 “Hai capito dove sono e hai trovato il tuo punto focale interiore.” lasciando la presa del tutto.

 Lo stesso fece l’albero, accarezzandomi il volto con il ramo.

“Nella difficoltà di non vedere, hai trovato il modo per farlo senza gli occhi. Grazie ad un pensiero positivo sei riuscito ad avere un processo decisionale veloce.”

Ero fortemente contrariato: “Mi stavate ammazzando!”

Ereshkigal tuonò: 

“Ti stavi ammazzando da solo! La paura nutre le creature, ciò che loro e gli alberi ti hanno fatto, vive delle vibrazioni basse. Dare un cambio al percorso è ciò che succede quando trovi un imprevisto. Ora vieni da me.” 

In quel momento sentii la pioggia scendere a tamburo battente, ma avevo capito come fare. 

O meglio, pensavo di aver capito.

Cominciai a camminare ma caddi ancora. E ancora. Non avendo più la forza di rialzarmi cominciai, a strisciare finché non arrivai a sentire il tocco di una forma umana. Una gamba.

Sentii una forza enorme che mi alzò di peso e mi fece levitare, stavo fluttuando nell’aria e non capivo come. In quel momento, vidi un forte flash di luci, toccai i miei occhi e li sentii finalmente al loro posto.

Li aprii e… ero avvolto dalla nebbia, fluttuavo in essa. 

All’improvviso, questa forza mi abbandonò e caddi ai piedi di Ereshkigal.

Tutto intorno a me cominciò a ridere a crepapelle, con il mio corpo immerso nel fango.

“Scusa per l’atterraggio, la Nebbia non ha modi gentili per andare via. Ora segui le creature che ti faranno cambiare e ristorare un poco, ne hai bisogno.”

Seguii Karelis e gli altri due mostri in una casa di legno. Aveva la classica sembianza delle casette di montagna con il muschio sul tetto. Mi lavai e mi diedero un cambio. 

Intanto, continuavo a guardarmi allo specchio e rivedevo i miei occhi al loro posto. 

Li toccai. 

Ebbi un improvviso flashback e, per un attimo,  cambiò ciò che vedevo.

Mi fermai un istante, poi mi sistemai e andai via.

Karelis mi aspettava fuori dalla porta e mi riaccompagnò. 

“Dopo una giornata così impegnativa è il momento di mangiare tutti insieme. Sei stato bravo, e lo sarai sempre di più.”

Mentre parlava,lo guardai ancora in faccia e gli dissi: 

“Io ti ho visto, in un’altra forma.” 

Lui sogghignò, e rispose: 

“Se ci vedi nella realtà che siamo è perchè hai appreso l’insegnamento di oggi. Anche io ho visto te nella tua vera forma…” 

Mi lasciò basito, perplesso.

Arrivammo al momento conviviale.

Tavola imbandita e tutti in preda alla condivisione e alla voglia di festeggiare.

Mi sembrò un Dèja Vu.

Dopo il brindisi, arrivarono le portate. 

Mi fu spiegato che, in mio onore, era stato sacrificato un capretto, cotto alla brace, come da antica tradizione. 

Mangiammo, tutto mi sembrava naturale, nonostante avessi ancora in testa quelle immagini della prova.

Ereshkigal prese la parola: 

“Oggi hai potuto sperimentare sulla tua pelle cosa significa vivere senza la vista. Uno spazio dell’oblio in cui è fondamentale rimanere, cercare di guardare con gli occhi che sono dentro di noi. Hai avuto difficoltà ma, come tutte le prime volte, dovrai abituarti a guardare al di là dei tuoi sensi e fidarti di quello che vedi nel tuo interno. Ora, però, siamo curiosi di chiederti cosa hai visto in quei momenti in cui hai trovato il tuo focus.” 

Mi alzai e presi a raccontare: 

“Vi ho visti nelle vostre forme umane. Eravate umani pronti a mangiarmi. Solo l’albero è rimasto nella sua forma classica. Tu, Karelis, eri una donna pronta ad addentarmi e tu, Asmodeus, un uomo con la barba che godeva nel vedermi soffrire. Ho visto questo, e, subito dopo il ritorno della vista, non eravate più così.” 

Erehskigal si alzò e rispose: 

“L’obiettivo di questa prova non solo era di orientarti ma, soprattutto, era quello di vedere al di là delle apparenze. Tu ci hai visto per quello che dentro di noi siamo perchè dietro la corazza di ‘mostro’ siamo umani come te. Ci hai visto nelle nostre debolezze e perversioni. Come abbiamo visto te.”

