DARKER THOUGHTS

Il rientro fu pieno di entusiasmo e voglia di fare. Non so perchè ma quel soggiorno nella casa del Bosco e la sua conseguente deviazione alle Cascate fu pieno di rivelazioni ma, soprattutto di una nuova consapevolezza.

Tutto il macabro che avevo visto in quei giorni fu metabolizzato nella mia mente e non mi faceva più paura. Anzi, più ci pensavo, più cresceva in me la convinzione che quello che era accaduto a quei tre ciarlatani era del tutto meritato. E poi, vi era un nuovo dettaglio: trovarsi all’interno di un ordine magico, tra divinità mitologiche, creature parlanti, alberi infuocati e chi più ne più ne metta, mi faceva sentire “privilegiato”. Facevo parte di qualcosa che si trova solo nei libri o nei dischi che amo, quindi mi sentivo onorato di questo ruolo.

Ritornare alla realtà si rivelò molto semplice: lo smart working, col passare dei giorni, tornò ad essere limitato in favore di un piacevole ritorno alla normalità in ufficio. A dir la verità, non ho mai amato come questo periodo tornarci: lavorare a casa mi ha donato una nuova dimensione, soprattutto nell’avere degli orari personali di produzione, nei modi e nei posti più disparati. Penso che farlo dal letto, in totale autonomia e libertà di stare, fa diventare più piacevole lo svolgimento… a meno che non devi fare una riunione e sei in mutande, ma questa è un’altra storia ahaha.

Ciò che è mancato fortemente è stato il rapporto umano: le risate davanti la macchinetta, le discussioni estemporanee, le riunioni e gli aperitivi alternativi il venerdì pomeriggio. Ma, soprattutto, mancava vedere quella sedia vuota che da diversi mesi è nei nostri pensieri. Fa strano raccontare tutto questo ma, nonostante lui combatta la sua battaglia per rimanere a galla tra un mondo e l’altro, guardando la sua scrivania lo sento vivo più che mai. 

Le giornate lavorative sono proseguite così, tra una nuova programmazione ed un’altra, senza riposare mai e, soprattutto, senza uscire. Riuscivo a dormire tranquillamente e da qualche giorno l’immagine di Ereshkigal sembrava un ricordo sfocato. Non avevo più incubi né segnali di alcun genere. Appesi in salotto il dipinto lasciatomi da lei e, ogni mattina, vi posavo lo sguardo: ogni volta mi sembrava che qualcosa cambiasse in esso ma non sapevo spiegare cosa. La bottiglia intrisa di nebbia mi sembrava la giusta sintesi dei discorsi della Dea e mi ci ritrovavo sempre di più. La mattina, prima di alzarmi dal letto, entrare in meditazione era diventata una consuetudine, cercare il mio Io in fondo al mio marasma e, lentamente, stavo cercando di trovare le risposte che volevo. Vedermi sempre più nudo, vulnerabile ma, allo stesso tempo, più consapevole di quello che ero diventato. Non sapevo come cambiare questa direzione o, forse, non avevo ancora in mente quali strumenti utilizzare per riuscirci.

Ricordare gli avvenimenti del bosco sicuramente aiutava in questo, soprattutto la consapevolezza che col tempo e con le varie lezioni promesse da Ereshkigal le varie situazioni sarebbero venute a galla al momento opportuno.

La meditazione, quindi, stava portando i suoi frutti dentro di me e tutto sembrava tornare alla tranquillità. 

Con i colleghi, decidemmo finalmente di uscire per mangiare fuori un boccone, per regalarci una serata diversa dall’andare a dormire presto. La serata andò avanti tra racconti di questo lockdown, risate, tanto cibo molisano e, soprattutto, tanta birra artigianale, prodotta da un amico di un paese vicino. Il sapore all’ortica di questa birra si sposava perfettamente con quello degli arrosticini di pecora e ogni boccone diventava sinonimo di tanti sorsi. Nonostante avessimo bevuto un bel pò, rimanevo abbastanza lucido da tornare a casa passeggiando, godendomi i colori della notte campobassana. Da piazzetta Palombo mi incamminai verso la piazza del Municipio e la sua fontana che stranamente funzionava anche di notte. La luce dei gettiti d’acqua uniti a quelli scuri delle tenebre era sensazionale: mi emozionai non poco di fronte a tale spettacolo. 

Continuai a camminare e mi ritrovai davanti all’Hotel Roxy: negli anni ’80 era un albergo di quelli importanti, dei soggiorni di personalità importanti e del business cittadino. Da qualche anno, però, non ne resta che un rudere abbandonato a sé stesso, degno di quei film horror moderni dove li presentano come “casa dei fantasmi”.

La sua architettura nera è avvilente alla vista di notte, tra gatti randagi e sporcizia. Sentii così tanto miagolare che mi avvicinai a uno di questi pelosi per fargli qualche carezza: le accettò e sentii le sue fusa in maniera forte e chiara. 

Da dentro la struttura si udivano eco di urla scioccanti. Non riuscivo a vedere dalla porta cosa stesse succedendo cercai, quindi, di scavalcare le porte dell’ingresso sprangate. Al suo interno c’era un paesaggio spettrale: tra cumuli di rifiuti, escrementi ovunque e carcasse di animali morti era difficile camminare.

Sentivo sempre più vicine quelle urla sgraziate ma non riuscivo a capire da dove provenissero. Arrivato in fondo alla hall verso l’ascensore, vidi una porta socchiusa e una figura umana accovacciata. Stava sbranando voracemente un gatto e, all’apertura  della porta, si voltò. Il suo sguardo famelico mi guardò per un istante e sembrava non fosse affatto contento di essere disturbato. Poi lo riconobbi: il suo viso lo avevo visto da un’altra parte.

Era uno dei tre ciarlatani “sacrificati” nel rituale. Lo guardai esterrefatto e gli chiesi: ” Cosa cazzo stai facendo? Cosa ti ha fatto di male quel gatto?”                                                                       “A te cosa importa? Da quella notte sono costretto a vagare senza mèta, senza spirito, senza colpa, solo per aver disubbidito. Non conosco più le gioie del giorno e della notte, solo una voglia famelica di mangiare. Così mi hai ridotto tu!” rispose piangendo, mentre continuava a divorare l’animale. 

” Io? -risposi- Se sei stato preso è perché hai disubbidito a un dono. Devi essere grato di essere ancora in vita per raccontarlo! Ora lascia quel gatto, vieni con me, lascia che io ti aiuti!”

Quello che ricordo dopo aver pronunciato quelle parole fu il suo attacco con una forza sovrumana. Caddi al suolo, sentendo i suoi denti sul collo penetrare sempre di più. 

Poi vidi una luce scura, come un vortice, intorno a me. Una nebbia mi coprì e mi trasportò in un’altra dimensione .

In sottofondo, urla di dolore in tutto l’albergo.

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