GRA

*Espressione in Norvegese Bokmal che sta ad indicare il colore “Grigio”

In quei secondi il silenzio, nella mia testa, si scatenò una sorta di tortura. 

Mi resi conto di essere solo in quel momento e i miei tentativi di invocare qualcuno erano vani e inconcludenti: ero in ginocchio con il mio compagno di missione fuori gioco piantato come un albero sul terreno che non riusciva più a parlare.

Del suo corpo umano erano rimasti solo parte del viso e gli occhi: la sua bocca era ricoperta di una resina collosa che gli impediva di aprirla. Le lacrime scendevano lentamente su quello che rimaneva del suo viso. 

Crollai in uno stato di disperazione furente, sapevo che non c’era tempo da perdere ma non sapevo come andare avanti. 

Battei con i pugni sul terreno incessantemente, fino a farmi sanguinare le mani, finchè non diedi l’ultimo colpo secco: mi sdraiai a terra sfinito finchè non sentii un rimbombo. 

Profondo, secco.

Mi colpì. 

Provai a dare un altro colpo sulla terra, il colpo rispose. 

Allora provai a dare altri colpi ritmati e, dal sottosuolo, sentii lo stesso ritmo in risposta. Non riproposi più il tam tam, rimasi in silenzio per qualche tempo: dopo poco, sentii quel battito continuare insistemente sotto di me. Continuo, pulsante, aumentava di intensità ogni secondo che passava. Sembrava il rumore fragoroso di un esercito che avanzava. La terrà cominciò a tremare sempre di più e a sgretolarsi. Gradualmente, una testolina blu senza materia fece capolino.

Uscì e mi guardò salutando:

“Ehi Pep!” 

disse con un sorriso stampato in faccia: Karelis. Come non ricordarsi di quel ghigno?  Una via di mezzo tra il sorridente e la voglia di ucciderti.

“Che cazzo hai da ridere, stronzo?”

“Sorrido perché abbiamo sentito il tuo dolore e siamo corsi il prima possibile ad aiutarti.”

“Ah grazie stronzi di merda, alla buon’ora! Qua ci è crollato il mondo addosso e tu arrivi come se fossi in villeggiatura!”

 “Stai calmo, questa missione era tua; nostra responsabilità era intervenire in caso di bisogno ed eccoci qua”. 

Una luce verde uscì dal sottosuolo, squarciò l’aria toccando terra dolcemente. 

Rimasi impietrito a guardare, anche se, dentro di me, sapevo già chi fosse.

“Ed eccolo qui il nostro Guardiano” esclamò Ereshkigal.

“Ti ho invocata!” 

“Ti ho sentito, ma non sono un Djinn che ad un tuo schioccare di dita si palesa ed arriva. Ora eccoci qui. Mi spiace molto per il tuo amico.”

Una rabbia infinita scorreva dentro di me.

Avrei voluto capire tanto di questa cosa ma non era il momento di stare ancora a sindacare. Bisognava salvare Nicola e recuperare Māra e il Lapis Lazulo Viola.

La Dea si avvicinò al suo tronco e spirò parole di libertà: 

“È messo maluccio. La sua condanna sta prendendo sempre più forma nel suo corpo” affermò scuotendo la testa.

“Puoi fare qualcosa?”

“Posso provare qualcosa, sì. Ma dipenderà anche dalla sua forza d’animo. Si sta abbandonando al Nulla. Per questo, ho bisogno del tuo aiuto: devo preparare una pozione e ho bisogno di alcune erbe presenti nella foresta. Karelis e Cagnazzo verranno con te ad aiutarti. Ci stai?”

Sospirai intensamente. Non ero tranquillo ma accettai ugualmente di buon grado.

“Bene. Mi servono: Linfa di faggio, Dente di Leone, Petali di Euphrasia Liburnica, 13 Aghi di Abies Alba, 33 fiori di Ophrys Lutea , 6 bacche di mora e resina di Lobellus Acer.”