“E cosa avete visto?”

“Un demone nel corpo di uomo.”

Come noi.

In quel momento, prese uno specchio e mi mostrò i miei occhi color nero pece formarsi. 

“Non aver paura, è la tua realtà.”

In quel momento, una delle creature portò a tavola un calice pieno di sangue.

“Bevi questo nettare animale, è in tuo onore. La tua natura non può essere cambiata. Non esorcizzarla, valorizzala assieme a noi!”

Bevvi.

In quel momento sentii una musica tribale venire da lontano. Si aprirono le danze e mi unii a loro a festeggiare, senza limiti.

DARKER THOUGHTS

Il rientro fu pieno di entusiasmo e voglia di fare. Non so perchè ma quel soggiorno nella casa del Bosco e la sua conseguente deviazione alle Cascate fu pieno di rivelazioni ma, soprattutto di una nuova consapevolezza.

Tutto il macabro che avevo visto in quei giorni fu metabolizzato nella mia mente e non mi faceva più paura. Anzi, più ci pensavo, più cresceva in me la convinzione che quello che era accaduto a quei tre ciarlatani era del tutto meritato. E poi, vi era un nuovo dettaglio: trovarsi all’interno di un ordine magico, tra divinità mitologiche, creature parlanti, alberi infuocati e chi più ne più ne metta, mi faceva sentire “privilegiato”. Facevo parte di qualcosa che si trova solo nei libri o nei dischi che amo, quindi mi sentivo onorato di questo ruolo.

Ritornare alla realtà si rivelò molto semplice: lo smart working, col passare dei giorni, tornò ad essere limitato in favore di un piacevole ritorno alla normalità in ufficio. A dir la verità, non ho mai amato come questo periodo tornarci: lavorare a casa mi ha donato una nuova dimensione, soprattutto nell’avere degli orari personali di produzione, nei modi e nei posti più disparati. Penso che farlo dal letto, in totale autonomia e libertà di stare, fa diventare più piacevole lo svolgimento… a meno che non devi fare una riunione e sei in mutande, ma questa è un’altra storia ahaha.

Ciò che è mancato fortemente è stato il rapporto umano: le risate davanti la macchinetta, le discussioni estemporanee, le riunioni e gli aperitivi alternativi il venerdì pomeriggio. Ma, soprattutto, mancava vedere quella sedia vuota che da diversi mesi è nei nostri pensieri. Fa strano raccontare tutto questo ma, nonostante lui combatta la sua battaglia per rimanere a galla tra un mondo e l’altro, guardando la sua scrivania lo sento vivo più che mai. 

Le giornate lavorative sono proseguite così, tra una nuova programmazione ed un’altra, senza riposare mai e, soprattutto, senza uscire. Riuscivo a dormire tranquillamente e da qualche giorno l’immagine di Ereshkigal sembrava un ricordo sfocato. Non avevo più incubi né segnali di alcun genere. Appesi in salotto il dipinto lasciatomi da lei e, ogni mattina, vi posavo lo sguardo: ogni volta mi sembrava che qualcosa cambiasse in esso ma non sapevo spiegare cosa. La bottiglia intrisa di nebbia mi sembrava la giusta sintesi dei discorsi della Dea e mi ci ritrovavo sempre di più. La mattina, prima di alzarmi dal letto, entrare in meditazione era diventata una consuetudine, cercare il mio Io in fondo al mio marasma e, lentamente, stavo cercando di trovare le risposte che volevo. Vedermi sempre più nudo, vulnerabile ma, allo stesso tempo, più consapevole di quello che ero diventato. Non sapevo come cambiare questa direzione o, forse, non avevo ancora in mente quali strumenti utilizzare per riuscirci.

Ricordare gli avvenimenti del bosco sicuramente aiutava in questo, soprattutto la consapevolezza che col tempo e con le varie lezioni promesse da Ereshkigal le varie situazioni sarebbero venute a galla al momento opportuno.

La meditazione, quindi, stava portando i suoi frutti dentro di me e tutto sembrava tornare alla tranquillità. 

