IN THE MIST SHE WAS STANDING

Passai giorni a capire cosa fosse successo realmente .

Non riuscivo a pensare che un incubo del genere potesse diventare così reale.

La mia mente, in questi momenti ibernati di quarantena, viaggiava in loop con quelle immagini nitide impresse.

Con quella voce…

Quella voce… era così cavernosa che la sentivo rimbombare dentro di me.

Ogni volta che ci pensavo, quei graffi tornavano a farsi sentire dall’ interno.

La prima sera ebbi così tanta paura di addormentarmi che sembrava di tornare ai tempi in cui vedevo di nascosto “Notte Horror ” e “Hellraiser”.

Una paura infima, sottile, che faceva capolino nella mia testa.

In ogni momento.

Crollai sfinito, con il pensiero che mi mangiava l’esistenza.

Dormii come un sasso e, senza accorgermene, mi svegliai come se nulla fosse successo.

Mentre mi sistemavo, controllai la zona della ferita che cicatrizzava sempre di più.

Dentro di me, iniziai a pensare che fosse solo una stupida suggestione, che magari era stato Tyrion a farmela, senza che me ne accorgessi nel sogno.

Insomma, stavo cercando di passare oltre.

Ero solito raccontare i miei sogni alla mia migliore amica ,senza omettere nessun dettaglio.

Lei, dotata di forte sensibilità, sapeva veicolare quale comportamento insito ci fosse dietro.

Questa volta non aveva senso: mi avrebbe riso dietro come tutte le volte le ho raccontato di castelli incantati e di ruote panoramiche assassine.

Volevo passarci su, vivermi questo periodo di quarantena nel miglior modo possibile, cercando di essere più focalizzato sul presente e sul mio lavoro che non mi dava scampo.

Questa ibernazione stava ponendo nuove basi in me, cancellando una routine comune quasi a tutti per farmi rientrare in uno stato di solitudine profondo e consapevole.

Ho imparato col tempo (e con tanti ponti calati giù) ad amare la mia solitudine e quello che cerco di essere, senza pregiudizi, con la voglia solo di costruire qualcosa per me.

Questo periodo stava ponendo, con decisione, la totale chiusura verso il mondo esterno, tranne che per i miei affetti.

Cercavo di concentrarmi sulla mia vita quotidiana fatta di sveglia-prepararsi-smart working -esercizi fisici -film-dormire ma , dentro, c’erano ancora le immagini di quella notte che mi inquietavano.

Non erano più nitide come prima, passavano per pochi instanti nella mia mente come un fantasma a velocità supersonica.

Un pomeriggio inoltrato, dopo aver spento il Pc, entrò dalla finestra un fascio di luce.

Era pieno e luccicante, copriva totalmente il mio viso.

Chiusi il mio occhio sinistro, come faccio oramai da bambino e, in quell’istante, vidi l’inimmaginabile .

Vidi quel bosco, in una giornata di sole, come se fosse una giornata di fine Marzo , con i rami degli alberi di un colore vivido e piacevole.

Fu un flashback piuttosto veloce che si stampò in testa.

Non riuscivo a pensare ad altro.

Sarà stato un momento di ricordo o un messaggio da decifrare?

Cercai di non pensare, il tempo vissuto era già quel che era e non avevo più voglia di prestare attenzione ai mind games interiori.

Feci una doccia e, mentre tornavo nella stanza per sistemarmi, i miei occhi si soffermarono su qualcosa di nuovo, fissandolo sconcertati.

C’era una lanterna sul letto, completamente piena di fango .

La luce fioca cercava di uscire fuori dalla coltre spessa che la ricopriva, quasi come se stesse lottando con essa.

I miei battiti aumentavano sempre di più, cominciai a sudare come se fossi nel caldo andaluso di agosto a 57 gradi e non riuscivo a muovermi .

Intanto, il fango cominciava a riversarsi sul letto fino a scendere sul pavimento .

Decisi di avvicinarmi .

Mi inginocchiai e posai gli occhi sulla lanterna. In quel momento, sentii un forte fischio nell’orecchio per alcuni secondi. Cercai di staccarmi ma ero bloccato al suolo e, quando il fischio si attenuò, sentii una voce.

Quella voce… mi sussurrò nell’orecchio come un growl di Mikael Akerfeldt in “Orchid“.

“Vieni a me “.

Da quel momento, non capii nulla.

Mi ritrovai a terra, esanime, in un posto che avevo già vissuto. Non pioveva come l’altra volta, ma era lo stesso.

Gli Alberi divelti, la nebbia infinita che mi attorniava, il suo lungo viale… era lui.

La nebbia… quella non è sembrata mai andare via da questo scenario, così spessa e presente da non riuscire a trovarci fine.

Ero tornato in quel posto e non volevo alzarmi per paura.

Mi sentii bussare sulla spalla e vidi una mano che si porgeva a me. Mi accorsi che non era umana: le dita protendenti nascondevano degli artigli ben affilati, la forma fisiologica di un gatto in piedi .