 Diversamente avrei aggiunto, con la mia solita irriverenza “E una fetta di culo no?”, ma non era il momento opportuno. C’era una vita da salvare e non c’era altro tempo da perdere.

“E con i corvi come la mettiamo?”

“Non preoccuparti per loro, ci penserò io ma non abbiamo tanto tempo! Sbrigatevi!”

Mi avviai assieme ai due scagnozzi verso la radura della Foresta. Per farlo, era obbligatorio passare lungo la schiera di nuovi alberi creatasi e il ricordo di quei corpi mutilati fu forte e vivo più che mai. Infatti, continuavo a vederli davanti a me mentre li oltrepassavo. Karelis, vedendomi in difficoltà, mi portò con sé.

Durante il passaggio fu un continuo vociare.

“Sarai condannato anche tu a questa esistenza! Mutilato e poi fatto albero, come il tuo amico!”

 Bisbigli continui del genere. Cagnazzo, stancatosi di questo vociare, aprì le braccia facendo crescere fiori sulle loro bocche. Sospirai intensamente.

Ereshkigal ci stava aspettando.

Portammo l’occorrente e nel frattempo avevano già acceso un fuoco, di fianco, un calice di argento.

 Ereshkigal le sistemò tutte nel calice, prese un pelo della barba di Nicola rimasta, un pugno di terra, ed esclamò:

 “Tu, che dalla terra sei nato, da questo corpo di legno uscirai. Siano rinvigoriti la tua carne, il tuo spirito, la tua forza!

Ipsos-kI-lo-s Dubrevny Carnifex!”

Prese con la mano del fuoco e lo pose nel calice, unendolo con il suo sangue, regalo dell’incisione del suo palmo destro.

La soluzione si incendiò e prese la consistenza di una colla grumosa.

Ereshkigal mi invitò a posare sul tronco questa soluzione. Presi il calice e la feci colare su di lui.

“Ora attendiamo” disse speranzosa.

Lentamente, tutto intorno si formò un cerchio di fuoco e il tronco, i rami, le  radici divennero un calderone incendiario.

Il legno bruciava lentamente, fino a diventare cenere.

Le sue mani stavano lasciando le sembianze di rami e il legno allentò la presa sul suo corpo. Nicola riuscì ad aprire la bocca, ormai con la resina bruciata, emanò un grido fortissimo. In quel momento, il suo corpo di albero esplose dinanzi ai nostri occhi e tutto finì.

Nicola crollò a terra stremato, guardandosi incredulo.

“Le mie mani, la mia faccia. Ora riesco a respirare”.

Una volta in piedi lo abbracciai forte.

Ereshkigal, senza proferire parola, toccò le nostre fronti con un dito. 

Sentii come se qualcosa di disumano entrasse in me.

“Ora saprete come difendervi. Ma non vi dirò ciò che vi ho dato, lo scoprirete da soli al momento opportuno.”

Ci guardammo in faccia, stremati e sconcertati. 

Ci voltammo e ricominciammo il nostro percorso lungo la cima del Mitra.


NEBBIE

Il volteggiare oscuro dei corvi ci accompagnò per molto tempo lungo la salita, con il suo frastuono e il suo rumoroso volteggiare. A tratti si poteva ricondurli ai riff tipici del Black Metal, quelli che in tremolo vengono ripetuti all’unisono, come se ci fossero stati Abbath o Ihsahn in cielo a suonare. Siamo abituati a fare queste digressioni, qualsiasi cosa che abbia un suono lo riconduciamo a un riff. In qualunque posto. Sembra così strano raccontarlo a volte, ma ricordo le nostre conversazioni quando si incrociano con gli altri amici: impossibili da decifrare. Tutti ci guardano con la faccia basita, ma a noi è sempre fregato poco. E’ sempre stato il nostro modo di comunicare che ci ha plasmato e ci ha portato ad avere un rapporto franco e divertente allo stesso tempo. In quel momento di ricordi, la salita che ci conduceva verso Bocca della Selva sembrava così gioiosa e rilassante, quasi come se fossimo lì in villeggiatura. 

