NEBBIE

Il volteggiare oscuro dei corvi ci accompagnò per molto tempo lungo la salita, con il suo frastuono e il suo rumoroso volteggiare. A tratti si poteva ricondurli ai riff tipici del Black Metal, quelli che in tremolo vengono ripetuti all’unisono, come se ci fossero stati Abbath o Ihsahn in cielo a suonare. Siamo abituati a fare queste digressioni, qualsiasi cosa che abbia un suono lo riconduciamo a un riff. In qualunque posto. Sembra così strano raccontarlo a volte, ma ricordo le nostre conversazioni quando si incrociano con gli altri amici: impossibili da decifrare. Tutti ci guardano con la faccia basita, ma a noi è sempre fregato poco. E’ sempre stato il nostro modo di comunicare che ci ha plasmato e ci ha portato ad avere un rapporto franco e divertente allo stesso tempo. In quel momento di ricordi, la salita che ci conduceva verso Bocca della Selva sembrava così gioiosa e rilassante, quasi come se fossimo lì in villeggiatura. 

L’ingresso era tortuoso e arido, avvolto da pietre e terra arida, senza alcuno spiraglio per i colori accesi. 

“Queste montagne sembrano inospitali, ma custodiscono in loro il valore della nostra Terra”  disse Nicola mentre si attraversava il pianoro prima di entrare nel rifugio.

 “Sembriamo aspri e inospitali da fuori, chiusi nel nostro guscio, insensibili e disinteressati al mondo esterno, ma, alla fine, chi entra dentro di noi vede tutto questo” indicando con la mano quello che avrei visto tra poco .

Una magnifica visione.

Un masso di dimensioni enormi dinanzi a noi, con dietro una foresta di faggi sconfinata, attorniata da rocce imponenti. I miei occhi stavano urlando. I miei occhi stavano piangendo di gioia per quella vista. 

Non avevo mai visto così tanta rigogliosa Natura.

 Allargai le braccia, chiusi gli occhi, mi abbandonai a questo spettacolo infinito: mi sentivo proprio bene. Tutto fluiva in me: l’aria, il suono della foresta… tutti i pensieri erano allineati in quell’ambiente. Inspirai profondamente trattenendo una parte di respiro per qualche secondo e poi tirai lo tirai fuori: sapeva di libertà quella espirazione. Mi sentivo a casa, nella dimensione che non avevo mai capito. 

“Siamo a Sella del Perrone ” -disse Nicola, interrompendo il mio momento meditativo- 

“Lì sulla destra c’è il Rifugio Casella. Fermiamoci qui per una sosta “. 

Il Rifugio in questione è un antica casa rustica in pietra con un portone in metallo. Ci appoggiammo lungo la parte in pietra della struttura, rifocillandoci con le poche scorte alimentari prese prima di partire. Quando vide la frutta secca e i dolci che tirai fuori dallo zaino, Nicola fece un cenno di disapprovazione, scuotendo la testa in maniera decisa. 

“Ma che ci dobbiamo fa con ste cose? Pensavo avessi portato un pò di roba buona delle tue parti! Guarda qua, chest’ è roba bon!”

Tirò fuori un involucro di carta stagnola che emanava un odore inconfondibile nonostante fosse lì dal mattino: frittata!

 Lo apri e scoprì un bel pezzo di “pan und” pieno di frittata ai peperoni. I miei occhi strabuzzarono per la goduria. 

“U vi Pe, questa è la merenda del molisano!” “Puoi dirlo forte!”- risposi -“ma manca qualcosa… Mi girai verso la zaino e tirai fuori una busta sottovuoto. La sua faccia fu tutto un programma: “Oh, non potevo pensare che fossi venuto senza scorte di ventricina! Toh, ma pure io non ho finito! ” Un pezzo di caciocavallo uscì dal suo borsone. Questa scalata per trovare Māra stava diventando un pic nic, di quelli succulenti e piacevoli. 

Gustavamo il tutto con lentezza, assaporando ogni momento di questa scampagnata improvvisata anche se, in realtà, sembrava che non mangiassimo da un’eternità!

 Il nostro momento stava proseguendo tra una “scavata” di ventricina e una risata finché udimmo un rumore tozzo nelle vicinanze. 

All’inizio, non gli diedi importanza ma, più i secondi passavano, più diventava imponente, tetro. Nicola si alzò per andare a vedere.