Alzai lo sguardo e… aveva la mia faccia!

Cominciai a indietreggiare strisciando per terra mentre centinaia di risate avvolgevano il bosco .

“Su miei discepoli, basta! Non è questo il modo di presentarsi davanti al nostro ospite!” E le voci sparirono, ma rimasero gli occhi dietro alla nebbia a scrutarmi.

Poi di nuovo, riprese a parlare, con un tono leggero, quasi scherzoso:

” Non avere paura di Karelis, vuole solo aiutarti a rimetterti in piedi e portarti qui da me.”

“Voglio sapere perché sono qui e cosa volete da me!” tuonai.

“Non avere fretta dei dettagli… segui Karelis e avrai ogni risposta. Non ti mangerà… o, almeno, non sai se lo sta già facendo ahahahah!” chiudendo con una risata gutturale che sembrava infinita.

Karelis mi porse di nuovo la mano e cominciai a seguirlo.

Lungo questo viale alberato mi avvicinavo sempre di più alle luci sugli alberi e… avevano tutte il mio volto. Erano animali: gatti, volpi ,serpenti, scimmie, scorpioni, lucertole… tutte col mio volto. Ma avevano gli occhi scavati e neri. Come nelle statue di Subirachs a Montserrat.

Questo cammino mi sembrava un viaggio e, più mi avvicinavo, più non sentivo gli arti. Tutto diventò paralizzante e fuorviante.

Il cielo si chiudeva sempre di più, con rumori di fulmini caduti in lontananza.

Karelis, sentendo la mia ansia, mi sussurrò: “Non devi avere paura, lei la sente. Lei sente tutto. Qui sei dove sei sempre stato e non hai mai voluto vedere.”

Le sue parole mi lasciarono basito e fortemente dubbioso, ma non ebbi il coraggio di chiedere. Cosa avrà voluto dire? La guardai, e il suo ghigno divenne stranamente rassicurante. Ero pronto a qualunque cosa sarebbe successa.

Alla fine del viale, un alone oscuro si materializzò: era seduta su un trono alberato, con due creature ai suoi piedi. Le uniche che avevano materia.

Mentre mi avvicinavo, notai un giradischi spezzato a metà sistemato sul ramo di un albero, con la puntina che ticchettava sulla superfice .

Questo particolare mi distrasse e, quando rialzai gli occhi, la vidi in tutta la sua forma: una figura sinuosa, coperta da un lungo mantello scuro e Sette scorpioni ai suoi piedi. La testa coperta da corna di cervo, quasi come fossero una corona.

Karelis si scostò e mi fermai dinanzi a lei .

“Benvenuto in questo mondo. In questo mondo che ti appartiene da sempre.” esclamò.

In pochi secondi sentii la stessa frase ripetuta, come se veramente mi appartenesse. Ma non sapevo né dove né quando l’avevo vissuto.

“Chi sei ? Perchè mi tormenti ?”

Si fermò, mi guardò intensamente e, alzando la mano, mi disse:

“Non ti sto tormentando, ti sto solo facendo vedere una parte di te che non conosci. Ti ho portato qui nel sonno la volta passata per farti capire che quello che vivi quando sogni non sempre è irreale, ma corre con te. Ho voluto accendere una spia dentro di te, affinché cominciassi a interrogarti ma, nulla, hai voluto chiudere la faccenda, come se tutto fosse frutto della tua immaginazione! Persino per il graffio hai trovato una scusa! Voi umani, pensate di sistemare tutto sotto il tappeto e andare avanti! Per questo era mio dovere riportarti qui! Ora, sai che tutto questo non è frutto dei tuoi pensieri notturni perversi, ma solo della tua realtà.”

Gelai.

Tutto quello che sentivo era reale. Lo sentivo, lo toccavo con mano, anche il profumo del bosco era reale.

Cominciai a balbettare e riformulai la domanda ,cercando di mantenere una tranquillità apparente: “Chi sei?”

“Sento l’angoscia e la paura scorrerti dentro! Hai fretta di etichettare ciò che hai davanti ma non sei capace di dare una spiegazione a quello che ti è successo. Ebbene, prima di chiedermi chi sono, devi capire COSA SIAMO.”

E in quel tratto, rimasi magnetizzato dal suo racconto…

“Siamo tutto ciò che esiste dall’Alba dei Tempi. Quello che non è scritto sui libri con cui sei stato indottrinato. Viviamo ovunque e non ci vedi, portiamo nei vostri destini segnali che solo i saggi e i giusti sanno vedere. E questo Bosco è il TUO segnale. Il tuo Bivio. Il mio nome è Ereskhigal, il guardiano di questo mondo, il Bosco delle Futilità! Hai tanto da vedere, siediti qui, banchetta con noi e ti mostrerò la sua essenza!”disse, con voce soave e scandita.

Al pronunciare del suo nome, il giradischi vibrò una musica conosciuta, e, tutto intorno, si profumò di essenze dolcissime.

Mi fermai estasiato davanti a tutto ciò, e banchettai con loro .

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