L’ingresso era tortuoso e arido, avvolto da pietre e terra arida, senza alcuno spiraglio per i colori accesi. 

“Queste montagne sembrano inospitali, ma custodiscono in loro il valore della nostra Terra”  disse Nicola mentre si attraversava il pianoro prima di entrare nel rifugio.

 “Sembriamo aspri e inospitali da fuori, chiusi nel nostro guscio, insensibili e disinteressati al mondo esterno, ma, alla fine, chi entra dentro di noi vede tutto questo” indicando con la mano quello che avrei visto tra poco .

Una magnifica visione.

Un masso di dimensioni enormi dinanzi a noi, con dietro una foresta di faggi sconfinata, attorniata da rocce imponenti. I miei occhi stavano urlando. I miei occhi stavano piangendo di gioia per quella vista. 

Non avevo mai visto così tanta rigogliosa Natura.

 Allargai le braccia, chiusi gli occhi, mi abbandonai a questo spettacolo infinito: mi sentivo proprio bene. Tutto fluiva in me: l’aria, il suono della foresta… tutti i pensieri erano allineati in quell’ambiente. Inspirai profondamente trattenendo una parte di respiro per qualche secondo e poi tirai lo tirai fuori: sapeva di libertà quella espirazione. Mi sentivo a casa, nella dimensione che non avevo mai capito. 

“Siamo a Sella del Perrone ” -disse Nicola, interrompendo il mio momento meditativo- 

“Lì sulla destra c’è il Rifugio Casella. Fermiamoci qui per una sosta “. 

Il Rifugio in questione è un antica casa rustica in pietra con un portone in metallo. Ci appoggiammo lungo la parte in pietra della struttura, rifocillandoci con le poche scorte alimentari prese prima di partire. Quando vide la frutta secca e i dolci che tirai fuori dallo zaino, Nicola fece un cenno di disapprovazione, scuotendo la testa in maniera decisa. 

“Ma che ci dobbiamo fa con ste cose? Pensavo avessi portato un pò di roba buona delle tue parti! Guarda qua, chest’ è roba bon!”

Tirò fuori un involucro di carta stagnola che emanava un odore inconfondibile nonostante fosse lì dal mattino: frittata!

 Lo apri e scoprì un bel pezzo di “pan und” pieno di frittata ai peperoni. I miei occhi strabuzzarono per la goduria. 

“U vi Pe, questa è la merenda del molisano!” “Puoi dirlo forte!”- risposi -“ma manca qualcosa… Mi girai verso la zaino e tirai fuori una busta sottovuoto. La sua faccia fu tutto un programma: “Oh, non potevo pensare che fossi venuto senza scorte di ventricina! Toh, ma pure io non ho finito! ” Un pezzo di caciocavallo uscì dal suo borsone. Questa scalata per trovare Māra stava diventando un pic nic, di quelli succulenti e piacevoli. 

Gustavamo il tutto con lentezza, assaporando ogni momento di questa scampagnata improvvisata anche se, in realtà, sembrava che non mangiassimo da un’eternità!

 Il nostro momento stava proseguendo tra una “scavata” di ventricina e una risata finché udimmo un rumore tozzo nelle vicinanze. 

All’inizio, non gli diedi importanza ma, più i secondi passavano, più diventava imponente, tetro. Nicola si alzò per andare a vedere.

“Vie-vie-vie. Che cazzo è sta roba??!” Lo raggiunsi lentamente e il rumore divenne sempre più greve, devastante.

Tutto era pronto per “godermi lo spettacolo”: uno stormo di corvi neri che coprivano il sentiero boschivo, tutti nella stessa direzione, che beccavano avidamente. Il rumore del becco, per quanto ripetuto all’unisono, faceva tremare la terra sottostante: continuo, ipnotico, senza pietà. 