Con i colleghi, decidemmo finalmente di uscire per mangiare fuori un boccone, per regalarci una serata diversa dall’andare a dormire presto. La serata andò avanti tra racconti di questo lockdown, risate, tanto cibo molisano e, soprattutto, tanta birra artigianale, prodotta da un amico di un paese vicino. Il sapore all’ortica di questa birra si sposava perfettamente con quello degli arrosticini di pecora e ogni boccone diventava sinonimo di tanti sorsi. Nonostante avessimo bevuto un bel pò, rimanevo abbastanza lucido da tornare a casa passeggiando, godendomi i colori della notte campobassana. Da piazzetta Palombo mi incamminai verso la piazza del Municipio e la sua fontana che stranamente funzionava anche di notte. La luce dei gettiti d’acqua uniti a quelli scuri delle tenebre era sensazionale: mi emozionai non poco di fronte a tale spettacolo. 

Continuai a camminare e mi ritrovai davanti all’Hotel Roxy: negli anni ’80 era un albergo di quelli importanti, dei soggiorni di personalità importanti e del business cittadino. Da qualche anno, però, non ne resta che un rudere abbandonato a sé stesso, degno di quei film horror moderni dove li presentano come “casa dei fantasmi”.

La sua architettura nera è avvilente alla vista di notte, tra gatti randagi e sporcizia. Sentii così tanto miagolare che mi avvicinai a uno di questi pelosi per fargli qualche carezza: le accettò e sentii le sue fusa in maniera forte e chiara. 

Da dentro la struttura si udivano eco di urla scioccanti. Non riuscivo a vedere dalla porta cosa stesse succedendo cercai, quindi, di scavalcare le porte dell’ingresso sprangate. Al suo interno c’era un paesaggio spettrale: tra cumuli di rifiuti, escrementi ovunque e carcasse di animali morti era difficile camminare.

Sentivo sempre più vicine quelle urla sgraziate ma non riuscivo a capire da dove provenissero. Arrivato in fondo alla hall verso l’ascensore, vidi una porta socchiusa e una figura umana accovacciata. Stava sbranando voracemente un gatto e, all’apertura  della porta, si voltò. Il suo sguardo famelico mi guardò per un istante e sembrava non fosse affatto contento di essere disturbato. Poi lo riconobbi: il suo viso lo avevo visto da un’altra parte.

Era uno dei tre ciarlatani “sacrificati” nel rituale. Lo guardai esterrefatto e gli chiesi: ” Cosa cazzo stai facendo? Cosa ti ha fatto di male quel gatto?”                                                                       “A te cosa importa? Da quella notte sono costretto a vagare senza mèta, senza spirito, senza colpa, solo per aver disubbidito. Non conosco più le gioie del giorno e della notte, solo una voglia famelica di mangiare. Così mi hai ridotto tu!” rispose piangendo, mentre continuava a divorare l’animale. 

” Io? -risposi- Se sei stato preso è perché hai disubbidito a un dono. Devi essere grato di essere ancora in vita per raccontarlo! Ora lascia quel gatto, vieni con me, lascia che io ti aiuti!”

Quello che ricordo dopo aver pronunciato quelle parole fu il suo attacco con una forza sovrumana. Caddi al suolo, sentendo i suoi denti sul collo penetrare sempre di più. 

Poi vidi una luce scura, come un vortice, intorno a me. Una nebbia mi coprì e mi trasportò in un’altra dimensione .

In sottofondo, urla di dolore in tutto l’albergo.

SILENCE TEACHES YOU HOW TO SING

Di colpo caddi in un sonno profondo. Non ricordai nulla di quella notte macabra. Fu una di quelle notti in cui dormii tantissimo, come non succedeva da tempo.

Quando aprii gli occhi, avevo addosso la sensazione di aver vissuto qualcosa di abominevole, sanguinolento, un sapore di sangue in bocca da far schifo.

Corsi a vomitare in bagno, e restai a farlo per diverso tempo. Tutto quello che avevo vissuto, stava ritornando alla mente in maniera veloce e non potevo far altro che rigettare quello che c’era dentro di me.

Alzai lo sguardo verso lo specchio e mi vidi insanguinato, ovunque. Sul viso, sulle braccia, sulle mani. Mentre mi specchiavo, una scritta sullo specchio insanguinata si creava: MURDERER.

Abbassai lo sguardo e mi guardai: il sangue era sparito. Guardai di nuovo verso lo specchio e non c’era nulla. Una risata serafica accompagnò l’ultimo sguardo.

Uscii dalla casa per andare a vedere il Bosco in che condizioni fosse. Sembrava che nulla fosse successo. Nessun odore di zolfo, nessuna traccia di sangue. Continuai a perlustrare e trovai Francesca dall’altra parte del sentiero ferma, come se mi stesse aspettando. Credo che notò la mia agitazione da lontano.