“Vie-vie-vie. Che cazzo è sta roba??!” Lo raggiunsi lentamente e il rumore divenne sempre più greve, devastante.

Tutto era pronto per “godermi lo spettacolo”: uno stormo di corvi neri che coprivano il sentiero boschivo, tutti nella stessa direzione, che beccavano avidamente. Il rumore del becco, per quanto ripetuto all’unisono, faceva tremare la terra sottostante: continuo, ipnotico, senza pietà. 

Un gruppo di uccelli si alzò in cielo con qualcosa tra le grinfie, gracchiando grassamente. Scesero di quota venendoci addosso in picchiata, li schivammo buttandoci in una buca tra i cespugli mentre loro si rialzarono in cielo allontandosi con i loro versi agghiaccianti. Nella loro discesa folle, lasciaronocadere ciò che portavano in volo. Decisi di andare a dare un occhiata. 

La “sorpresa” fu raccapricciante: non si trattava di un animale ma di una testa umana, mutilata, di cui era difficile comprendere i tratti umani per via del continuo becchìo subìto. Mi inginocchiai e iniziai a vomitare senza sosta. Nicola si stava avvicinando e vide anche lui quello spettacolo pietoso. In quello stesso istante, lo stormo si alzò in cielo scomparendo all’orizzonte. 

Quel rombo devastante riecheggiò per molto tempo nella valle e nelle nostre orecchie. 

Quello che dal rifugio riuscivamo a scorgere era una mattanza infinita: decine di corpi mutilati e un lago di sangue che scendeva dalla radura. La paura ci attanagliò al vedere quella massa di carne irriconoscibile fatta brandelli: teste, arti maciullati, genitali mutilati e puntellati, budella divelte. Uno spettacolo degno di un artwork dei Cannibal Corpse ci era davanti e non c’era nulla di cui ridere sopra.

 Il rumore tornò a sentirsi sempre più vicino: lo stormo stava per tornare. I corvi sì fermarono sul cumulo di arti mutilati che avevano lasciato rimanendo sospesi in volo. 

Ci avvicinammo verso il cespuglio. Sentimmo un sibilo lunghissimo venire da solo: in quel momento ogni corvo fece uscire un liquido nerastro, lo stesso che avevano lasciato mentre li guardavo sulla strada per San GIuliano. In un attimo, i resti furono coperti da questa coltre nera, e un altro sibilo contemporaneo squarciò l’aria.

Un fulmine. Di colpo il cielo si riempì di nuvole diventando nero. 

Cominciò a piovere pesantemente. I corvi si posarono lungo i rami degli alberi, quasi stessero assistendo a uno spettacolo. 

Cosa stava succedendo? 

D’unun tratto, la Nebbia coprì ogni angolo della Valle. Non vi era più un solo angolo di luce. Ma qualcosa tra i resti stava avvenendo: un rumore profondo nel terreno ci scosse facendoci cadere mentre, dalla radura, si scorgevano delle forme in composizione: ad una ad una, si stavano tirando su, i corpi si stavano ricomponendo. 

Erano tutti con le braccia aperte, con le gambe conficcate nel terreno, quasi stessero aspettando qualcosa. In quel preciso istante, vedemmo l’immaginabile: le mani protese diventarono rami di alberi, per poi coprire tutto il corpo. Quell’ammasso di carne diventò alberi e, nella Nebbia, si potevano udire le loro grida di dolore rotonde, profonde. 

D’un tratto, tutto diventò silenzioso, avvolto dalla foschia, preludio un suono fosco, sordo. Un sibilo inumano veniva dall’alto. La terra tremava e si squarciò mano a mano.

La parte di sentiero percorsa dietro di noi stava per sgretolarsi completamente. E Nicola, che fino a quel momento era rimasto attonito, quasi fuori dalla scena, non riusciva più a muoversi.

I suoi piedi erano piantati al suolo come gli altri alberi. I corvi, godutisi lo spettacolo, sparirono di nuovo mentre io, preso dalla disperazione, cercai una soluzione impensabile.

“Guardiana dell’Oblìo, vieni a Me! Io ti invoco! Aiutami a salvarci da questa situazione!”

Gridai questo mantra più volte ma non ci fu risposta.

Rimasi a terra, di fianco al mio amico sanguinante e quasi completamente divenuto albero, mentre le nebbie ci avvolgevano.

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