Un gruppo di uccelli si alzò in cielo con qualcosa tra le grinfie, gracchiando grassamente. Scesero di quota venendoci addosso in picchiata, li schivammo buttandoci in una buca tra i cespugli mentre loro si rialzarono in cielo allontandosi con i loro versi agghiaccianti. Nella loro discesa folle, lasciaronocadere ciò che portavano in volo. Decisi di andare a dare un occhiata. 

La “sorpresa” fu raccapricciante: non si trattava di un animale ma di una testa umana, mutilata, di cui era difficile comprendere i tratti umani per via del continuo becchìo subìto. Mi inginocchiai e iniziai a vomitare senza sosta. Nicola si stava avvicinando e vide anche lui quello spettacolo pietoso. In quello stesso istante, lo stormo si alzò in cielo scomparendo all’orizzonte. 

Quel rombo devastante riecheggiò per molto tempo nella valle e nelle nostre orecchie. 

Quello che dal rifugio riuscivamo a scorgere era una mattanza infinita: decine di corpi mutilati e un lago di sangue che scendeva dalla radura. La paura ci attanagliò al vedere quella massa di carne irriconoscibile fatta brandelli: teste, arti maciullati, genitali mutilati e puntellati, budella divelte. Uno spettacolo degno di un artwork dei Cannibal Corpse ci era davanti e non c’era nulla di cui ridere sopra.

 Il rumore tornò a sentirsi sempre più vicino: lo stormo stava per tornare. I corvi sì fermarono sul cumulo di arti mutilati che avevano lasciato rimanendo sospesi in volo. 

Ci avvicinammo verso il cespuglio. Sentimmo un sibilo lunghissimo venire da solo: in quel momento ogni corvo fece uscire un liquido nerastro, lo stesso che avevano lasciato mentre li guardavo sulla strada per San GIuliano. In un attimo, i resti furono coperti da questa coltre nera, e un altro sibilo contemporaneo squarciò l’aria.

Un fulmine. Di colpo il cielo si riempì di nuvole diventando nero. 

Cominciò a piovere pesantemente. I corvi si posarono lungo i rami degli alberi, quasi stessero assistendo a uno spettacolo. 

Cosa stava succedendo? 

D’unun tratto, la Nebbia coprì ogni angolo della Valle. Non vi era più un solo angolo di luce. Ma qualcosa tra i resti stava avvenendo: un rumore profondo nel terreno ci scosse facendoci cadere mentre, dalla radura, si scorgevano delle forme in composizione: ad una ad una, si stavano tirando su, i corpi si stavano ricomponendo. 

Erano tutti con le braccia aperte, con le gambe conficcate nel terreno, quasi stessero aspettando qualcosa. In quel preciso istante, vedemmo l’immaginabile: le mani protese diventarono rami di alberi, per poi coprire tutto il corpo. Quell’ammasso di carne diventò alberi e, nella Nebbia, si potevano udire le loro grida di dolore rotonde, profonde. 

D’un tratto, tutto diventò silenzioso, avvolto dalla foschia, preludio un suono fosco, sordo. Un sibilo inumano veniva dall’alto. La terra tremava e si squarciò mano a mano.

La parte di sentiero percorsa dietro di noi stava per sgretolarsi completamente. E Nicola, che fino a quel momento era rimasto attonito, quasi fuori dalla scena, non riusciva più a muoversi.

I suoi piedi erano piantati al suolo come gli altri alberi. I corvi, godutisi lo spettacolo, sparirono di nuovo mentre io, preso dalla disperazione, cercai una soluzione impensabile.

“Guardiana dell’Oblìo, vieni a Me! Io ti invoco! Aiutami a salvarci da questa situazione!”

Gridai questo mantra più volte ma non ci fu risposta.

Rimasi a terra, di fianco al mio amico sanguinante e quasi completamente divenuto albero, mentre le nebbie ci avvolgevano.