“Buongiorno!cosa succede? Hai una faccia… vieni dentro che preparo la colazione!”

La seguii nella grande casa e mi posizionai vicino al camino. Tremavo come una foglia. Si avvicinò e mi posò la mano sulla spalla, dicendo: “Lo so, quello che hai visto stanotte è forte. Ma non credo che tu non abbia già vissuto cose così dannatamente “strane”. Hai visto i miei genitori su un altare sacrificale, con una Dea guardiano, attuare un sacrificio per farti entrare nel rito di iniziazione per poi scoprire, il mattino dopo, che tutto è stato ripulito, come se nulla fosse accaduto. E’ decisamente strano. Soprattutto sapere, adesso, che non tutto ciò che hai vissuto stanotte è vero fino in fondo”.

Inarcai il sopracciglio destro e chiesi con fervore cosa stesse dicendo.

“Vedi – continuò – il sacrificio in sé è stato perpetuato, ma nessuno dei tre è morto realmente. Siamo entrati nel loro sogno come abbiamo fatto con te in precedenza e lì abbiamo preso una parte della loro essenza. Facendo del male, questo sì. Si troveranno ferite ovunque, che non potranno mai spiegare, perché non ricorderanno come se le sono procurate, e, soprattutto, non potranno raccontare di essere finiti in un bosco. E ora, credo, smetteranno i loro loschi affari. E senza la loro Grazia. Cammineranno come spiriti nulli nello spazio terreno”.

“Quindi non sono morti? Cosa avete voluto indicarmi con questa scena?”

“Quello che è successo stanotte ti ha iniziato come Guardiano dell’Oblio. Da adesso in poi, in qualunque posto ti troverai, ti verrà indicato un processo da fare per ripulire la tua Essenza. Non tornerai perfetto perchè nessuno lo è né lo sarà mai ma sarai in grado di sviluppare arti sconosciute alla maggior parte delle persone. Magari anche soffrendo come è successo a me, a tutti noi, ma tutto questo ti servirà tanto”.

Le sue parole rimbombavano come la musica a tutto spiano in un rave. Ora era tutto chiaro: quello che avevo vissuto era il modo per indicarmi cosa avrebbe potuto accadermi in caso avessi sfruttato tutto questo secondo altri fini. In più, tutto questo mi stava portando a un percorso di crescita in cui forze oscure mi avrebbero donato i loro insegnamenti. Se, da una parte, continuava a essere surreale, dall’altra ammetto che questa cosa iniziava a stimolarmi. Ma, soprattutto, cominciavo a chiedermi: quali saranno questi insegnamenti così importanti?

“Da quanto lo hai scoperto, tu?” chiesi

“Lo so da sempre, da quando eravamo bambini. Una notte, trovai i miei genitori nel Bosco a bere sangue di animale, inginocchiati. Mi spaventai e non chiesi nulla per anni… Divenuta maggiorenne, fu proprio mia madre a raccontarmi tutto. Mi disse anche che le avevano raccontato di una bimba che li aveva visti. Da lì, iniziai questo percorso intenso, che non potevo raccontare a nessuno se non alle persone con cui avevo un legame forte. Alcune sono sparite poco dopo dalla mia vita e hanno continuato nella propria, altre sono sparite del tutto… e non chiedermi perché. Quello che posso dirti ora è che, questo processo, ha cambiato le nostre vite: ci ha permesso di vedere ciò che di malsano e apparente stava attanagliando il nostro quotidiano per renderlo più genuino. Si impara ad amarsi davvero senza aver bisogno di effetti speciali, né dogmi, né catene. E anche la vita di chi ti gira attorno ne beneficia.”

“Quindi è una via motivazionale?”

“Non posso dirti più di tanto perché lo scoprirai. Ma, sicuramente, imparerai ad avere un rapporto con te stesso quasi ancestrale, basato su quel che hai. E che sicuramente oggi, non conosci. I doni che ti verranno dati, amplificheranno la tua consapevolezza, permettendoti di trovare un percorso interiore nel quale “scavare”, aiutandoti a vivere meglio e, soprattutto, a trovare persone che sono nella tua stessa situazione. Ora va verso il fiume, c’è qualcuno che ti aspetta.”

Mi abbracciò forte e mi incamminai verso il fiume.

Trovai sulla riva, di spalle, una giovane fanciulla che dipingeva su una tela. La sua chioma rossa fluente era coperta da una bombetta di colore nero. Si girò e la riconobbi. Ereshkigal.

“Ora conosci la mia forma umana. Ti aspettavo. Ho seguito da lontano le tue domande a Francesca. Stanotte sei diventato ufficialmente uno di noi. Questo vuol dire che potrai trasportarti nella notte ovunque noi ti diremo di andare. Nel Bosco delle Futilità, su una montagna, in una grotta, sott’acqua… tutto questo lo capirai durante il tuo percorso. Quello che ti ho detto ieri sera, è tutto vero: ad ogni luna calante, alle 3:33 perderai qualcosa di te stesso e dovrai essere capace di “recuperarlo” attraverso l’uso della tua mente. Dovrai essere attento e capace di farlo. Non si impara in un giorno. Ma sono certa che sarai in grado di farlo. Per riuscirci, dovrai iniziare a trovare il silenzio dentro di te. Qual’è l’ultima volta che lo hai sentito veramente?”

A questa domanda, non riuscii a dare una risposta. Mi guardavo attorno continuamente, come se fossi in cerca di un suggerimento. Mi bloccò e girò la sua tela: c’era una bottiglia in fondo al mare e, al suo interno, c’era una lucina, come una lucciola attorniata da una coltre nera, come immersa nella nebbia.

“Quella che stai vedendo, è la tua Essenza: una luce fioca in una bottiglia gettata dal mare, circondata da una nebbia scura. E’ come il tuo Spirito: messo all’angolo dalle tue insicurezze, la voglia di ambire a qualsiasi cosa, di possedere quello che non hai. Tutto questo ha fatto diventare te stesso un pugile suonato all’angolo. Le Anime ti stanno mangiando, non riesci a guardare nemmeno che c’è in Te. E ti assicuro, c’è tanto. Quello che dovrai fare adesso è semplice: trovare il tuo silenzio. Ora farai questo per me: immergiti nel fiume, chiudi gli occhi, estraniati da questo mondo, entra in contatto con la Natura e trova un pensiero fisso nella mente. Una volta fatto, ripeterai: <<Io sono il mio silenzio, il mio silenzio imperfetto, la mia essenza. Il silenzio mi insegna a far cantare la mia Anima>>.”

La guardai un pò stranito, ma poi, decisi di fare un tentativo. Mi immersi nel letto del fiume, chiusi gli occhi e provai a cercare il mio silenzio. Ma continuavo a non trovarlo. La mente ronzava troppo, piena di pensieri futili. Notai che appena provavo a fare dei pensieri deleteri, nonostante l’acqua fosse bassissima, piano piano scendevo all’interno del suo fango. Questo mi preoccupava sempre di più, e la guardai Ereshkigal in cerca di risposte.

“Ogni volta che la tua attenzione non sarà focalizzata, continuerai a sprofondare, fino a che non troverai un equilibrio. Cerca in te, impegnati a trovare qualcosa che ti porti al silenzio! Cerca nel tuo piccolo Io!”

Continuai a chiudere gli occhi e, piano piano, cominciai a cercare un pensiero soffice al quale aggrapparmi, che fosse più forte della paura. Scendevo sempre di più, arrivai ad essere coperto di fango fino al collo, cominciai a non respirare più. La mente entrò in un mix di paura e continua ricerca. Aprii gli occhi e vidi il mio corpo innalzato da quella situazione e portato a riva.

“Non devi preoccuparti se non stai riuscendo, sono situazioni difficili da attuare la prima volta -disse- ma ti insegnano a trovare la calma e la decisione in momenti in cui la pressione ti colpisce ovunque: a lavoro, nella quotidianità ,in famiglia e tu devi essere in grado di saper gestire tutto trovando un appiglio, il silenzio dentro. Si cresce trovandosi con la merda fino al collo, e questo è il primo insegnamento che applicherai: trovare il tuo silenzio. Ora riprova seduto sulla riva!”

Richiusi gli occhi e adesso sembrava di essere nella mia dimensione più naturale: passata la paura, mi persi alla ricerca. Trovai un punto lontano da me e mi abbandonai a quel vuoto. Cominciai a ripetere il mantra, Ereshkigal con me. Si creò un cerchio di fuoco attorno a noi, tutte le Anime del bosco uscirono e ripetevano con noi.

Di colpo, aprii gli occhi e trovai la tela finita di fianco a me: la luce fioca era sempre attorniata dalla nebbia. Ma emanava fuoco.

Sulla cornice un bigliettino: “Sei pronto per tornare a casa”.